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Lilia Slomp Ferrari

da: Letteratura italiana. Poesia e narrativa dal Secondo Novecento ad oggi
A cura e con studio critico e profili di Lia Bronzi
Saggio introduttivo di Maria Grazia Lenisa. Prefazione di Nicla Morletti.
Bastogi Editrice Italiana, Foggia 2007, vol. I.

Lia Bronzi

Lilia Slomp Ferrari è nata e vive a Trento. È vice presidente del Gruppo “Il Cenacolo trentino di Cultura dialettale” diretto da Elio Fox. In prosa, suoi racconti in dialetto e in italiano sono apparsi su varie riviste.

Ha pubblicato: En zerca de aquiloni 1987, Schiramèle 1990, Nonostante tutto 1991, Controcanto 1993, Amor porét 1995, Leggenda 1998, Striarìa 2002, All’ombra delle nove lune 2005, testo che è stato presentato alle “Giubbe Rosse” di Firenze. È presente in numerose antologie e sue poesie in dialetto trentino sono state incluse e tradotte in inglese nell’antologia Dialect Poetry of Northern and Central Italy, Legas New York, 2001.

L’atto di scrivere, per Lilia Slomp Ferrari, ha una dimensione fisica e psicologica, ella è poetessa sorgiva e naturale e canta come l’acqua cristallina che esce dalla sorgente delle sue montagne. Versificare, per lei, è come esplorare le profondità degli abissi di un mondo segreto: il suo, liquido e sublunare che, per ossimoro esplode in modo solare, dove ci sono impeti dolci, segreti trasalimenti, ritmiche eccitazioni, evanescenze sentimentali, nelle quali la forza del pensiero è il riflesso della potenza del sentimento e una scintilla d’energia che abita la materia grigia. Dunque scrivere, per Lilia, è anche libera scelta, ma soprattutto è crearsi uno spazio di libertà, dal quale emanare, all’esterno, un atto di amore. Ed è dall’amore per le radici che nascono le raccolte di poesia in dialetto. Sappiamo che la parola dialetto non ha vita autonoma, ma esiste in rapporto al suo ontonimo: la lingua italiana. Le ricerche degli storici e degli antropologi su di esso ci riportano a concetti di un mondo primigenio dal valore performativo di una lingua che nomina, ma lo fa per esistere ancora, in virtù dell’analogia. Strumento di comunicazione quotidiana (ma sempre meno), il dialetto è divenuto codice espressivo variegato nei toni, vicino alle cose del quotidiano, della loro captata magia, del destino personale e familiare, e non solo, ma anche della disarmonia e dell’invettiva dei nostri tempi.

I dialetti veneti si allineano a fianco del toscano, come rappresentanti di una tradizione latina sostanzialmente pura, anche se correnti straniere, soprattutto per il Veneto, hanno introdotto elementi perturbatori. Per Lilia, scrivere in dialetto, dunque, vuol dire riallacciarsi alla tradizione delle radici, per conservarne e tramandarne la valenza. E come è ben espressa la strisciante malinconia proveniente dai boschi di castagneto e di pigne, prati fioriti, e rarefatte atmosfere del Nord-Est, colte nella loro luce lontana e nella dolce cifra di eros: “sub specie poetica” che filtra dai versi nel ritmo cadenzato del dialetto. In questo spirito nascono le raccolte En zerca de aquiloni, Schiramèle, Amor porét e Striarìa. Mentre invece appartengono, a buon diritto, alla lingua italiana Controcanto, Leggenda e All’ombra delle nove lune. In Controcanto il valore della resa poetica nasce dalla consonanza del sentirsi panicamente nella natura, dove è, altresì, presente l’analogismo tra stato d’animo e sogno, realtà e paesaggio, nella dolcezza e asprezza del quale si intrecciano, anche sotto l’aspetto formale, sentimento e ansia esistenziale. Facciamo un esempio con “All’orizzonte d’oro dei cammelli” (da Controcanto) dove nella chiusa si dice: “…E sono nel palmizio le risposte, / sul dorso di cammelli senza sete, / nell’urlo della notte allo stupore / di cactus violentati, nella lusinga / vergine di un boccio.”, dove per ossimoro il controcanto diviene canto, onirico quasi surreale, in quanto il “topos” incantato della “sensucht” che non ha mai una determinazione geografica, è solo ideale. In Leggenda si realizza uno stato di ricerca della verità, dove è presente anche il tema della morte, nella magia poetica evocante ombre, sogni, visioni: “E sono ali, da comandare sul baratro di stelle” dice la poetessa in “Ali”, ed ancora: “Segnali. Strani. Faticosi / e facili per noi…” in “Sintonia”. Di ben diverso e doloroso stampo ci appare All’ombra delle nove lune. Nove lune necessarie per sviluppare la vita di un bimbo nel grembo materno, nove lune di palpiti e tenerezze, che non conosce chi non le prova, ed un sol giorno di dolore tremendo, per perdere tutto questo. La poetessa centra e mette a nudo la propria anima, in uno specchio che rimanda un’immagine complessa e variegata, ma dignitosa, dove la parola si fa carne senza pietismi o eccessi di oltremondismo, ed il dolore sta tutto nell’anima: “Hic et nunc”. Dobbiamo dire che All’ombra delle nove lune è opera destinata a rimanere nel tempo per lirica bellezza, epicità del messaggio, maturata poetica. Ed è certamente poco, questo nostro dire su questa grande poetessa, che è anche narratrice.

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