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Questo corpus poetico è un intenso diario di bordo che racconta l’incerta e difficile navigazione, la traversata tempestosa e travagliata che però, alla fine, approda ad una riva baciata da un’aurora di speranza. È una rielaborazione sofferta, che parte dal nonsense, dalla disperazione, dal drammatico corpo a corpo con se stessi, sprofondati nel baratro del nulla, all’insegna della totale disforia. Ma è un climax, un crescendo in positivo: dalla reiezione, dal vuoto, dalle tenebre, dalla dispersione cosmica, si ricostruisce alla fine l’armonia, conquistata dalla poetessa proprio attraverso questo duro lavorìo su se stessa per riattingere alla solidità della propria identità, immersa nel sano contatto con la vita, alla sua bontà fondamentale e forza viscerale, essa che è lotta, sangue, luce, gioia, amore. Ecco allora che, da quel “rivo strozzato”, direbbe Montale, si ritrovano le note perdute della primigenia meraviglia, che arpeggia l’anima nella soave melodia che canta la vita, nel pentagramma appassionato di tutte le sue sfumature che costituiscono il suo fascino intramontabile: “Gioia di scrivere | che balza sulle dita | e urge dentro | come una musica che si fa vicina.” (La vita adesso).

Sono dunque le due grandi forze vitali, l’eros e l’arte, a ricomporre l’armonia sovrana dalla dispersione atomica di se stessa, a ricostruire il midollo di quel tessuto vitale, facendo leva su quel desiderio innato dell’uomo per cui il suo essere freme all’unisono del respiro d’amore, come il suo cuore palpita di quella tensione inesausta al ricongiungimento di un’indissolubile unità. Così, la forza motrice della passione è quella che mette in centrifuga i frammenti di sé, scavando nell’abisso del dolore. È ciò che sospinge in alto “sopra il cielo”, che permette di sorvolare le miserie umane, con leggerezza di passi di vento: “”Cammino tutta sopra il cielo | quando penso a te | a queste cose | che mi dici | così sopra il cielo | (…) come una stella | che appare all’improvviso | così | mi culli | su | sopra il cielo.” (Sopra il cielo). Alla fine l’autrice riesce a ritagliarsi uno spazio fiorito in cui di nuovo abiti il sogno, sostanza della propria anima, miraggio che accende i sensi, ridà nuova linfa vitale e slancio a correre tra le braccia della vita.

Questa tenerezza dell’abbraccio dell’Essere si legge soprattutto nella sezione Dedicato, in questa conciliazione fondamentale dei rapporti che allieta e fa bella l’esistenza: “Poi ho sentito | di dovere cercare | la parola | chiusa | nello scrigno. | (…) Ed ecco allora | ogni parola | è divenuta fiore.” (Volevo dire, a Paolo Ruffilli).

Questo diario è strutturato secondo una logica coerente, pur nella materia eterogenea e incandescente delle mozioni interiori. Così, nella prima sezione, Il sapore del vento, Dedicato, si comunica, “si dedica” il proprio mondo interiore ad un interlocutore definito, che a volte può identificarsi anche con il lettore stesso. È invocazione di soccorso dal tenebroso abisso in cui si è sprofondati: “È l’infinita vacuità | del nulla | che ti chiedo | di aiutarmi | a vivere. | Ciò che fa dire: | misericordia – | allontana | questo giorno – | oppure: | ecco sia fatta | la Tua volontà | – e non riesco –” (L’infinita vacuità). L’amore si rivela forza vitale che trascende tutte le attese: “non c’è amore | che non trascenda | il finito. | Il profumo | di una rosa | sale. | Fino a te.” (Tenevi fra le dita). Struggente è questa dedica rivolta al padre, in un’intimità di affetti e di sentimenti commovente: “Sei stata il fiore della mia vita. | Non temere la vita. | Abbi fede in quello | che c’è di Là, | perché io vado Là. | E di Là guardo. | – Custodisci il mio segreto, | anima bella – “ (Anima bella).

La perdita dell’amato getta nell’abisso più fondo della disperazione, nella fatalità di una maledizione, per cui “ho sempre perso | tutto quello che amavo”, mentre la vita affonda “senza luce e maledetta”,“come le ombre. | L’ombra che io sono | da sempre. | L’ombra che è | innata in me.” La ferita d’amore è quella che ridesta il trauma originario e, come la livida marea, fa affiorare alla superficie tutti i relitti, vomita tutti i detriti: “Il dolore | che non mi ha mai | lasciato dalla nascita. | Tutto si dipinge | di nero sangue. | E torna al nulla.” (Lui). Si tocca il fondo, in una totale desolazione, in cui non s’intravede possibilità di riscatto: “Sei il nulla | l’inerzia | l’oblio più totale. | (…) Sei assenza. | Assenza da te | e dagli altri. | (…) Un corpo immobile. | Finito. | Spento. | Come la tua anima. | Fredda. | Finita.” Tuttavia, in Alla fine insorge un moto di speranza, ciò che tiene ancora le fila delle fibre sfilacciate dell’essere: “La speranza | è che l’amore | resti | Alla fine.” Ci si aggrappa a questa speranza d’amore come ad un’estrema ancora di salvezza: “Stringimi la testa al petto, | finché il viso | appoggi piano | su di te. | (…) Tienimi il viso, | amore. | Che non muoia.” (Tienimi il viso). Dalla melma stagnante del dolore si leva un’insurrezione di vita, “sostanza all’anima”: “Da quali profondità | dei cieli, | da quali abissi | di terra | sei venuta | a rialzare la testa | dal fango, | a riportare vita? | Sono nata, | io – morta dentro – | inutile e vuota, | ho respirato | luce. | Sentito il caldo sole, |annusato il profumo | perso | dei giorni.” (Da quali profondità).

Il dramma della malattia, del non vivere che logora i giorni, ciò che viene comunemente denominato depressione, affiora con espressività immediata e senza filtri, gridata in tutta la sua sconvolgente angoscia nella sezione Ritorno: “È come entrare | all’improvviso | dentro un tunnel | e non trovare | più la via d’uscita. | Svegliarsi la mattina | con occhi spenti | e vuoti | (…) Il vuoto – fuori | e dentro – | spenta la vita | all’improvviso | dentro. | Non più che | putrido | ricordo | – della luce –.” (Tunnel). Il senso devastante dell’inanità, dell’inettitudine e dell’impotenza attanaglia senza scampo: “Perdere tutto | e tutti | in un momento, | e non vedere | più rimedio | ad un totale isolamento. | (…) Ormai | non servo | più a nessuno. | Neanche a me stessa. | (…) Totale impotenza | degli affetti.” (Abbandono). Ci si ritrova prigionieri di se stessi, in un circuito chiuso da cui non si vede via d’uscita e che descrive lo stesso immutabile percorso obbligato (“Qui chiusa | nell’ossessione | del pensiero | che mi riporta da me a me | senza una via di uscita | se non dolore | sordo | e senza fine”), soffocati dalla marea livida dell’amarezza: “Ormai non vedo | più che me stessa, | ridotta a un’ombra | senza volto. | Fantoccio lugubre | di quel che ero | e sono stata.” (Se me ne andassi). È come se fosse scoperchiato il vaso di Pandora che riversa nell’anima tutti i mali: “Non so | quanto durerà | ora | che l’otre | dei sentimenti | è scoperchiata.” (Sento). Assale la tentazione di porre fine a tanta sofferenza togliendosi la vita, ma a trattenere da tale proposito è il pensiero che, in tal modo, non si faccia che acuire e prolungare nell’eternità questo atroce dolore: “Ma ci sarà | quell’altra dimensione? | E che sarebbe | per me dannata | dal mio gesto stesso? | Altro martirio | o una misericordia | senza fine | mi abbraccerebbe | senza chiedermi | perché?” (Se me ne andassi). Inoltre, si è sorretti da una speranza che, pur fioca, resiste ancora, retaggio della stagione felice di un tempo: “Si trova sempre | una via d’uscita | alla disperazione | che non ha limite, | a questa condizione | del tutto priva | di decenza.”Infatti, già si annuncia, prepotente, la riscossa: “Catturare un raggio di sole | che entra dalla finestra | e bagna il viso. | Io devo ritornare | a me | riprendere possesso | dei miei nervi | non posso farmi inghiottire | dalla situazione.” (Ritorno a me). E si parte proprio dal dato più immediato, fisico, dalla biologica vitalità, per ritrovare la strada che riconduce a se stessi, il sano contatto con la realtà, il filo di Arianna per uscire da questo dedalo ingarbugliato di sé: “Buttarsi nella realtà | A costo di star male | (…) Ritornerò | a me stessa | a poco a poco. | (…) Ritroverò | la strada | del mio corpo | abbandonato | inutile.”

Si ricomincia da se stessi, affrontando i primi passi di lenta rieducazione alla vita, assecondando i timidi palpiti di un risveglio alla speranza: “Un po’ alla volta | recuperare | abitudine | alle cose, | gesti | e rituali | di ogni giorno | che sembravano | lontani. | Come un bambino | a passi piccoli | ricominciare a vivere.” (Respiro luce). È rispettare i propri ritmi vitali affievoliti: “Volersi bene | tanto da non pretendere | nulla di più | di ciò | che si può dare | adesso. | (…) La vita con lentezza | come imparare | di nuovo a camminare | a stare in piedi | e a muoversi.” È il vuoto dell’assenza, il guado da attraversare necessariamente, il primo passo per riprendere il cammino: “La sensazione | di un’assenza | sempre incombente | e misteriosa, | come se il corpo | volesse andarsene | da solo | senza chiedere permesso | non so per dove.” È l’affacciarsi all’alba della vita, per ritornare all’innocenza dell’infanzia, allo stupore primigenio della creazione, alla verginità dell’anima: “Da me a me ritorno. | Quasi bambina. | Riscoprirò la vita | e il giorno, | l’anima | e il mondo.” È il nostos di un Ulisse che, dalla travagliata traversata, ritorna al suo nido di sicurezza e protezione, alle sue radici di esistenza originaria, per ritrovare la propria identità, accarezzando l’arcano che lo sospinge all’inesausto viaggio”: “Senza dimenticare | quel soffio | di mistero | che alita | dentro | e che mi rende | fragile talvolta | e nuda.” Ecco, allora, che esulta tutta la primordiale freschezza della vita: “Vita che in te stessa | e da te | ti rigeneri. | Trovi forza | per nascere | dal tuo stesso | progredire | e fluire. | Vita sei bella | come il volto | dell’amore | donato | senza pretese.” (Vita). È proprio custodendo l’integrità del cuore che, nonostante tutte le mareggiate che l’hanno eroso, una volta calata la marea, si può affiorare ad una luminosa sponda di intatta aurora: “Ho conservato | goccia a goccia | la linfa del cuore. | (…) Ora so. | Nulla è perduto. | Ogni cosa | rimane | salda | nel cuore.” (Ho conservato).

L’equilibrio è così precario, bilanciato equamente da progressi e regressi: “Un passo avanti | e uno dietro.” (Sul selciato). La rêverie di proiettarsi oltre l’orizzonte di questa vita è tutta intrisa di speranza, di ansia d’assoluto, di pienezza di vita e di bellezza: “Vorrei andarmene | in un giorno di primavera | con un raggio di sole | alla finestra | e all’orizzonte | un volo di rondini. | Stringendo fra le mani | la seta dei capelli | di un bambino.” (Vorrei andarmene).

Il rimpianto dell’amore perduto rode come un tarlo, ma, al tempo stesso, riaccende il fuoco del vissuto attraverso l’istantanea del ricordo: “Fili d’erba | gialla di grano | ricordano le nostre passeggiate | attorno a casa. | Quando i miei occhi | erano nei tuoi dispersi. | Indissolubili.” (Fili d’erba). Insorge un anelito di liberazione dal contingente che opprime: “Se solo si sbloccasse | questo soffio di infinito, | questo termine di cielo. | Sentire un soffio | che fa partire | il cuore | e ritornare | a vivere davvero.” (Questo termine di cielo).

In Nevrosi, A bordo della nave si proietta il proprio dramma in una figura maschile, defraudata, perciò, perfino della viscerale sicurezza femminile (della Terra Madre di cui disserta il filosofo Bachofen), in un impiegato frustrato dalla monotonia e dall’anonimato della sua funzione (“Un impiegato | deve eseguire | e non pensare”), il quale è a bordo di una nave che, assaltata dalla tempesta, alla fine, ineluttabilmente, fa naufragio. Si gioca in questo aut-aut senza scampo fuori-dentro (scopriva atterrito il protagonista de La Horla di Maupassant, dopo aver incendiato la sua casa, “ma il male è dentro di me!”, come qualcosa di inestirpabile, che ti accerchia e ti distrugge): “Fuori o dentro | il mondo –, | per descrivere la vita? | (…) Ecco sì, | da fuori, | da fuori descrivere. | Non nel gorgo | di un mondo | non mio. | Attore | non oggetto.” (Fuori o dentro – il mondo –). Si arriva, infine, al delirio senza tregua, al male insopprimibile e intollerabile, all’ossessione insistente e insolvibile: “ma come fate a non vedere | questo dolore | così evidente | da sfigurare | volto e corpo. | Così continuo | – picchia disperato – | continuo | non dà tregua alla mente –) | non so più | come gridare | la solitudine | che angoscia | e tarla | la mente | il cuore | l’essere mio | (…) Sto male. Sto male. | Sì, ecco, | oggi sto male | (…) Il male che mi assale. | non dà tregua. | È dura dentro la nave. | È dura fuori. | Sto male.)” Finché si giunge al naufragio definitivo, in questo ultimo SOS disperato lanciato nel silenzio dell’abisso: “(COMPLETAMENTE | SOLO | ABBANDONATO, | DA ME STESSO | A ME STESSO. | NESSUN CONTATTO | CON LA TERRA. | (…) NON PIÙ SEGNALE | NON PIÙ CONTATTO. | O CAPITANO! | MIO CAPITANO!”

Riaffiora il miraggio della vita antecedente come una reminiscenza di un mito del Paradiso perduto, dell’età d’oro dell’infanzia della vita: “Di quella vita precedente | non ricordo nulla | se non la libertà | del mio sorriso | e qualche angelo | venuto a portare | una speranza.” (In una vita precedente).

La situazione si sblocca proprio con la reazione, anche forzandosi controvoglia, con la risoluzione coraggiosa di partire. L’impeto della vita, inoltre, riassale anche con il vagheggiamento amoroso: “Davanti lui. | Camicia bianca | frangia sul viso | sorriso aperto | occhi bambini. | Non so che volto | ha un principe di fiaba. | (…) Rinascere, | vedere | lo spiraglio d’alba | e nuovo tramonto | e nuova brezza | e Lui che appare | e torna | e poi colora i giorni. | (…) Amo quella luce | La luce è amore.”

Ed ecco che, da un’iniziale nenia nostalgica di morte, esplode nel finale il tripudio della vita, in un inno ardente e vigoroso, in una rinnovata vitalità del sentire: “La vita adesso come dono | vissuta a giorni pieni | di lavoro e gioia.” (La vita adesso). Essa si esprime nella ritrovata estasi di creatività artistica ( “Allora la parola | è diventata vita. | Ha preso corpo | e volto | e forza. | (…) Tutte le forme | in un respiro | Questa la vita”, La vita adesso) e nella tensione dell’eros a fondersi, secondo il mito androgino platonico, di due in uno: “Essere uno e molti | e tanti luoghi in uno | e un solo tempo nell’eternità.”

È la vittoria della vita sulla morte, della gioia sul dolore, del bene sul male, della resurrezione attraverso l’ineludibile passaggio della croce. E soprattutto è la conquista di una donna, di una persona e di un’artista che, attraverso questo intenso diario di bordo, condivide, con chi raccoglie il suo messaggio di naufrago, attraverso una lucida consapevolezza, la sua tormentata vicissitudine, una sorta di viaggio negli inferi del dolore, sempre preziosa, unica e irripetibile in quanto avventura di quel mistero a se stesso ignoto, mai sufficientemente esplorato (“Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso”, Salmi 63,67), che è l’essere umano.
Recensione
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