Servizi
Contatti

Eventi


Pass dopo pass

(emozioni e amicizia contenute in una lettera)

Cara Lilia,

dopo essermi perso tra i sonetti del tuo Pass dopo Pass, voglio dirti che si è molto rafforzata la mia convinzione che le poesie non dovrebbero mai essere declamate, ma solo lette e accarezzate più volte tra sé e sé.

E ancor più le tue - veri affondi del cuore - che da sole sanno la strada per arrivare al cuore di chi le incontra.

Già però mi contraddico e farei un’eccezione…se a recitarle fosse Lilia con la sua voce rara, ricca di sfumature ed emozione: ricordo ancora bene la tua lettura di Amor Porét, ascoltata anni fa mentre cercavo traccia di te in internet. Se tu l’avessi dimenticata, ti lascio l’indirizzo che ho recuperato: http://youtu.be/Lq_o2HyeZlk

Poi, vorrei raccontarti che la sera della presentazione del tuo libro ho anche molto apprezzato, empaticamente e intellettualmente, l’intervento di Mauro Neri che ti collocava nella sfera più alta della Poesia. Sia con riflessioni che ho sentito vicine alle mie, ma anche con la sua ammissione di non aver mai scritto poesie, a causa delle pretese molto elevate che ha sempre nutrito nei confronti dei poeti. Orgogliosa e sincera rinuncia a collocarsi nelle sfere minori, dove la poesia può diventare aspirina o prozac per chi si trova a fare i conti con il disagio del vivere.

Posizione forse un po’ troppo elitaria (confesso comunque di condividerla), ma in ogni caso molto più mite di quella che mi è tornata alla mente, mentre seguivo il suo argomentare…:

“nel corso di un’intervista, Fabrizio De Andrè si scherniva di fronte a chi gli aveva appena dato del poeta, affermando che preferiva considerarsi uno che costruiva canzoni con ciò che scriveva,…anche perché riteneva che dopo i sedici anni continuavano a scrivere poesie solo due categorie di persone: i poeti ed i cretini!”

Aneddoti a parte, quella sera una forte emozione l’ho provata - e dall’intensità dell’applauso credo sia stata condivisa da molti, in quella sala stracolma - non appena si sono spente le note di violino che avevano magistralmente evocato la colonna sonora di un piccolo-grande capolavoro della storia del cinema: Cera una volta il West.

Emozione perché ho sentito che non sarebbe potuta esistere musica più giusta per fare da cornice alle tue poesie: una musica scritta per accompagnare l’epopea di un mondo!

A posteriori e un po’ ingenuamente, ho davvero pensato che quel grande Ennio Morricone avrebbe potuto scrivere la stessa musica al cospetto di questo tuo libro, o delle perle che hai regalato nel corso degli anni al tuo mondo dialettale.

E non intendo riferirmi solo alle note di una nostalgia, ma a parole scolpite, a immagini dipinte, a musicalità appassionate, alla bellezza.

Tornato a casa dalla serata di presentazione, nel dopocena mi sono davvero perso tra le pagine di Pass dopo Pass, saltabeccando qua e là fino all’incontro con il sonetto Sgrisolón robà.

E qui, mi tocca divagare…

La mattina della prima notte passata a casa, al ritorno dal sole e dal caldo di Grecia, ci siamo svegliati con una coltrina de giaz sulla piccola finestra sopra il letto: un incanto.

Il gioco di pendenze del tetto aveva fatto in modo che da tutte le direzioni le tracce di pioggia, nel frattempo congelate, convergessero in un solo angolo. Con Lucia, le abbiamo all’unisono battezzate con il titolo del tuo libro “Come goccia di vetrata” e, catturati da quella meraviglia che non volevamo perdere, abbiamo tentato alcune fotografie. L’esito non è stato dei migliori, ma ho deciso che prima o poi, con gli artifici dell’elaborazione fotografica, , avrei provato a catturare “quel sgrisolón robà a ‘na coltrina”.

Dopo aver letto la tua poesia, questo proposito è diventato una ostinazione che è anche stata causa del ritardo di questa mia lettera… non voleva partire senza essere accompagnata - vedi allegato - dall’immagine di quel “brivido rubato” e dedicato alla tua Poesia, almeno quanto a te.

C’è infine un’altra poesia che mi ha davvero toccato, quella notte, ed è anche l’ultima del tuo libro. Riterrei un crimine varcare la soglia del miracolo di intimità tra una figlia e un Grande papà, esprimendo apprezzamenti o note esegetiche, ma tu lasciami rubare un verso:

“avén toncà penèi dentro emozión”

Lo rubo per restituirtelo, perché mi è parsa la più bella immagine - molto al di sopra e al di là di tutte le più lusinghiere critiche ottenibili - che fosse possibile inventare per cogliere la tua Poesia.

Un barattolo di parole e un pennello magico da intingere, perché sappia regalare alla carta: voci di parole, musiche, dipinti.

Con un grande abbraccio a te e Paolo

Recensione
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza