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Consapevolvenze

Queste poesie s’intessono dalla dialettica dei contrasti, dal chiaroscuro degli stati d’animo, cogliendone tutte le sfumature, perplessità e contraddizioni. A caratterizzare lo stile di Lucia Gaddo Zanovello sono la profondità degli assunti e un intenso lirismo che ascende alle vette dello spirito: “Lo scettro d’oro del silenzio / perso nella nebbia dell’ascolto del creato / parla le lingue di ogni aurora / coi suoni lucidi dei venti / in planare / sull’immanente set / del canto della noncuranza.” (Set); “Io parlo la tua lingua / tu ascolti il mio cuore / siamo linfa che sale, / sale dell’attimo che resta / incastonato nel flusso dell’eternità / orizzonte alle nostre vele.” (Ponti); “Nulla è fermo in questo gorgo cosmico / non la stella, né lo stelo al fiore. / L’acqua che scorre e quella che cade vanno al mare / e il mare vortica / dagli abissi alla luna / incessante / come il logos parlante.” (Logos). Il silenzio abita le discordanze della vita, immergendola come nel liquido amniotico del grembo materno: “Finirà l’ossessione in febbre di star bene qui, / disossati dorsi, scarniti cuori di faggio, / soli, nelle vibrate tempeste della sera, / dei lustri tesi a spolpare l’oggi della gente, / a portare lontano le foglie dei giorni, / cumulando letti di spoglie / nei cimiteri marini degli oceani / mentre sibila la vita negli orecchi del vento.” (Ora tace).

La tensione verso l’altro è spasimo incerto e angoscioso, perché attende un segnale di ritorno che è sempre un’imprevedibile incognita: “Torno a scrivere tra le labbra del tempo / giaculatorie fedeli alla tua ombra / parole come note / per la musica dei dintorni / per la pratica dei ritorni / e non so più se verrai tu / o sarò io a partire / dall’isola protesa / che chiama chi ama / e non può tornare per tutta la vita / da sotto, dall’alto / non so più, che capovolta / è la madre che genera / ogni genere d’affanno / e ogni pulviscolo di nebbia / è dentro la sabbia di questo deserto / ove non mi aspetti di sicuro, / sei oltre il tramonto / perché le notti trascorrono sole / da che ti dissi il mio sì / e tu mi dicesti il tuo no.” (Giaculatoria). È sistole e diastole di incontro e separazione nella dura lotta della sopravvivenza: “Io non lo reggo / tu non lo reggi / ma incrociandoci resistiamo. / Così convivono mondi strani e diversi / dal tuo e dal mio sentire / un sentire di immobile stanchezza / noia depressa dall’inutile / che stanzia in cortile / serve un pontile all’attracco / delle vele del nuovo.” (Prede, predoni o pedine). Una delicata poesia ispira il vagheggiamento amoroso: “Sul tuo invito gli occhi ora mirano all’arca / che arcana inarca di speranza e di domanda al cielo; / al buio dell’altra gente / risolvo un gesto a te mio re / stendo il ramo, / a raggiungere il fianco / alla tua pianta, roccia alla mia sinistra / e la tua sinistra accoglie l’incerto / tepore bianco della mia anima: / implode una vibrazione che sbilancia / scuote una meraviglia di abisso / che percorre le nostre identità. / Di là da me sei il mio proprio sole / di là da me e ti decifro, chinato al vaglio arbitrale.” (Così sia). L’amore avvolge tutto l’universo della maestà del respiro divino: “E se i tetti e i paesi il cielo circonda, / è perché così grande è l’abbraccio / da tracimare i bordi dell’anima. / È certo che ogni posto / occupato da umana forma / ovunque / sia sacro tempio di Dio. / E chi lo profana, se stesso odia, / che l’anima in separata dalla materia veglia, come ogni madre, a guardia della vita.” (Servire). Un afflato cosmico circonda l’essere in ogni molteplice direzione: “Il sole sorge in tutte le lingue del mondo /atterra girovagando / sul carro delle ingiustizie / porta in carico vicende alle specie / rigeneranti dal midollo del dolore. / Astenersi non può non sa dal cosmico abbraccio / esploso delle stelle. / Impensabile vi siano echi / del cammino umano di tutti e di ciascuno / oltre il collo di un buco nero, / ma possibile come l’esatto incontro di uno sguardo / sulla scia di luce di un attimo che per l’attimo si vede. / Può essere che tutto passi / dal collo di bottiglia / come dalla cruna dell’ago / non è così che muta il miracolo / di esser vivi ancora? / Il torrente di sangue che in ciascuno scorre / senza sorgente? / Posa la prima pietra chi lapida l’idea / che l’oltre veda oltre l’orizzonte.” (Istmi).

La poetessa ha la lungimiranza di proiettare la visione dell’esistenza di là dai confini terreni: “Poi questa immensità possibile chiuderà le braccia / come la notte che viene sui progetti irrisolti / che non avranno domani. / Sarà di rapina / voce inattesa alle spalle / un rapido sguardo di sorpresa / - e in un nitore improvviso / tutto questo che è tolto - / alla partenza del grande viaggio, / il cui biglietto è già in mano, / manca solo il molo d’imbarco / il numero della banchina e l’ora. / Vorrei solo si sapesse / che del mio meglio non ho fatto, / che molto più avrei voluto / avere amato.” (Lascito); “Tra le braccia di morfeo si torna davvero / al grembo / quel tanto che basta / a sopravvivere poi all’abbaglio del giorno. / Chiuso nell’oblio il luogo senza tramonto / da cui si è venuti tutti / qui nel sembiante dei mondi / per semine disperse / a memoria interrotta. / la luce che filtra dalla palpebra chiusa / basta a rivedere l’eden / il tutto d’oro che ci ha dati in prestito / e attende / d’ognuna vita / la risalita.” (A missione compiuta). Al momento del giudizio sarà un bilancio inevitabilmente in ribasso, se si considera il debito della nostra pochezza verso l’Eternità: “Beato chi sarà trovato innocente / a me non accadrà, / benché fossi stata avvertita per tempo / dell’arrivo dell’esattore / alla mia casa notturna / quando va fatta la riconsegna del prestito. / (…) Ma sarà il netto del detto / a fermare il piombo / della gravità. / Temo non avrò legge dalla mia, / né grazia, / né pietre da scagliare / contro donna venduta alcuna. / Inchiodata / alla croce della mia coscienza. / E troverò davvero / che sarà la morte secunda / a dar vivo dolore.” (Esame).Vivere allude sempre ad una dimensione ulteriore: “C’è un frammento riconoscibile di vita / nella catastrofe quotidiana / un velo di tepore cui affidare / il tormento del gelo. / Di certo nemmeno il silenzio esiste / apparente attimo che pare vada / o resti nell’eterno, come un suo fiore / radicato nel campo tinto / dei sempre avverbi di stato / o di perpetuo moto. / (…) Se sorgeranno albe ancora per ciascuno di noi / è scommessa perduta da ciascuno. / Scampàna la luce dentro alcuni cieli affacciati / allo sguardo del sole per un altro giro ancora, / dietro la lenta luna azzurra / è quasi notte.” (Un altro giro). La vita a tratti è accensione dell’anima, ebbrezza selvaggia dell’essere: “Ancora farti accendere, vita, si può / non riguardando che venga libero / l’arbitrio del cuore. E che i lembi / aperti delle attese, ferite, congiungano / ore diverse, inconsolate. / (…) alle luci del mattino ti consegno / col saluto del buon giorno, sera, / che richiudi in respiri di preghiera / ogni trepido timore, d’amorosa febbre e pia / e un po’ folle di magia / mai più da questo ora te ne andrai via.” (Epifania). Tuttavia, a volte s’incontra “il male di vivere”, direbbe Montale, l’insofferenza e l’oppressione di un’esistenza che pesa come un macigno e in cui i conti non tornano mai: “Innervosita / non so giocare / a questa vita, / ogni minuto / spalle al muro / mi si impiccia / e si scompiglia il futuro. / Devo darmi una scossa / e indovinare la mossa / senza temere / o non darlo a vedere. / Non è stare soli mai / quanta brava gente / mi si affolla alla mente. / Non traspare dal nero / cosa conti davvero / non capisco da idiota / come giri la ruota / e non si vede perché / il tempo torni da me. / Acido stabilisce pallido / dell’insopportato / quotidiano viaggio / il mio essere ostaggio.” (Idiota di dio). La poetessa auspica che il seme del suo passaggio sulla terra germogli in una primavera eterna: “Vita mia che sei nel mondo / fra tutte le creature / le viventi / e quelle che vivono là / dove l’eterno le colloca, / per mio contento fa’ che io respiri / con l’anima / una visione unitaria / di ciò che mi appare disgiunto / dal tutto / in cui siamo, qui e ora, / finché morte non ci unisca, / separandoci dalla prova. / Fa’, vita, che io passi / nello spazio fatale della terra / lasciando un’orma in cui qualcuno, / venendo, possa riposare, / che quasi a nido l’abbraccio / il tepore conservi dell’amore / che porta il nome che mi conduce.” (In terra).

Con notevole efficacia icastica si suggerisce il mistero del proprio mondo interiore: “Crescono radici alla mia gioia / quando ridi / quando invisibile culli i sogni / all’anima del mondo. / Se muovi passi leggeri / a mettere distanza tra te e il male / che insegue orme in decadenza.”; “Non saranno le crespe del mare / a farmi imbarcare / acqua senza freni / la malinconia / che scivola sopra gli abissi / sotto gli abissi / nell’universo perso nel nulla / striato di poca vita minima / che infelicissima ride bellissima.” (Che bellissima ride infelice).

Vi sono intuizioni folgoranti quanto lapidarie: “Sembra non avere più vaghezza di partita / la vita sfuggita presto alle dita.” (Silenzi); “Sorprende sempre l’ineludibilità del volo / all’affaccio del vento nell’azzurro.” (Balzo); “Tutta confusa d’oro intorno / la bellezza del mondo.” (Simulacri); “Scegliere la trasparenza felice del dolore / che trapassa l’anima in festa / attraversando il deserto della solitudine.” (Sui cuscini del riposo); “È abbaglio talora sperare / e condannarsi infelice / meglio lasciarsi andare / e intelare / nella trama perfetta del ragno.” (Logos).

La scrittura di Lucia Gaddo Zanovello spicca per la poesia aulica da cui fioriscono spazi di silenzi trapunti di stelle dei versi come firmamenti che veleggiano nel cielo della sua anima: “Voglio aprire il laccio alla sacca di aladino / e farvi entrare il mattino, / il garrito di gioia che imprime in gola / l’attimo di eterno; / elevare sguardi sommi / ai mondi che mi ruotano nell’anima / aperta al vostro amore / e ingigantire / vedendo che libero il mio cuore vostro / vola / nel tempo smisurato / a contemplare il creato amato.” (Aladino). Molto incisivamente Sandro Montalto nella prefazione la definisce “un enorme e ininterrotto poema”, nella “sua aderenza a quell’incessante e imprendibile mélange che è l’esistenza umana continuando a limare le proprie parole su una struttura già costruita e in parte sperimentata, esplorando in ampiezza e in profondità il territorio senza dover, quindi, cambiare strumenti di navigazione ad ogni vento che spira.” Il critico ci offre argutamente la chiave di lettura di Consapevolvenze: “sembra alludere alla consapevolezza della complessità del nostro stare al mondo, che porta con sé a un tempo la luce e la frizione, l’attrito, la fatica e forse anche l’ustione dell’esistere ad occhi aperti e braccia accoglienti.”

Recensione
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