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Concerto

Roberto Mosi, dalla babele delle umane vicissitudini e dal pentagramma delle svariate sfumature melodiche, trae un “concerto” che armonizza tutti gli aspetti contraddittori in un canto unanime di celebrazione della sacralità della vita ipostatizzata in icastiche mitologie. Già il titolo della prima sezione, Sinfonia per Populonia (la quale è una frazione del comune di Piombino in provincia di Livorno, che fu un antico insediamento etrusco), assurge ad una forte connotazione simbolica, là dove s’intende quello che Elsa Morante definiva “il Grand-Guignol della Storia”, o Foscolo “le cieche ruote dell’oriuolo”, vale a dire il carosello delle umane azioni che s’avvicendano in un caos primordiale: “Labirinto caos | domato da Dedalo | misura finita circondata | dal mare infinito. | Scrosci d’acqua | sciolgono la notte, | Populonia è muta | aggrappata alla costa, | ruscelli di melma | uccidono il mare, | le scorie galleggiano | precipitano sul fondo.” (Caos). Come una vera e propria Sinfonia, lo spartito del testo poetico musica le quattro stagioni: innanzitutto è l’inverno della tragica sofferenza dell’umanità. Infatti, sullo sfondo di un grottesco scenario mitologico, si agitano, come ombre inquiete, i dannati dei “nove cerchi rossi | del nostro Inferno”: gli scagnozzi mafiosi di Scampia e Forcella, gli immigrati di Rosarno forzati nei campi di lavoro, gli zombies annichiliti dalla droga e le schiave del sesso arroccate “tra monti di spazzatura.” Fatti di cronaca che hanno colpito la memoria pubblica riecheggiano amplificati dalla retorica poetica; si rivelano, nell’epifania della visione intellettuale, nelle loro sconvolgenti ripercussioni morali e s’investono di inquietanti valenze metaforiche: “Bolle la pentola | il sogno d’Europa | ballano le fiamme | le streghe agitano il brodo. | Il dito del banchiere | l’occhio di un rom | il sorriso di un nero. | Le vecchie gettano dentro.” (Passione).

Il mito è condannato ad un’autodistruzione endogena, ad una progressiva necrosi per svuotamento di senso, per cui non sopravvive che in una contraddizione parodistica di se stesso, come la celebre icona di un Icaro che ora insegue soltanto “la vampa | dell’Io, in volo | con ali di cera”, o l’Ulisse “che torna sempre a Itaca”: “Ogni notte l’Eroe | raggiunge la reggia. | Penelope dorme stizzita, | Arturo saluta, la coda ritta. | Apre la posta, ordina le armi, | si distende sul letto, | il risveglio vicino.” (Mito).

Poi, segue la Primavera, con la sua folata calda foriera di vita, nella raffica di luce con cui una nuova nascita irrompe nel mondo: “Nella casa avvolta | dalle ombre, risuonino | accordi di chitarra, | i canti riempiano | le stanze, il colloquio | con le ombre diventi | sommesso. La vita | ha generato la vita. | (…) Quando sei nata | sono uscito felice, | il mondo sospeso | ha ritrovato la vita, | i rumori della strada | il loro sordo rumore | i profumi della campagna | il profumo di giugno.” (Nascere). La piccola Marta reca con sé la primigenia ebbrezza vitale, l’esultanza gioiosa, il divino furore che preme la sua tenera carne: “Batte leggero | il cuore dell’orchestra | sulla spiaggia del Golfo | di Baratti, voci alte | occupano il silenzio. | Si allontana il rombo | dei motori. La risacca | gioca con i pensieri. | Siamo maschere, | le mani nella sabbia | coperta a tratti dal mare. | Batte i piedi felice, | sul viso i colori | accesi della spiaggia. | Si abbattono castelli | tra scoppi di risa.” (Crescere). Anche l’Estate è improntata a questa leggerezza estatica che innamora spensieratamente, senza sofistici arrovellamenti: “Un punto di tenerezza | una sarabanda di luci | un gioco di geometrie | un gattino vorace. | La sezione aurea | dello sguardo dei nonni. | Anna si è intrufolata | nella nostra vita. | È una piuma in volo | leggera. La stringo | tra le braccia, sento | il battito del cuore. | Le braccia annaspano, | giocano con le emozioni. | Siamo vicini, da lontane | stagioni della vita.” (Fiorire). L’Autunno custodisce la sacralità di perdute memorie, ne canta l’elegia di una segreta nostalgia che innerva le pieghe del passato: “Ascolto il silenzio | dalla rocca di Populonia | lontano dalle spiagge, | dai motori delle strade. | L’aruspice segue | il volo del falco, | coglie i segni del cielo | per la nuova stagione. | La violenza del giorno | è lontana, la città cade | nell’antico mistero. | I sacerdoti in processione | salgono all’altare | per il sacrificio. | Nuovo sangue | nutre la vita del mito. | Mi lascio andare, | l’acqua accarezza | il nuoto leggero. | Sotto di me le ombre, | le creature del mare. | Sopra di me la luce | di Febo. La bellezza | a portata di mano.” (Silenzio).

Il secondo tempo, Concerto per Flora, è un inno alla primavera di magnificenza e allo splendore artistico che incorniciano la suggestiva città di Firenze, come in questa rivisitazione della Primavera di Botticelli, in cui riecheggiano i versi di Poliziano: “Flora esce con lieta | baldanza dal bosco, | sparge rose recise | raccolte nel grembo. | Nel volto il sorriso | della rinata Fiorenza. | Il vento s’ingorga | nei pepli, li scuote, | li increspa a onde | in un turbinio | continuo di stoffe, | gremite di petali e fiori.” (Flora). Il mito rivive nell’apoteosi dell’arte, incastonato come diadema di perla nel mare malioso da cui sboccia, spumeggiante di bellezza, Venere: “Venere superba | solca le onde del mare | verso la terraferma. | (…) Volano abbracciati | Zefiro e Aura: | dalle bocche spira | un effluvio, una pioggia | diffusa di rose recise | sulle acque increspate. | Fiorenza attende Venere. | Sarà annunziata | dal riflusso frangiato | delle onde del fiume | che scherza controcorrente | ai piedi del ponte.” (La nascita di Venere).

L’ultimo omaggio, Canto “Sora nostra madre terra”, è dedicato allo spirito francescano della contemplazione della natura e della lode che arpeggia l’anima che si culla tra cielo e terra: “Il sole scende dal carro | e getta l’armatura, | gli ultimi raggi | incorniciano la nave | all’orizzonte. | Vespero alto nel cielo | precede le stelle | per ogni dove, | sulle rive dell’isola | abitano ancora | gli eroi di Omero.” (Sole). Nel firmamento si scrutano le traiettorie del proprio destino, si rintracciano le geometrie della propria anima, inanellate tra le stelle: “Osservo le stelle | dalla radura del bosco | bagnata di silenzio. | Leggo nella volta celeste | il racconto dei miti. | Cerco la mia stella | per l’incontro con altri | cieli, altre terre, | per orientarmi nella vita | incerta di migrante.” (Stelle).

Roberto Mosi intesse meditazioni profonde sulle travagliate vicende contemporanee, sulle mutevoli stagioni della vita, sull’incanto dell’arte e delle meraviglie dell’universo, manifestando un’ammirevole raffinatezza intellettuale che s’inalbera in coreografiche mitologie e s’effonde in intense modulazioni liriche, come in questi versi: “La luna versa | una bianca luce di latte, | sorta dall’orlo delle colline | al di là dei binari. | Il treno taglia la notte | al centro di un manto di luce.” (Luna).

Recensione
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