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…Anche se così non fosse

Per definire la scrittura di Graziella Minotti Beretta ci potremmo avvalere della calzante definizione di Saba di “poesia onesta”, per indicare la lealtà con se stessa, con la realtà e la sua arte. L’autrice, infatti, ci offre il suo sguardo trasparente – come l’amato lago di Como che occhieggia dalla copertina – con cui abbraccia la contrastante dialettica della vicissitudine esistenziale, contesa tra gioia e dolore, luce e tenebre, così come del turbinio della Storia e della società contemporanea. La sua è una visione limpida, che sa affacciarsi senza riserve sul bene come sul male, che sa chiamare con coraggio ogni cosa con il suo nome, che sia felicità o tristezza, rispetto o ingiustizia, senza nascondere neanche a se stessa la verità che può ferire, ma anche denunciare e quindi liberare.

L’auspicio è di rinverdire quelle sensazioni esaltanti, di perpetuare un bene deposto come seme in fondo al buio dei giorni: “Oh, se potessi rinvasare / il tratto d’anni, quelle radici spanse! / Invergare a nuovo / molte cecità deposte in polvere / in nuovo riempimento! / E come il vento, il soffio spazi / un arpeggiare sull’erba molle / una covata malinconia / ad un silenzio che ancora muto / mi sta a guardare!” (2 novembre 2014). È anche chiaroveggenza di contemplazione, che è capace di cogliere la segreta armonia e bellezza del creato (“Ora è la sottile magia / a orchestrare la nascita di molti giorni / nella leggerezza affiorante / della nuova stagione.” Un pensiero), come dei suoi boschi o del lago incantato: “Tornate a stupirmi, ancora / di anno in anno / in questa stagione dai colori forti. / Di fiamma e oro le chiome sospese / nell’aereo spazio terso / ultimo dono da quelle lunghe braccia tese / e nere, che van morendo.” (I miei alberi); “Eccole, quelle strisce argentee brillare / sino alla centralità del lago… / palpitano a pelo d’acqua / quasi immota, per un raggio di luce.” (Al mio lago,con sentimento).

Ugualmente, si onora la sacralità degli affetti, per cui si custodisce nella memoria come un tesoro l’estasi dell’amore: “Ma tu ed io, soli / senza un via vai di passi / in un’alba serena o infuocato tramonto / ammutolita, in estasi / dal nostro solitario amarsi… / donarsi l’un l’altro, senza resto / in un abbraccio immenso / che tutto li contiene.” (Un amore grande). Su questa scia fioriscono le dediche ai propri cari, come per la nipote ormai cresciuta e già sposa: “Un batter di ciglia / e ti ritrovo splendente, oggi sposa. / (…) Un abbraccio non basta / ma che la solita ninna nanna cantata / quand’eri in fasce, possa cullare / tutti i tuoi lunghi sogni / anche quando non udrai più la mia voce.” (Alla mia Sara). Sono lettere affettuose ad amiche con cui condividere gli alti e bassi del quotidiano, nonché il tempo che trascorre inesorabilmente: “Lascia gli ormeggi e fatti cullare / dalle acque del nostro lago / dalla brezza che odora di pino / nell’armonia svanirà il senso d’affanno. / Riposa del diurno cammino / ricorda quanto dolenti siano le tue gambe / e l’ansia a macinarti dentro. / Accogli serena questa vita sottile / ai margini ormai per entrambe… / precipita ormai inesorabile / la solitudine che divien silenziosa.” (Alla mia amica Pasqua). O ancora, si celebra la calda simpatia dei volti e degli incontri: “Ogni trillo mi riporta agli amici / nel tempo, ovattati d’affetto.” (Tema imperfetto).

La sensibilità generosa della poetessa si china su questi squarci di un’umanità dolente, dalla tragedia dell’Olocausto, agli odierni drammi dei profughi e dei terremotati: “Già lo sapevo / ma queste mani sfogliano inquiete, nel panico / ogni pagina, impietrite e sgomente sino all’ultima. / Olocausto più atroce e cupo della Storia / porta là, in quella “landa desolata” / la paura d’annientamento.” (Lei c’era); “Non più vittorioso è il cielo /ora si rabbuia / in questa epocale sfida / al margine ormai prossimo. / E noi naufraghi / da terra a terra / da sponda a sponda / solo numeri per quei potenti / nel dover morire. / Fratelli d’etnie diverse / un solo popolo / che annaspa verso una libertà sfuggente. / Ma un grido unanime / tra una scia di sangue / renderà alla storia / quel brivido d’orrore tra le macerie / scorrere sventrato / per poterlo offrire / ad eterna memoria.” (Naufraghi); “Era solo latente / ora il passato ritorna puntuale, su questa terra martoriata / senza prevenzione, con scotimento sussultorio / a disperdere, a largo raggio, fratture, senza preavviso / il suo disastroso castigo. / Un ammasso franante di macigni / case sventrate, mostranti suppellettili e poi macerie e / macerie scendere a valle. / Un paese fantasma di silenzi coprenti, centinaia di vite / gente legata alla propria terra… e i bambini. / Tutto sommerso in un mare di detriti, cumulo di tombe collettive. / Il paese è morto, è morto!” (Dio mio, Dio mio!).

La scrittrice potrebbe far suo il motto di Terenzio: “Nihil humanum a me alienum puto.” Infatti, il gran cuore di un poeta è in grado di accogliere quella sorgente nascosta del sentire e del compatire che da un esiguo zampillo si moltiplica in mille rivoli, per poi confluire in una piena di lacrime e sangue, scavare solchi profondi al suo passaggio, tracimare ogni limite e allagare lo spazio interiore, fino a sfociare nell’oceano dell’eterno: “Zampillò un’acqua pura, trasparente / da una fonte all’improvviso. / Si distese in larghe piazze su quel prato, lì vicino / inseguita dalle altre e scavò il suo cammino. / Poi da piogge torrenziali, si gonfiò e si gonfiò / superando di gran lunga, la grandezza di un bel rio. / A cascata giù dal monte, poi tra orridi e dirupi / rivedemmo rivestire molti massi muschio scuri. / Nel percorso si appropriò tutto quanto era perdente / così quando fu di piena tracimò, senza più freni / nella landa grande intera. / Con la furia degli eventi trascinò tutti i suoi danni / allargando i suoi confini, senza argini protetti.” (Anche se così non fosse).

Graziella Minotti Beretta ci consegna in questi versi la sua vicissitudine interiore, la quale s’intesse con la realtà circostante e con il tempo attuale, s’impregna dei colori, odori e umori della natura, si investe delle storie e dei personaggi che incontra nel suo cammino, si fa voce di chi non ha voce, dei reietti e dei disperati della terra, accogliendo il loro grido muto che risuonerà nei secoli quale eterna condanna di una civiltà che, tradendo il senso genuino dell’umanità, ha tradito se stessa.

Dinanzi al Signore che regge l’universo, l’autrice depone la sua vita come pegno di una ricerca di quel po’ di bene e di serenità che ci è assegnato, vagliando, dal setaccio dei giorni, l’oro della poesia, di quella divina bellezza che sorvola con grazia leggiadra l’umana miseria: “Che resta del giorno, Signore… / la visione s’allarga, va oltre / le barriere non ancora abbattute / verso quell’immensa radura assolata / pascolo di sole anime. / Racchiudo la vita nella sola manciata / poche chicche necessarie / per vivere in pace. / Come vascello, dagli ormeggi lassi / e un profilo di mareggiata / dondolante alla deriva / m’apparirà lontana la riva. / Come sfumare le ansie e le fatiche / quelle vite falciate da qualsiasi parte. / Sia nel silenzio assoluto / la sola ricchezza, senza pesi / a riemergere invisibile / nel vento tra i cori / a giocare a rimpiattino tra le nuvole mutevoli / o ascosa nel bosco incantato / tra le fronde fitte.” (In una folata di vento).

Recensione
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