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Discordanze intermittenti

Gianni Calamassi in questi versi si mette in ascolto della propria anima, intercettata dalle circostanze contingenti che l’attraversano e dalle stagioni della vita che si avvicendano. Allora, il paesaggio si offre allo sguardo quale immagine speculare delle intermittenze dello spirito che aprono “spicchi di cieli nebbiosi”: “Spingo la curva / Che insegue boschi / E libera spicchi / Di cieli nebbiosi / Nel caleidoscopio / Di paesaggi collinari / Dai nomi antichi / Schede di cammini / Coevi a lastricati / Sepolti dalla storia.” (Raccordi). Questa visione poetica, evocando “scene, odori, rumori” di un passato glorioso (“Calzature non scarpe / Carri senza gomme / Rimbalzava il rumore / Acciottolando”), scaturisce, come commenta Andrea Carraresi, da “un raccordo tridimensionale dato dallo sviluppo nel tempo: a partire dalla storia romana (Schede di cammini coevi e lastricati sepolti dalla storia – che ricordano ed hanno la forza del “sulle vestigia degli antichi padri” del miglior D’Annunzio), per inoltrarsi nel rinascimento (il giardino del re – probabilmente Boboli in cui Gianni bambino giocava), fino a giungere nel presente, molto più povero di valori.”

La parola è “scintilla vitale dell’essere” che accende il silenzio, lo trasfigura del suo afflato creativo, lo investe del suo respiro divino: “La parola scintilla / vitale dell’essere / mai sopraffatta / dalla furia delle immagini, / ma parabola, memoria / e solo dimora / d’ogni vita futura. / Soffio di brezza / su fuoco quasi spento, / osserva sentieri ordinati / sotto voli d’uccello. / Respira e vive / mentre il silenzio, / con le sue sfumature, / è dolore, è lago / che riflette ogni immagine, / ma nulla trattiene.” (La parola e il silenzio). S’invoca l’ispirazione artistica che infonda un alito di vita alla pagina bianca: “Mi scuote ogni giorno / l’urlo del mattino / che abbandonato il sonno / di una notte affollata / da minuscole ombre / azzurre, con gli occhi / al soffitto, resto in attesa / del tempo essenziale. / Aspetto un segno, un punto, / che mi dia la direzione, /anche nell’ombra nuda /dei falsi disinganni. / Vieni a proposito quando / tocchi del cuore l’asprezza / che non sa più sorridere / affinché noi, sulla pagina / Indifesa, si tracci un grido / di ribellione disoccupato, / inutile, ma sincero.” (La pagina indifesa). Il creato è lo specchio della bellezza divina che rifulge nella sua segreta meraviglia: “Trasparente come il vetro / L’acqua in movimento / Al dolce tocco del vento / Rifletteva la luce / Di un sole imperterrito / Che filtrava dalla mia finestra. / Il Divino è la bellezza / Del creato che si perde / In foreste autunnali / Su basse colline, fulve / Di foglie dorate. / Un’esistenza nascosta / Tra le ombre degli alberi / Esitando sulla strada / Del coraggio che porta / Alla verità: stella che / Fino all’ultima primavera / Occupa ogni mia notte.” (La bellezza del creato). Il mare rivive in tutta la sua suggestione maliosa, nella sua trasparenza d’eternità che tramanda dall’una all’altra sponda: “Era una notte calma, accigliata, / le onde trattenevano il respiro, / unica distesa di silenzio era / tutta la baia senza luna. / Ferme nel cielo all’orizzonte / campeggiavano nuvole estive / quasi lente forme prosaiche / emergevano dall’acqua scura; / i pallidi muscoli che le traevano / erano diafani come l’alabastro. / (…) Pochi spuntoni di roccia tagliente / attendono la quotidiana lotta col / mare che monta e spinge le onde / verso l’approdo: il sole senza sosta / batte la fresca superficie e la baia / tutta, è un’unica distesa di fulgore.” (Ode al mare).

Il firmamento stellato è un altro spettacolo che inebria l’anima di estasi contemplativa: “Nel fresco della sera lunga e buia / guardo le stelle e l’ardente cintura / correre lungo la nera volta celeste, / queste compiono l’arco e muoiono / nelle tenebre ai confini del mondo. / (…) La luna, nota musicale argentata, / danza accesa nell’oscurità senza fine.” (Paesaggio notturno).

Lo spazio del sogno si ricava come un evanescente miraggio dallo sterminato deserto dei giorni: “Una strada ampia che il cielo, / popolato di sole e celeste, / vi riposa dentro. / Passano nubi morbide e qualche / stormo di uccelli che rendono / autunnale, ai miei occhi, lo spazio / che mi avvolge e dintorno mi stringe.” (La realtà nei sogni). L’“illusione”, tanto inneggiata dal Foscolo, (“Illusioni! Ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore”) rivela il suo triste disinganno: “Altra ventura a me rivelano / I prismatici riflessi delle stelle / Nel grembo crespato del mare / Che mostra il tempo specchiato / Nella disperazione del passato. / Nell’aria cromatica i desideri delusi / Sono le prime fragili foglie secche / Che galleggiano fino a terra.” (Altra ventura). Nella terribile sofferenza spirituale che attanaglia, in un’estrema spoliazione, si auspica che almeno un fievole barlume di luce rischiari le tenebre: “Mi restava una sola strada da scegliere: / In salita. / Non bastavano più le parole / ad indicare la via, era necessario spogliarsi / dei sogni che avevano reso / leggera la vita, ma il ricordo di quello / che era stato annebbiava il pensiero / che l’uomo era al centro del tempo. / Dio l’aveva punito abbastanza, / privandolo della capacità di amare / che gli aveva donato. / Rimaneva una piccola fiamma luminosa, / ma tremula e instabile / a sconfiggere le tenebre del mondo, / a sostenere il respiro della natura / occultata dall’oscurità. / In quella spero, così passo i giorni / sapendo che non sarà in eterno. / Piango ancora la morte di Cristo / domandandomi se tornerà / o mi lascerà morire.” (In salita). Le anime trascorrono sulla terra in vista del destino che le attende nell’eterno, anche se spesso con le loro note false offendono la sinfonia di sublime armonia che sottentra al creato: “Il sole gettava una rete d’oro sulle / piccole onde di un mare sereno, / un’onda, umettava di bava la rena. / Il vento, che odorava di sale e / alghe marine, abbracciava / le rive coperte di verghe d’oro. / I boschi imbevuti di luce dorate / senza fretta elevavano al cielo / un ringraziamento di pace. / (…) Eppure, d’intorno, freme l’odio, / la sedizione e l’accaparramento. / Perché mi chiedo, / l’uomo non pensa alla bilancia / che peserà le anime? / Quando l’aria si farà pesante e ferma / che basterà la leggerezza / di una Piuma / a mutare il destino eterno?” (Anime silenziose).

Il canto del poeta è venato di amara malinconia e di stanchezza, proiettando ormai le proprie attese e aspirazioni verso un altrove, una dimensione trascendente che possa appagare l’intimo anelito d’infinito e di assoluto: “Stanco è il mio vecchio cuore / E solo la natura lo conforta / Che niente più sa dare / A chi lo cerca. / Lento volge lo sguardo attorno: / Al tramonto nubi nere di pioggia / Permettono agli ultimi raggi / Di spalmare luce sanguigna che avvolge / il paesaggio di un’aurea violetta. / Lenta flotta fantasma le lunghe / Nuvole piatte gli scorrono davanti. / Nella valle le sagome dell’ombre / Vede spostarsi e ispessirsi nel bosco / Intricato di rovi e muti sospiri di spine. / Scorge il creato e con lui si placa / Che dell’ultimo respir l’attesa brama. / Mentre una sottile luna nuova, / Guidata lungo un filo, / Solca un cielo abbrunato.” (L’ultimo respiro).

Seguono poesie di forte impatto emotivo improntate al racconto realistico del vissuto umano. Vita in città, così, è uno scorcio drammatico della grottesca indifferenza e brutalità che imperversano nell’anonimo circuito cittadino: “Città come cimiteri vuoti, senza lapidi, / identità perdute di giovani senza futuro. / Fiori di plastica stretti ai pali della / segnaletica stradale, vasi abbracciati / ai semafori accesi come lumini, / sollecitano un rosario di preghiere / in ricordo delle pozze di sangue, / delle gore che macchiarono l’asfalto, / della segatura, dei lenzuoli e del cielo / sopra membra confuse e scomposte, / con l’intermittenza dei lampeggianti / blu e le sirene della Misericordia. / “Requiescant in pacem” / in questa fossa comune di città, / coronata da stupri e violenze / officiate da pettorute vigilesse / in divisa, stivali e fischietto, / con l’applauso della folla all’uscita / della Messa. Più nessuna paura / dello spettacolo dei morti, niente / commosso silenzio o sospirato / raccoglimento; mancano solo / le hola ed i cori blasfemi da stadio.” (Vita in città). Commenta efficacemente la poetessa Anna Parodi: “E viviamo in città corrotte, dove il suono della sirena nemmeno ci spaventa: presuntuoso sentire che quel dolore sia di altri. E ci siamo lasciati corrompere dall’abitudine che toglie commozione e spavento e forse, di fronte allo spettacolo della morte, proviamo solo il fastidio di sentirci noi pure mortali, ma un attimo dopo ci sentiamo onnipotenti.”

Africa rivive il ruggito della rivolta che sale dal tumulto popolare, la cosiddetta primavera araba: “Avverti che il vento della rivolta cavalca / Sulla pelle dei giovani studenti in piazza Tahrir / (…)Chiedono all’aria di obliare questo inferno / Vulnerabile di fragili promesse. / Accogli, popolo, fra le braccia la richiesta / Di questa selvatica preghiera. / Inshallah.”

Nel cielo il vento della Shoah è un tragico affresco in bianco e nero dell’orrore dell’olocausto, di quell’angolo sperduto del mondo offeso da tanto strazio e popolato ancora delle anime delle vittime, le quali gridano ad un cielo muto che continua quasi cinicamente a risplendere “su le sciagure umane”, come declamava il Foscolo: “Le ombre disperse delle vostre / Anime tacciono sul muro / Schizzato dal cielo bianco, / Offeso da ditate di azzurro. / Addossati come nubi contro / La volta che scivola in cupa / Tenda di velluto in attesa delle / Spire verdastre di serpenti ariani. / Anche le pietre del piazzale / Si rivoltavano inquiete al soffio / Freddo che sapeva d’erbe e di boschi, / Che del sentiero dilavato / Increspava le pozzanghere / Piene dei fantasmi dei vostri figli. / Non scorderò le voci nel vento / Chiedere giustizia ai pezzi / Di cielo, come voi caduti, / Mentre il sole continuava / a battere indifferente.” (Nel cielo il vento della Shoah).

Gianni Calamassi con questa silloge sa dar voce alle aporie dell’esistenza, alle contraddizioni del vivere, a queste “discordanze intermittenti” che feriscono l’animo sensibile del poeta nel lacerante dissidio tra bene e male, felicità e tristezza, purezza e corruzione che abitano il cuore dell’uomo e s’incarnano drammaticamente nel tessuto sociale e storico quotidiano.

Recensione
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