Servizi
Contatti

Eventi


Da questo mare

Questi testi sono percorsi da un fremito di “annunciazione”, come si allude nel poemetto finale che dà il titolo all’intera raccolta, Da questo mare, citando la dichiarazione del pittore Lorenzo Vespignani (1925-2001) a proposito dei bombardamenti di San Lorenzo a Roma nel 1943: “Da quel giorno la realtà, sempre più spesso, cominciò a ferirmi come un’annunciazione.” È il reale che si rivela per trafitture, attraverso la maglia rotta della rete, per tentare il varco (per dirla con Montale) di un mistero divino che sovrasta e che balena per segrete epifanie ed oracoli celesti. Ciò corrisponde alla stessa enunciazione della poetica dell’autore: “Vorrei che si pensasse alla mia poesia come a una lunga, costante preghiera (almeno a un suo tentativo) con tutto ciò che implica nel dialogo quotidiano con il divino, con la sua infinita presenza di misericordia e sostegno del peso.”

Ecco, allora che s’innalza l’architettura di questo trittico ripartito nelle seguenti sezioni: L’amore che ti manca è la contemplazione delle Crocefissioni di Giacomo Manzù, cioè della figura di Cristo nell’intuizione artistica; 8, o della città è la quête della persona Cristi nelle turbinose dinamiche sociali, inseguendo volti e paesaggi da un finestrino in corsa lungo la linea tranviaria 8 di Roma, come ripercorrendo, duplicate (sono 28 le soste tra andata e ritorno) le stazioni della passione di Gesù; Da questo mare è l’incarnazione del Crocefisso nella sanguinosa e tribolata Storia umana attraverso la vicissitudine di un singolo (un giovane immigrato annegato nel tentativo disperato di raggiungere l’altra riva) che si erge ad emblema di una immane tragedia universale. L’immagine del mare contiene l’intero arco della versificazione, suggerendo l’abbraccio mistico con la totalità dell’assoluto e, anche a livello stilistico, figurando i rimandi letterari, gli echi di poeti che si avvicendano come flutti a inseguire le sacre sponde (secondo la suggestiva espressione del Foscolo) dell’approdo transitorio verso un altrove che arride oltre il limite visibile.

È una recherche, quella dell’autore, densa di pathos e di intenso lirismo, sospinta da una drammatica tensione mistica: “E andare a Te senza sapere / dove e a che punto sono / piccolo spazio dove il Tuo cuore dice. / Tu che nella preghiera ci chiami al lavoro, / letta la pietra sotto la nostra carne: / innalzato, tastato nell’agonia / che ancora Ti invade, uomo impossibile / a cui non basta giudizio.”(Uno). Un impetuoso fremito religioso pervade questi versi: “Sospendimi al Tuo divino spavento / con cui confessi la Tua vita alla terra. / La salvezza è in uno scambio di parti / ci hai mostrato grondando dal basso. / Ed Una la Storia, e inscindibile / dove solo in Te, alla Tua sorte d’agnello / è rimesso il nemico e il delitto.” Riecheggia i toni drammatici di Ungaretti di Mio fiume anche tu: “Ecco, ti chiamo Santo, Santo, Santo che soffri.” Il Cristo si nasconde nei crocefissi della terra di oggi: “restate dove paura / confonde, dove ogni volto è il grido / del vostro sopito. Raccoglietevi / nella sapienza di quell’unico gesto, / che nel mistero Uno è due non per somma.”

La nascita è un mistero avvolto dal pudore della sacralità: “Celeste Spirito… Spirito Santo… / Levatrice dal volto di madre, / Tu che ci conformi nella luce / al sorriso del Padre, nell’atto creatore, / già è gioia non salita muovere con Lui / nell’esodo, esseri natali la cui dispersione / è del mondo, già è azione passando.” Mentre lo scandalo della croce è confitto nell’abisso di ogni uomo: “Cristo deposto / come cane insaccato nello scandalo / della disperazione, nome proprio di uomo. / Sospesi restiamo nel silenzio eterno / e muto del Sabato; (…) Eppure, Tu ci ami Dio dell’Ovunque e Santo, / Dio di misericordia e Gloria, / TU CI AMI / giacché da qui è l’entrata del Regno / nella resurrezione e la morte / a cui rinasciamo, a ogni incontro / scorgendo dell’erba i contorni.” (Quattro). In Cinque la sazietà nauseabonda dell’idolatria figurata dall’obeso è un ignominioso oltraggio alla scabrosa nudità della croce che grida dal suo patibolo di dolore incompreso e di accecante desolazione di abbandono: “Sovvrammorso di uomini strappati / fuori dalla Tua divina follia, / che spartisce senza occhi la messe / nella piena della Tua estate.” Gli fanno eco ancora i versi di Ungaretti: “so che l’inferno s’apre sulla terra / su misura di quanto / l’uomo si sottrae, folle, / alla purezza della Tua passione.”

Cristo è il prototipo ideale di essere umano in cui si è perfettamente compiuto il disegno divino: “Attesa è quella morte che non avrà / strappo, che sa di sé tutta la carne / vegliata anche per noi dentro l’inizio / che viene e verrà dalla sua fine. / È questo l’uomo in più: l’amore / a cui manchiamo, la direzione / dove anche l’arte nella sua arte si arrende, / nell’ingresso che compiendosi / fa della nostra fatica memoria.” Risalire alla nostra origine, rammentare che siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio ci consente di ritrovare l’identità e la dignità perdute: “COR-RISPONDERE, con amore / questo solo ci è dato, fuori dal termine, / fuori dal banco prefisso. / Non alle spalle volta, ma edificata / verso la lucentezza di Te somiglianti / nel rosone ci sovverti ogni giorno, / ogni giorno GLORIA DELLA TUA GLORIA / noi apprendendo noi stessi.” (Sette).

Nella seconda sezione è una via crucis in chiave moderna, dall’osservatorio privilegiato di un tram in movimento, da cui trascorrono volti e paesaggi che si fanno pretesto per svelare i passaggi dell’anima: “La bontà negata ritorna / dove più forte traspare l’eco dei vivi, / dove non siamo né in terra né in mare / il seme che tenta d’essere solo unica spiga. / Anche al mattino ci sono le stelle / ogni occhio mi dice, fuoriuscendo dalle nostre galassie.” (San Camillo). Anche in questo caso è una ricerca inquieta, poiché, come asseriva S. Agostino, “il nostro cuore non ha posa finché non riposa in Te”: Cosa cerchi / fuori dall’incavo / dove Dio lo vuoi perdere, / quale fecondità / nelle ricchezze che hai avuto?” (Viale Trastevere). Lungo questo calvario s’incontrano testimoni luminosi che ravvivano l’esile fiamma della speranza: “Ma tutto torna come prima / oltre il volo, oltre l’amore offerto / e l’amore richiesto, oltre la mano tesa / nel sacchetto di vecchie e nuove miserie.” (Circonvallazione Gianicolense, per Marco Guzzi); “È dell’umano la non risposta: / ma è morto mentre dava, è morto / perché dava; la sua parte di pane / sulla soglia a dire: perché questa pena, / perché questo male? / Il nervo che della domanda / fa la battuta, e il respiro e il guado / sopra l’affanno della luce.” (Stazione di Trastevere, su Vittorio Arrigoni). È camminando insieme, sostenendoci e rincuorandoci, amandoci gli uni gli altri, cantando le lodi incontro al Signore, che si schiude la via della salvezza e della felicità eterna: “volto in schiera / alla terra con gli altri, amore d’oro / che ci ridona alle arcate – nudi per Lui intonando.” (Piazza Sonnino). L’amore, infatti, sovrasta e s’impone su tutto, anche sul potere apparente delle tenebre, con la potenza irresistibile della resurrezione: “Non capire che quest’amore che hai, / quest’amore che sei, non sei te / ma è Lui che in Sé è a Te, apparendo / e muovendosi nella tua luce più alta. / “Il male urla forte ma la speranza urla / ancora più forte” – s’alza stridendo / dai polsi la nuova Roma – già rovistando, / già piegando i suoi vecchi tra i pensieri.” (Navicelle). È lo slancio amoroso che si fa canto dirompente di vita innestata sulla ruvida scorza della realtà: “Ma Tu vuoi da noi la forza / che rompe, che nell’amore / testimoni al Figlio il piccolo giglio / che abita il mondo e Te, grazie a Te, il nostro essere corpo e casa e Tevere / nella luce che affluisce alle ombre, / il nostro incanto comunque / quando sospesa si gioca la vita.” (Navicelle). Lo sguardo dei poveri c’interroga e c’inchioda drammaticamente alla croce su cui Cristo nudo e abbandonato espia la nostra miseria: “Tu che ci chiami a restare / con Te fino a sera nel giorno stanco / di musica stanca, che attendi ritorni / nel freddo del sogno dei mondi: / i Tuoi poveri, i Tuoi migranti seduti - / già fissi – senza più tenebra ed obolo / che nella morte li possa dire. / (…) Un solo vestito per un’unica estate, / un solo dolore – che esplode e che basta - / fin quando ci lascerai guardare. / La Tua sacca – per non morire ancora assediati / dal troppo umano che ci traveste.” (Piazza S. Giovanni di Dio). La poesia è capace di rivelare il dolore nascosto che sottentra alla vita: “La sofferenza è una perdita bruciante”, / ripensavo, come da un rapporto / dalla fine del tempo. E a te poesia, / che così bene lo comprendi / dentro a una morte solo rimandata. / Non danno sconto le parole / che non giungono ma tu le rimescoli / nella condizione abitata, dài loro ascolto / nel primo mattone strappato alla diga.” (Viale Trastevere). L’epifania del divino s’affaccia tra le fessure dell’umana vicissitudine, penetra nei meandri segreti dell’essere: “E sei vento che ci trasporta, / l’uno per l’altro parola, carezza / nel tormento che non ci fa liberi; / anche Tu per noi pellegrino / di un ineludibile, inesauribile dolore / nella piazza raccogliendo l’attesa. / Perché il legno degli astri è la Croce / la memoria del giorno rivela; / dalle ferite lenite la luce che non finisce: / le dita che hanno toccato i portali / nella rifrazione degli ultimi.” (Santa Maria in Trastevere). Un’invocazione struggente si rivolge al Padre celeste perché discenda in questo inferno e irrori del suo benefico refrigerio la desolante angoscia: “Padre che vieni dal cielo, / Padre che vieni dal mare, nel volo / e nel canto aumentando di numero - / TU CHE VIENI E DISCENDI nella gloria / tremolante della luce – sempre l’ombra / rinasce splendore per vocazione / scorgendo il mattino.” (Quattro cape). È uno sguardo poetico di assorta visione in Dio: “Le prime migrazioni, / le prime luci a discendere / che ci fanno banchina / al largo dei nostri sguardi.” (Ponte Garibaldi).

Infine, Da questo mare è un’ode elegiaca intessuta di citazioni letterarie che le conferiscono un respiro universale: Ungaretti, Sereni, Dante, David Maria Turoldo, Eliot, il contemporaneo Roberto Mareggiani. Si rincorrono anche echi di voci promiscue, provenienti da testimoni comuni di eventi straordinari (come lo sbarco sulla luna, le rischiose traversate in mare), come da veementi incisioni sui muri, ciò che amalgama l’impreziosimento mitico con una corrente popolare. Questi versi, traendo spunto da un fatto di cronaca - un immigrato sedicenne trovato morto sulla spiaggia di Licata il 28 aprile del 2012 -, costituiscono come una denuncia in chiave lirica che, grazie a questo valore aggiunto, sulla scia della cosiddetta “poesia civile” abbracciata da Turoldo, ha il potere di scuotere le più intime fibre dell’anima, con un linguaggio profondo e intenso che svelle tutte le false sicurezze e raschia il fondo dell’abisso: “La tua pace è la sola tua guerra / che sopravvive e ancora risale / da questo mare / che della memoria / affonda anche le lastre. / Non hai nome / ma appartieni alla serie dei nomi / che non sono fra la schiera degli angeli: / il tuo spazio adesso è fra la riva e la terra.” L’inesorabile severità della morte contrasta con l’ardore di un corpo giovanile ora oscenamente avvilito, “nella rena coperto da insetti”: “Virgulto che poi hai tentato, a cui ti sei appeso / come anello a tracciare il confine / del giardino che deve restare sacro, / muto e ignoto ragazzo la cui bracciata / è mancata, la cui statura s’è rotta / nella rena coperto da insetti. / Tu che volendo dire la vita / hai pronunciato la morte - / ti sei pronunciato alla morte - / nella pancia di una nave madre / ad un’acqua senza cordone - / incontenibile, inesauribile / che non comprende e non ha requie. / Che non ha tempo – e non ha divenire. / Che non ritorna - / e cancella le tracce.” Un destino avverso e assurdo, tremendo e oscuro ha travolto questo giovane: “Non vogliamo stancarti con versi di lutto / ma siamo nati uomini, non siamo nati fiumi / il cui varco è scritto, il cui varco è dovuto, aperto / nella distesa che da sempre / lo aspetta – grande, mistica, buona / per chiara e naturale quiescenza, / per naturale e chiara custodia. / Per noi, a pochi metri, è data / ANCHE LA RUPE, / o il crinale / che nella crepa ci attende e riversa / nei luoghi dove il buio si compie.” L’unica consolazione che può confortare tanto dolore e dare una degna sepoltura è la preghiera, il “grido” (secondo una citazione di Eliot) dello spirito: “Nel saldo a giornata il motivo - / per cui noi da qui non riusciamo / ma dobbiamo, se ancora rimane, pregare. / E A TE GIUNGA IL SUO GRIDO / nell’eco che attende risposta.”

Scrive molto incisivamente Franca Alaimo nella postfazione: “L’appassionata qualità lessicale dei testi, fitti di simboli e allegorie, talvolta oscuri per eccesso di profondità e per limite naturale della parola di fronte all’urgenza metafisica, la veemenza dell’ardore immaginifico, non è dissimile dalla complessità dei testi mistici. La memoria dei passi biblici, quella dei poeti più amati, la rielaborazione in chiave sacra delle umane vicende, le riflessioni personali, il sovrasenso di molti passaggi, più che ubbidienti ad una consequenzialità logica, seguono una traiettoria interiore che infiamma la parola, costringendo l’autore quasi ad imporla e gridarla attraverso l’uso delle lettere maiuscole o del corsivo.”

Questi testi di Gian Piero Stefanoni, improntati ad una notevole elevatezza di contenuto e di stile, nonché ad un maestoso afflato spirituale, sono profezia di una dimensione altra che sovrasta e trasfigura la realtà, proiettandola nella lungimirante chiaroveggenza di una visione trascendente, sospesa nella contemplazione del sublime mistero del divino.

Recensione
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza