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Cosa farai da grande

Questa raccolta in versi è il retaggio di un vissuto esistenziale, un “diario poetico negli anni Sessanta”, che riflette la turbolenta stagione adolescenziale che l’autore, a distanza di cinquant’anni, ora che è un uomo affermato, rivive con curiosità e interesse, grazie a queste memorie trascritte in un fascicoletto dimenticato in un armadio – come dichiara egli stesso in una nota - che con rinnovata attenzione rispolvera dall’oblìo del passato. Il titolo Cosa farai da grande suggerisce l’inquietudine che è l’ispirazione originaria che sottentra  a questi testi, così come la copertina, un’elaborazione tratta da Gustave Courbet, Homme désesperé, che raffigura un volto come impietrito dallo sguardo di orrore di Medusa, di chi fissa il vuoto e l’abisso dopo esservi sprofondato e non trova scampo. Si respira il clima di contestazione degli anni Sessanta, ove, scardinato ogni saldo punto di riferimento tradizionale, nella totale anarchia e in un’abusata libertà di cui sfugge una razionale gestione, in qualità di “sognatore senza convinzione”, non si trova più il senso vero delle cose e del proprio esistere.

È un diario poetico di un vagabondaggio sulla scia di un’irrisolta maledizione alla Dino Campana o alla Verlaine, che s’inebria delle sorprese dei paesaggi, delle virenti cascate di terre, della distesa azzurra del mare, della vaghezza delle nuvole nel cielo, inseguendo frammenti di sé che si perdono nel turbine del mondo, come le foglie disperse dal vento degli oracoli misteriosi della Sibilla: “Allora scendevo i corsi dei vicoli / al bar del paese dove chiedevo una birra / alla ragazza dagli occhi di mare: / si rideva di semplici cose / e si costruivano città in plaghe di dolore.” (Sera a Giais). È un girovagare senza mèta che alla sera affonda nella “tristezza”, in un ininterrotto e drammatico circuito di solitudine: “Lenti gli ultimi giorni di settembre / sono scivolati via con un sole dolce; / del temporale della notte restano / pozzanghere ai margini del lungomare. / Di questi giorni l’aroma ho cercato / in giro per spiagge, pinete e lagune, / incontrando il passo dei migratori, / e per le composte fiere di campagna, / la domenica, quando fra giostre / e giri di danza il vino nuovo scioglie / canti di vita e di speranza.” (Girovagando).

È un’insoddisfazione che non trova appagamento neanche all’indomani di una vita realizzata, perché un’ansia inesausta d’infinito sospinge l’essere umano oltre le meschinità terrene, verso la mèta celeste, essendo stato creato a immagine del divino: “È stato per rompere / la monotonia / e illudermi d’essere in tempo ancora / che un giorno ti ho svelato / di volere una vita di avventure, / rischiosa, varia e interessante. / È stato / per sublimare la malinconia / e continuare nella rimozione / quando già mi sentivo marcire / la geometria dei canali e dolere / i parametri della vita. / E così non mi sono / scavato e conosciuto / abbastanza / e ancor ora mi sento / non molto diverso / da un linguaggio esanime, / da un meccanismo inceppato / che si ripete.” (E domani come ogni giorno).

La comunione d’affetti è forse l’unico escamotage che riscatti dalla banalità del quotidiano, anche se essa non impedisce di razionalizzare il proprio disincanto: “L’esistenza è invece / tutta una lenta contaminazione, / un inavvertito corrompimento, / e ti ritrovi un giorno / frantumato stravolto, (…) Anche nell’esistenza / mia / sento una frana. / Talvolta forse / hanno lo stesso segno / la mia angoscia e la tua, / quando il cerchio si stringe / e mi accorgo di cedere / e di adeguarmi. (…) Ora a tratti ritornano / come nebbia impietosa / una febbre non so / i fantasmi della dissoluzione, / ma tu non dirmi / di non pensare.” (Limitata serie). Si anela ad una pienezza che non si riesce a conquistare, nell’oppressione del proprio marasma spirituale e psichico; in questi casi, o ci si può adattare ad un surrogato di realtà di superficie o, come l’autore, essere un perenne sognatore disilluso: “Così / anche tu hai rinunciato: / il filo che poteva legarti / alla pienezza / si è spezzato, / né hai avuto parole / se non di circostanza. / Quasi pietosa / in silenzio / i tuoi occhi mi cercano / per scavarmi e illuminare / l’artificio che mi rende strano. / (…) Io, per me, resto / come nell’ingranaggio un sasso / che non si spezza. / La cosa più angosciosa è quando / il disagio di essere / grava la solitudine / non scelta ma cancro dell’anima / e ti senti un fanciullo / lontano dalla madre / e la tua vita / è un impegno mancato.” (Nell’ingranaggio un sasso).

L’amore stesso conosce la stagione crepuscolare, quando i bagliori accesi della giovinezza e l’idealizzazione estetica lasciano il posto alle ombre e alla monotonia del tempo che incalza: “Quando ti dissi la mia infatuazione, / tu dolce tu sfuggente / tu cristallina idea / umanata, / tu sicura / e terribilmente materna… / Il tuo sorriso / e delle tue parole / già si perdeva / l’ineffabilità / ed eri quasi terra / sistemazione / routine domenicale.  / (…) Dietro le grandi lenti / dei tuoi occhiali alla moda / l’attimo ho scorto / il tarlo che non dici, / e come ieri il presente / e il domani forse, / dell’esistenza la cenere / i fragili fiori pietrificati / tu come una cosa / e ogni tua stagione / una scommessa rinnovata / e ogni giornata / una prova d’appello.” (I fragili fiori).

La fatidica domanda rivolta ad ogni ragazzino, che è anche il titolo di questo corpus poetico, “Cosa farai da grande”, è la cifra di lettura della propria vita, ora che sono svelati i segreti, disilluse le speranze e inadempiute le promesse, ora che les jeux sont faits, eppure rimane innanzi la strada da percorrere, unico sussulto di libertà che può rivendicare l’aggrovigliata incognita del proprio io: “non sa / non vive / l’estrema macerazione / non sa / IO / è lo specchio / dove meglio mi conosco / ogni mattino / dove / il sistema non è / come sai in condizione / di sopportare modificazioni / ulteriormente a favore / la strada / che ho di fronte ogni giorno.” (La strada).

Recensione
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