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La terra è sacra se il poeta la feconda

D’aria e d’acqua le parole, recita il titolo della raccolta di poesia di Roberta Degl’Innocenti, ad evocare due degli elementi di purificazione necessari per adire alla conoscenza, attraverso la parola poetica, intesa come inizio del proprio viaggio interiore che, partendo dal gran mare dell’essere, anche quando infuria la tempesta, sa volgere il proprio spirito ed il cuore, attraverso l’aria, verso l’azzurro incommensurabile del cielo. In approdi di mare e transiti di cielo, dunque, fluisce una parola poetica tesa all’elegia , che si muove in una scena compatta e vitale, al tempo stesso, e canta, nella sua oggettiva fissità, leggera come piuma al vento, la sua più bella canzone d’amore, dotata di una sua inequivocabile identità e riconoscibilità.

E nella raccolta ci sono corrispondenze tra spazio e tempo, tra suoni e colori, forme e sensazioni, tutte tradotte in immagini poetiche fondate, sia sulla rappresentazione che sull’allusione, ma anche su di una raffinata ricerca di sonorità, ritmi e risonanze visive, analogiche e metaforiche, che diventano la primaria ed essenziale chiave di lettura, di questa poetica, comprensiva di un simbolismo naturalistico del tutto fascinoso.

Fin dalla prima lirica si possono riscontrare versi che hanno valori formali e musicali legali all’iconografia dell’animismo tahaitiano di Paul Gauguin, basti citare versi come: “... Occhi scomposti / di tramontana viola nell’ora persa di lacrime / e preghiere”, dove il viola, in questo caso specifico è il colore dello smarrimento, altrove di ciglia e poeti. Mentre nel proseguo della stessa lirica troviamo una sorta di autorappresentazione della poetessa, nella scalpellata figura descritta come “ … scheggia di pianto, nero di velluto … ad esprimere un’idea di dolore per mezzo della forma e del colore nero, simbolo del lutto. Infatti sappiamo che il libro è dedicato alla madre che non è più di questa terra, teneramente e solidamente definita “ … abbraccio di convolvolo alla rete”, cosicché questa linea rispecchia in “toto” la poetica delle corrispondenze e l’animo in campi “altri, diversi e paralleli” e in viaggi leggibili come fughe dalla realtà, viaggi che pur sono reali e del quotidiano, dove si muovono figure, ma anche viaggi della mente verso luoghi amati e vagheggiati, dai quali attingere il sacro fuoco della poesia e potersi esprimere attraverso il linguaggio intimo e segreto dei fiori e delle cose mute, come ben si può riscontrare nelle sezioni del testo dai vari titoli emblematici come: Sogno incantesimo; Graffiacielo; Omaggio a Firenze; Viaggi indiscreti; Rosaviola; Firmamento di luci (Via del Larione). Questa ultima lirica, introdotta dall’exergo, “Alla casa dove vivono gli Amori”, ha una storia a sé e del tutto particolare, infatti mi fu inviata dalla poetessa e la conservo ancora, assieme a Favola bruna, nel lontano 16 agosto 2005, quale omaggio alle Tate la prima, dedicata, a me la seconda, e dimostra come in Roberta, affezionata alle sue “Tate”, anche di fronte alla dissoluzione della materia, un passato d’amore non muore mai, perché s’incardina nella casa del vissuto reale e affettivo, anzi esso diviene vita a la accompagna come fosse il suo futuro.

Le varie sezioni hanno uno stesso modo di procedere stilisticamente e liricamente nel segno della continuità e dell’unità dell’opera, pur cambiando ognuna di esse l’impostazione tematica. Ma sono veramente tanti i rimandi, come finestre aperte sulla natura e sul mondo, a porre solide promesse di una ricerca artistica, per ossimoro, realistica ed astratta al contempo, nel senso moderno del termine, atte ad assumere il tono dell’evocazione sognante del mondo della libertà e dell’utopia. Alludo con questo ad espressioni come: “Occhi di cipria; trecce galeotte; ragazza luna; ori di felci ed edera; germoglio stella; petto ballerino; mezzanotte di lupi e sirene; baratro di ciglia; penna fattucchiera; giostra mandolina; filo saltimbanco; urlo di betulla; vento fiordaliso; Deja-vu Casa incantata …” solo per citarne alcune, poiché è tutta la raccolta che procede in tal senso, secondo un’atmosfera allusiva, reale-irreale, vicina alla poetica del Simbolismo letterario, seppure non criptata ed esoterica, ma del tutto spontanea e naturale, capace di veicolare idee, attraverso un linguaggio che si fa particolare, come se assumesse lettere di un immenso alfabeto ideista, nel gusto del bello e del prezioso e non lezioso, sostenuto da una raffinata sensibilità artistica, volta a sottolineare la sensazione profonda che la lettura dei versi suscita. Il tempo è colto nell’eternità dell’attimo ed è impostato sul ripetersi ritmico delle immagini e sulla atmosfera trasognata in cui le figure vivono, come se fossero in una dimensione limbica e atemporale, pur parlando la poetessa: d’albe, tramonti, mattini, notti, stagioni, sempre colte nella loro splendida peculiarità, vive ed ovattate.

Gli spazi si dilatano e ci avvolgono spesso nella sacralità del silenzio, quelli urbani come Firenze, ma anche le boscose Abbadia San Salvatore e Vallombrosa a Capodanno, la elvetica Lugano, Rivabella di Rimini, più amena e ridente, o lo spazio egregorico e geografico nel giardino dei Boboli a Firenze, del quale la poetessa scrive: “… C’è un giardino di sogni e di poeti… / due versi in pugno, ansia di poesia”. Tutti spazi che mostrano sempre e comunque gli inarrivabili segreti dell’anima, dove l’autrice recupera la propria dimensione cosmica, quella che la mette in rapporto con le ragioni ultime dell’esistenza per divenire, quindi, sintesi del cosmo, mentre le due attività scritturali sono riflesso di funzioni universali che contemplano l’alterno tramare di archetipi spirituali che costituiscono l’invariabile legge della natura. Come dire che la poetessa contempla nella madre terra l’incandescenza che il suo io proietta, mediante la parola poetica, nell’andamento lirico, rendendolo così sacro. Ma quello che m’importa far rilevare a proposito del testo “D’aria e d’acqua le parole” è che la vera protagonista è ancora lei: Roberta Degl’Innocenti, in virtù di una sua estesa rappresentazione articolata e dilatata come volontà organica, perché il linguaggio che crea passa soprattutto attraverso le sue emozioni e la sua spiritualità, più che attraverso frasi costruite con forme sintattiche e grammaticali perfette, ma senza calore, così come accade spesso a tanta poesia non vera.

Ma la cosa che più ci avvince e ancora è come prevalga un’anima fanciulla che riesce, con la sua intatta passione a sacralizzare e liricizzare fantasticamente tutto il contesto poetico. Per altri testi (narrativa e poesia) avevo sostenuto che, se un riferimento cultuale si poteva fare a proposito di questa letteratura, quello più vicino mi sembrava il surrealismo di Depestre e di Pessoa, ancora oggi affermo questo concetto, con una eccezione: il surrealismo di Roberta è ormai divenuto Degl’Innocentiano ed è datato: inizio terzo millennio, con tutte le caratteristiche di modernità, per questo certamente non imitabile e tanto meno copiabile, rilievo che è necessario fare in un momento in cui, nel villaggio globale, ci sono molti plagiatori: “Vecchi manzoniani che tirano quattro paghe per il lesso” di carducciana memoria .

Concludo invitandovi ad entrare nel mondo ricco e variegato di Roberta per cantare insieme emozioni, sogni, cadute e risvegli, nella pienezza, profondità e musicalità della vita, per poter dire con lei:”La terra è sacra se il poeta la feconda”.

14 marzo 2010

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