Servizi
Contatti

Eventi


Entelechia

Ad illustrare sapientemente la chiave di lettura di questo libro cifrata da un titolo così enigmatico è Paolo Ruffilli nella prefazione: Entelechia è, nella formulazione aristotelica, lo stato di perfezione raggiunto da un ente che abbia attuato pienamente il suo essere in potenza.” I versi, così, hanno proprio questo sapore di compiutezza, nella loro lapidarietà immediata e discorso conchiuso affidato ad una struttura metrica scarna ed essenziale. Eppure vi trovano spazio la visionarietà e l’estro fantastico con cui si compongono le immagini, tratte dal mondo naturale per esprimere quello interiore: “Il più grande dei fantasmi / è il vento / presenza invisibile / con tante voci / come una divinità: / dalla sua casa nell’infinito / disegna le nuvole / e solleva il mare”; “Consueta si adagia / la stanchezza della notte, / un po’ simile alla morte, / sulla mite terra indugia / quasi fosse una cenere / che non conserva le orme”; “Un cerchio di nuvole guerriere / ma dal profondo centro, il cielo / fa forte la difesa: / il sereno è una conquista / la volontà, dopo ogni tempesta, / di rimandare i raggi della luce.” Spiccano intuizioni folgoranti ed incisive: “L’uomo che sembrava / un disegno nella nebbia / e con il volto di cenere / esaurite tutte le fughe / non ha più trovato / il luogo dove esistere”; “La luce, appena dietro, / cede all’ombra il suo spettro / l’ombra della notte / l’ombra delle grotte / l’ombra della morte / quando è ombra piena / la vita sembra in pena”; “Ogni giorno / che ci viene incontro / forse ci somiglia / non vorrebbe finire: / se rimanesse oltre la sua storia / sarebbe una strada senza luce.”

Il luogo prediletto dall’autore è la magione incantata dell’anima, ove aleggia sovrana la poesia: “Io ho, o forse sogno, una casa / al centro di una stella / dove nulla è reale e c’è l’ignoto / che non conosce il tempo / e non ha dimensione, / quella casa, un’utopia, / ha fragili pareti di poesia: / delle mille anime / che mostro al mondo noto /vi abita quella che è soltanto mia.” La luce è un elemento ricorrente a designare lo splendore divino: “La luce è / il convegno delle anime / che hanno attraversato la vita / per scegliere di mostrare / ciò che era nascosto / alla penombra degli sguardi.”; “Illuminarsi / è quando l’eternità / e la vita / hanno la stessa ombra.”

La vita è un mistero spesso inattingibile e indecifrabile: “Se la vita va vissuta ora per ora / allora, è vero, non l’ho capita / dovunque vada non trovo dimora / e sento il destino che mi addita”; “Ritornavo alla consueta riva / non so più se di mare o di vita / era comunque approdo, non tradiva, / poi, sviato dal tempo, l’ho smarrita”; “Ha rumore di passi sulla neve / la solitudine con la vita lieve / senza timore s’avvicina al buio / come allo spazio più simile a Dio.”

Si profilano sentenze di saggezza e di conoscenza dell’essere: “La misura dell’uomo è il confine / ogni spazio può essere misurato / e non c’è nulla che non abbia fine / sa dall’inizio che il tempo è limitato / il vero spazio è il grande ignoto / il pensiero si perde nel suo vuoto / e sogna l’anima tra le cose belle / il mistero l’infinito e le sue stelle”; “Non è definitivo scomparire / è solo un giusto finire / come il mare che insegue / la riva che ha di fronte / solo il cielo prosegue / oltre ogni orizzonte.” Si vive come uno straniamento da se stessi, sempre proiettati verso un altrove: “Uscire da se stessi / e non trovare il mondo / essere sospesi / eppure consapevoli / di quest’attimo ignoto / di un remoto passato / che ci ha ritrovato”; “È strano che mi senta uno straniero / come se avessi bisogno / di essere sicuro che anche prima c’ero / ma forse è proprio vero / che sono caduto da un sogno.”

Il poeta si concede a tutte le intemperie dell’esistenza: “Io sto con tutti i venti / se facciamo festa / creiamo una tempesta / le nuvole e la follia / si fanno compagnia: / saluto la vita ordinata / così scontata / da sembrar malata.” Egli formula considerazioni che attengono all’umano vivere: “La legge vera della vita / non riconosce la diversità, / dimostra a tutti / nel confronto finale / quanto l’inattesa fragilità / sia per tutti uguale”; “Ho scelto di amare / le povere vite / dimenticate sul fondo / forti e costanti / mute e solidali / groviglio di abbracci / come radici / che reggono il mondo.”

Si tende a trascendere la realtà per proiettarsi in una dimensione ultraterrena: “C’ero anch’io / in quella luce nuova / staccata dal cielo, / serena inconsistenza / dello stupore / senza più dolore: / davvero è accaduto / ma fuori del mio tempo / in una malattia del sonno / con la morte lì vicino”; C’è un silenzio nativo / non quello che segue i clamori / che, come l’uomo schivo, / nasconde i suoi tesori.”

Gianfranco Jacobellis in questi testi tenta di decifrare il segreto della vita, per quel po’ di certezza che ne affiora, perché è come cavalcare la tempesta, nei flutti indomiti con cui incessantemente l’assedia: “Vivere è fronteggiare / le burrasche di mare / su di una barca / dalle vele di sogni / col cuore in equilibrio / sopra tutte le onde / e quando ti ritrovi / sulla riva sicura / tu non sai mai se è vero.”

Recensione
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza