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Carte da gioco

Questa silloge rivisita la stagione della infanzia, l’età d’oro, attraverso un trittico poetico che si declina nella rievocazione della figura paterna (L’attesa), della casa delle vacanze (La casa del porto), della patria del Sud (Carte da gioco). La prima poesia dedicata al padre scomparso, di cui si avverte la notevole ammirazione (“il liberatore, l’umile partigiano, | scampato alle stragi naziste, | ai naufragi e al gelo siberiano”) e affetto del figlio, suscita una profonda commozione, dove la sua morte viene scandita con forti accenti di pathos contenuti nella sobrietà espressiva e incalzati da intermezzi che registrano le sue ultime parole (“- Devo morire sul mare”, “- Dove sono tutti gli amici?”), fino al drammatico epilogo che raccoglie il suo ultimo respiro: “- Spirasti alle tre.”

Nella seconda sezione il nonno viene tratteggiato con l’immediatezza di una pennellata nella ruvidezza della sua onestà, ciò che sembra accomunare questi uomini di tre generazioni: “Non amava parlare il nonno, ma quella volta | mi fissò sospirando mentre remava.”

Il senso ineluttabile della perdita, di un lutto difficile da rielaborare, echeggia in questi versi: “Torrenziali sgorgarono i singhiozzi, | la terribile invemata | e i suoi presagi, | quell’estate infuocata, | la malattia di papà, | la sua scomparsa. | Un’eco d’oltretomba pareva | l’alito strozzato della donna”; “Sono lame quelle unghie | che accarezzano ritratti | di morti, | è un sottilissimo | filo spinato | - non vedi - | frantuma il costato.”

In Carte da gioco balena un sagace quanto intrigante ritratto del Sud: “È il Sud, | sbagli. T’ingannò | il lungo errare. | Pure, s’intreccia | l’abile impastare | viscidi labili indizi | di cartacei semi | col fiero scintillio di versi | tra inestirpabili | primordiali vizi.” Il luogo d’origine affiora anche nella sua desolata monotonia e “miseria atavica” che lo sprofonda in un sonno immemore: “Appena un po’ più a sud | c’è sempre un altro sud. | Cieli uguali e diversi | terre che nutrono | elleboro e pepe d’acqua | ovunque da tempo immemorabili. | (…) Miseria atavica | mai sei esistita, | prima ancora di nascere | eri già in orbite astrali | in abissi sanguinolenti | ove i nostri spasimi crudi | non potranno approdare.” Ma un amore irresistibile lega a questa terra “amara e bella”, come cantava l’indimenticabile Domenico Modugno: “Così vi prego, nuvole sinuose: | ridate lacrime alle fiamme e ai venti | perché gemmano i solchi dei torrenti. | Siano mani l’erbe dei defunti.” (Lucania). Insieme al paese natale, emerge, immancabilmente, un volto di donna, vezzosamente incorniciato da ghirlande di fiori: “Tornammo sui colli lucani, | nel Parco di Montereale. Conobbi Rita, | mia fidanzatina ideale: le avrei cantato | in Altro fa e abbandona ogni paura. | Dalla sua graziosa terrazza fiorita | mi pareva di abbracciare la Terra, di possederla.”

Francesco De Napoli, in questa Trilogia dell’infanzia, gioca le tre carte degli affetti, della memoria e dei luoghi cari, con una lealtà emotiva scevra di ogni sentimentalismo, nonché con una ben dosata ironia volta ad ottenere il giusto distacco per mantenersi in equilibrio sopra l’abisso, in un racconto disincantato e prosastico, tuttavia venato di poetica nostalgia quando s’inalbera nelle suggestive rimembranze del Paradiso Perduto dell’infanzia.
Recensione
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