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Controcanto

Controcanto: il titolo suggerisce, secondo la formula genettiana, il senso e la struttura dell’opera, versi come echi che salgono da fondali perduti di oceani, a tramandare una storia antica di riva in riva che nomi illustri quali Pavese, Quasimodo, Montale, Luzi, Campana, David Maria Turoldo, Merini, Spaziani - citati ad epigrafe di ogni testo -, fanno emergere dal solco trafitto di passi e di orme della storia. È un canto che ne assume in se stesso un altro, che fa suo e rimanda trasfigurato, come grembo di mare che accoglie le onde, nel suo incessante fluttuare, per restituirle moltiplicate per tutte le risonanze che hanno incontrato lungo il loro passaggio. È un tessere trame di parole dal tessuto millenario dell’arte, infilando l’ago d’oro nell’assorta contemplazione e nella celebrazione estatica. È uno scrivere intingendo l’inchiostro nell’azzurro trapunto di stelle del firmamento letterario. Questa silloge, vincitrice del Concorso “Città di Castello 2011”, presentata nella stessa città dal prefatore Alessandro Quasimodo, figlio di uno dei più grandi poeti contemporanei, conferma lo stesso stile inconfondibile di Angela Ambrosini: folgoranti meditazioni incarnate nell’efficacia icastica delle immagini e nella potenza espressiva di un intenso lirismo: “per rovesciare cupola d’astri | in antri di sogni.” (Chiaroscuro); “Ora che dirama il grano | a stormo nella luce prima | di giugno” (Ora che dirama il grano); “Ghirlande di giorni in chiarità | di pensieri mi cingono il cuore | a sorpresa, stasera che passa | iridata davanti a remote | finestre su lembi d’infanzia | dischiuse.” (Scialle amaranto).

La vita scorre con il suo tumulto incessante che ti scava dentro, ma Tempus manet, come un’entità che sovrasta e impera, incontrastata, governando le umane vicissitudini: “È il tempo stagione dell’animo | perpetua, nell’effimero gorgo | di azioni e mutamenti, di incontri | e di addii, nostra terra di riporto | a stemperarne le orme salde | e aspre d’infaticabile destriero. | (…) E noi qui, indumenti del destino, | un cambio dopo l’altro a propiziare | nuove finzioni e nuovi clamori | mentre inenarrabile, colpo a colpo, | dai sagrati del cielo, | tempus manet.” (Tempus manet, Sezione Lievito al tempo). Essa cavalca il tumulto del dolore, ne sorvola l’abisso per approdare alla nuda sponda dell’Eterno: “Pullula il tempo e all’alito dell’alba | si fa petalo il pensiero, petalo d’ombra | a scrutare tizzoni di speranza | sotto la cenere del dubbio, | ad annusare la strada del ritorno | sotto il fango del dolore. | Ma senza ritorno è il morso del fiume | se nel mare ha il suo approdo, | se tanta luce ovunque vale a espiare | la notte: prima che tocchi lo zenit | la corrente, di nuovo e ancora saprò, | saprete, che nulla è nulla e tutto | spora feconda sarà nello spasmo del vento, | seppure con sembianze | di sudario.” (Lontano). È un tentare di schiudere il varco di montaliana memoria che consenta di affacciarsi al panorama luminoso dell’Eternità, alla compiutezza della Vita: “Conca di ricordi mi schiude | varco dopo varco | a sbrecciare bozzolo di vita | nel lampo lungamente acceso | (…) Anche per noi può scrosciare | infinito la clessidra se cristallo | la mente non più demarca oltre | il recinto sottile che spazio e tempo | inchioda come masso al cuore: | è per noi l’ala orlata | oltre il giorno che imbruna, | è per noi lievito al tempo | oltre i nostri passi incompiuti.” (Varco dopo varco). Si auspica che il trascendente apra uno spiraglio da quella “muraglia”, con “in cima cocci aguzzi di bottiglia”, per dirla con Montale, irta di oppressione e di pesantezza del contingente, mentre si brama di librarsi nel respiro arioso dell’Assoluto: “Dimmi che peso non avrà per noi | la troppa vita che in liete o meste | schiere ora ci travolge, | dimmi che in quest’errare d’impronte | un sentiero sommerso troveremo | a dipanarci bava d’infinito | e traboccherà dal corrugato fardello | del tempo la tua promessa, | Signore.” (Ancora so essere quiete).

Di notevole suggestione lirica è questo testo, in cui possiamo delibare la luminosa plasticità, come in un quadro del Beato Angelico, e ammirare la fioritura di una speranza dalla feconda piccolezza del seme, custodito nell’oscuro grembo del nascondimento: “Sempre torna alla memoria la sponda | alta del mattino sciogliersi in chicchi | di luce alle persiane e la voce | di mia madre traboccare | dai profumi di cucina. (…) scacciare il germe del naufragio | per farne nuova spiga, | questa è la sfida che ci è data. | Questo è ciò che m’appartiene. | Tutto il resto sia fremito d’ali, | lumeggiare scheggiato appena | dalla fuga dei giorni.” (La casa del tempo).

Nella sezione Tra terra e mare si snodano le dolci colline umbre (“questa terra che cala | umile giù dalle cime, guarda | splendere dalle sue terrazze il cielo”, Mario Luzi), screziate di luce e di ombre, di verde e di azzurro: “Gaia e ariosa scende sui colli dell’Umbria | la nebbia, smagliata da olivi | e gorghi di vitigni in garze di cieli. | Rotola la luce a distesa in cuore | all’autunno e a sciami disperde folgore | d’anni oltre il solco del Tevere, | (…) I declivi ondosi | dei tuoi fianchi, le trine guardinghe | dei borghi nella luce tagliente | delle tramontane a sera, quando inverno | schianta respiro e pensieri, a benedire | i miei giorni come un viatico racchiudo.” (Sui colli dell’Umbria). O si stende il velo trasparente del mare, iridescente nelle sue cangianti sfumature e spumeggianti bagliori: “Lasciami il ricordo del vento | di scirocco gemmare cieli | contro usci e vecchi scuri scudo | al mare, pregno di scogli | a un passo dalla soglia, | a un passo dal cuore. | Ha un peso d’ombre la memoria | questa sera, strappa echi di marea | al silenzio dell’approdo, singulto | d’acque allo scafo incatramato, | moto alterno su aguzzi sassi | e ricci di mare. | (…) Così mio padre dice | e nello sguardo ha il mare, | il mare che assorta scia | d’infanzia lento accoglie.” (Vecchia casa in Dalmazia). O ancora è il fascino arcano e malioso dell’Irlanda: “E ancora giorno sarà quando | a sera s’illumina d’erica | il cielo da marosi e scogliere | arricciato oltre intrepide croci | che pietra ha trafitto | in biblici canti. | Torneranno all’oceano sussurri | di bardi, a distesa solcheranno | le voci tue illustri ancora e sempre | i flutti del tempo, | e se di vapori incanutisce il muschio, | mostrami il guizzo di Dio | che mali lenisce quando | trascolora l’onda al respiro dell’arpa. | Qui vorrei, immortale isola immota, | gorghi d’inverno arrendere in bonaccia | mentre turbina il gabbiano | su brughiere di venti | e tanto oceano obliquo intorno | brucia leggende. | (…) Qui saprei che lunga notte | la tua terra ignora, se senza posa | del tramonto hai il presagio, | Irlanda.” (Isola).

O ancora è il fascino enigmatico, ormai un topos letterario, di Finisterre: “Questa sera che frange e inargenta | pensieri sul dorso del mare, | questa sera che scruta | serena al largo del tempo | e di ogni confine, questa sera è per me. | (…) Bevo da questo calice | di luce il mio tempo migliore. | Oh, come immutabile è | lo sguardo dal nulla del mare.”

La patria natia è Madre che accoglie nel suo grembo paziente i propri figli, ne culla l’anima tra stormir di fronde e brezza di luce, come un’arca sospesa tra cielo e terra: “Ora mia è la strada, buia, | torta e prevedibile che da lunghi | anni a descrivere arco e linea | si snoda e orizzonte attira | oltre cipressi e querce | in preda all’infinito. | Ora mio è il mare, | linfa d’ira che ignoto mugghia | oltre pendici e macchie | di questa terra mia, al santo dei poveri | grembo, sepolcro e cielo, | inabissato cielo tra foglie e rami. | (…) ecco irretito | il senso del viaggio da sciami | di passi svelarsi in distanza | per poi stilla a stilla incresparci i pensieri. | E sempre mia sia la strada | oltre mare cielo notte, | oltre e ancora.” (Ora mia è la strada).

In questo perseguire la vita vera dalla trama sfilacciata dei giorni, se ne rintracciano le vestigia scolpite dal susseguirsi delle stagioni: “Prodiga è la vita se incisa | rimane come roccia al vento | a tagliare altre nubi e altre stagioni | ancora, se la morsa del buio | non basta a gettare cancrena | sulla ghiaia dei giorni.” (A ritroso).

Bellissimo è questo Testamento del vecchio marinaio, in cui il mare rivive in tutto il suo irresistibile incanto di rutilante splendore, metafora “di questo peregrino interrogarsi | sul pèriplo muto del domani”: “Io lo so, io che navigai | nello splendore dei giorni marini, | nel torpore delle stelle madide | d’ignoto, io che quiete non trovai | nel grembo vorace delle onde | per aver trafitto l’uccello degli equorei | orizzonti, io che so il peccato | di presunzione senza crepe | né rimpianti, io vi dico: snidate le vele | al vento dello spirito, prestate | ascolto al grido del gabbiano | che tenace tesserà i vostri cieli | e il fratello abbeverate quando | sfatto incrocerà le rotte. | E lamina liquida di luna | freschi pensieri | come peplo avvolgerà | a levare l’àncora del dubbio | e pace vera sorgerà | dalle burrasche indomabili | della vita.”

Delicato e al tempo stesso vivace è questo Acquerello, come un quadro impressionista dall’acceso cromatismo: “E gialla vorticava l’attesa di giugno | alle ginestre, a narcisi e rose | e fiamma allargava la corsa nei prati. | Soli nel sole andavamo | tassello dopo tassello | il mosaico delle stagioni | a tingere con occhi di gemma, | quando malva addossava sogni | a tetti e cortili, ventosi cortili | che più grandi facevano il giorno, | più alti smerigli di cieli. | E azzurro era | il silenzio.” Geniale è questa intuizione di Gabbiani in controcanto, ove i versi della celebre poesia di Vincenzo Cardarelli s’intrecciano a quelli dell’autrice, proprio come onde del mare che restituiscono la purezza di diaspro della parola levigata dagli inquieti flutti delle emozioni: “E come forse anch’essi amo la quiete, | la gran quiete marina, | e grato sudario m’è all’orizzonte | la saporosa bonaccia, | ma il mio destino è vivere | balenando in burrasca, | ma la mia nuda stella sta | gravida in tempesta.” (Gabbiani in controcanto).

Primavera di sorrisi e di sguardi è la spensierata giovinezza, gravida di felici presagi e ridenti speranze: “E primule impigliava lo sguardo | acceso di noi che in fuga | danzando a solcare | abissi da prati e poggi | tessevamo fili di sogni. | Immenso il fiato del cielo | sul dorso del sole. | (…) Senza barriere | i nostri richiami | da erba a fronda, | da fronda a stella.” (Forse a tratti).

Nella sezione Poiein, il canto, quale flatus voci che, come Orfeo, attrae a sé tutto il creato, è più importante della stessa breve scadenza cui siamo inesorabilmente condannati: “Se anche fosse questa la mia ultima | aurora, filari di luce vedrei spezzare | il buio, girasole che il capo piega | al fiato fluido del mattino. | Se anche fosse questa la mia ultima | voce, gorgoglio d’atomo al rombo | del mondo, da zolla a zolla scioglierei | in flutti d’eco il seme del canto.” (Se anche).

Si vorrebbe svelare l’enigma della scrittura, il suo potere divino, quasi per spogliarsi dell’umano e consacrarsi ad essa in modo assoluto, in una sorta di ascesi di purezza dell’arte, come teorizzava Mallarmé: “Spiegami il solco della scrittura, | ago d’amore a capofitto | nel nulla per agganciare un filo | da dipanare al sole, filo | di tempo e di memoria | nell’ordito ora spesso ora smagliato | per la cruna di Dio | (…) spiegamelo affinché | per un attimo almeno, | come questo cielo, | nulla più in me rimanga | di umano.” (Amor fati).

In Metamorfosi, si auspica che l’anima si serbi intatta, trascorra indenne dal massacro dei giorni: “Anima, anfora chiara del tempo | incolume al tempo, | prigione di congedi sillabati | giorno dopo giorno nello srotolarsi | tacito di parole e versi, | fa’ di ogni rimpianto | un turbinio di fuochi fatui, | di occasioni rare non più perdute, | ma tenacemente non volute.” In questa sezione, Communio, la poesia si fa solidale con chi soffre, con la città dell’Aquila devastata dal terremoto, con chi patisce una dolorosa agonia: “Sono per te questi poveri | versi, amica mia, | velame d’un canto disteso | che varcato il tempo | di ricordi e dolore t’aprirà | radure di cieli e dai cieli | a migrare a ritroso ti farà | immemore e restia. | Quiete t’attende d’immenso | vestita: nulla turbi il transito | della tua inviolata agonia, | non l’acido schiamazzo di noi | che da quest’antro | tetro che chiamano vita | resteremo a vegliare su di te, | amica mia.” (Sono per te queste parole).

Si vorrebbe far tesoro di quella bellezza di cui è soffuso tutto il creato: “vorrei anch’io l’anima | del mondo lapidare | d’inesausto fulgore e crepitio | odoroso da siepi e viottoli | strappato in dono a tingere | ogni mattino, ogni tramonto e sera | di questa stagione dai vasti cieli, | come le rose, sì, | come le rose.” (Come le rose).

Un capolavoro di musicalità poetica sostanziata da meditazioni profonde e da un armonioso lirismo è Attesa: “Sboccia, vedi, il giorno con cenno | d’indolenza a tramutare brocche | di nubi in aperti prati all’azzurro | e i gorghi del tempo acquietarsi | sentiamo in un filo d’aria. | Com’è grande questo cielo a coprire | cieli e terre e acque d’inesausti | passati: trasale il mio orizzonte | al brulichio improvviso di altri confini, | al rapido fluire degli eventi | in groppi di gemiti che | (senti?) s’accordano penosi | in griglia di fuoco e armi | e strazi e strazi a marcirci il cuore. | E mi trapassa il mattino | come proiettile la carne. | Tutto è centro vivo della storia, | la mia vallata, il mio tempo, il mio pianto. | (…) E riprende il giorno la sua spola, | il ritmo lento del vento | a distanziare cumuli di cielo | dal cigolio acre della città. | E l’animo attende, | inquieto, attende.” (Attesa).

Infine, nell’ultima sezione, Angela Ambrosini si cimenta nell’esercizio letterario degli Haiku: intuizioni folgoranti condensate nella lapidarietà dei versi, in cui dimostra il medesimo talento di espressività semantica e immaginifica: “M’insegue l’ombra | fra le fauci del sole | anche nel cuore” (Umor nero); “Stormo di gelo | a solcare quei cieli | di pozzanghera.” (Specchio).
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