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Fine del primo tempo

Questo romanzo è un incisivo ritratto di una vicissitudine autobiografica: in fondo, la storia di ognuno, delle scelte che segnano la sua esistenza, è potenzialmente materia letteraria. Così, l’autore, narrando la propria vicenda, rievocando in particolare il rapporto con il padre sull’onda emotiva della sua morte, svolge un servizio prima di tutto a se stesso, riavvolgendo il nastro della sua vita ormai in età adulta e rielaborando le dinamiche che hanno interagito sulle diverse situazioni e l’hanno condotto fin qui; in più offre un contributo prezioso al lettore, specie se giovane, additando un esempio di ricerca della propria realizzazione giunta a buon fine.

Questa sorta di quête sulle orme della figura paterna diventa anche un’inchiesta sul suo vissuto personale che s’intreccia dialetticamente al tessuto storico, sociale e culturale dei turbolenti anni Sessanta. Nello spartiacque spaziale tra Ravenna, città d’origine - la quale brilla per le consolidate amicizie e il favoloso scenario del mare – e la fascinosa Venezia - dove Federico Montanari compie i suoi studi e concretizza il suo sogno -, sullo sfondo di quell’epoca rivoluzionaria, rivivono, così, filtrate dall’esperienza individuale, le contestazioni studentesche, l’occupazione dell’università, il caso dell’editore Feltrinelli, la primitiva gestazione di Mistero Buffo di Dario Fo, lo sdegno per l’invasione della Cecoslovacchia in seno alle contrastate prese di posizione del Partito Comunista.

 Sul piano temporale ci si trasferisce dal presente, che vede il padre gravemente ammalato, a continui flashback con incursioni nel passato, ove s’indaga il rapporto filiale in relazione alle decisioni e alle contingenze del periodo. Affiora alla memoria, allora, tutto quel mondo in fermento della giovinezza, dove si deve ancora maturare la propria identità, tra velleità, aspirazioni, ambizioni, incertezze, finché non si aprirà con chiarezza la propria strada, grazie al coraggio della verità e della libertà, all’impegno e al sacrificio. Allora, il protagonista potrà effettuare il salto di qualità da un lavoro raccomandato dal padre, decoroso ma poco gratificante, nel grigiore delle consuetudini d’ufficio, all’avventura esaltante degli studi delle Lingue a Venezia, che intraprenderà con passione e profitto, fino a raggiungere l’attuale entusiasmante professione di insegnante a Treviso.

Anche per quanto riguarda la dimensione affettiva, trascorrerà da flirts ‘sperimentali’ all’appagante relazione amorosa con Rosanna, conosciuta durante un soggiorno di studio a Grenoble, la quale diventerà la compagna di vita e la madre dei suoi figli. La scelta ardita che gli ha permesso di realizzare felicemente le sue aspettative è costata molto all’autore, soprattutto per l’incomprensione del padre che non accettava che il figlio si allontanasse da casa e abbandonasse una posizione sicura per un temerario tuffo nell’ignoto. Ora che si trova al suo capezzale, Federico Montanari vede affollarsi rimorsi, rimpianti, illazioni, come sempre accade quando scompare una persona cara e il cerchio si stringe, chiedendoci che cosa potevamo fare di meglio per lei e come sarebbe stato possibile evitare il peggio: “Ma è troppo tardi per fare ammenda e queste piccole ferite rimangono dentro di me e ogni tanto le sento perdere qualche goccia di sangue.” Come tracciando un bilancio, il narratore definisce “fine del primo tempo” il viaggio dell’irrequieta giovinezza, trascorso tra alterne sorti, tra perplessità e smarrimenti, fino all’approdo della maturità, dove può raccogliere con soddisfazione i frutti della sua costante applicazione: “Adesso quindi io sono pronto. Sono pronto a camminare sulla strada che ho voluto fortemente e che ho scelto con qualche sacrificio, ma con grande convinzione. Ecco: anch’io sento ora che il primo tempo della mia vita sta finendo; non la giovinezza evidentemente, ma il tempo dell’osservazione e della scoperta del mondo, dei sogni e delle incertezze, della preparazione, delle velleità e dei tentativi. Ecco, anch’io posso dire di sentirmi veramente me stesso in quello che faccio.”

Federico Montanari, con questo romanzo che scorre gradevolmente alla lettura, ci offre lo spaccato di una limpida visione della realtà, attraverso la trasparenza e l’acutezza del suo sguardo lungimirante di poeta che non nasconde gli aspetti negativi e che al tempo stesso contempla il bene e la bellezza che gli sono state donate e che ha saputo custodire, così come per la figura paterna, di cui, nonostante le ubbie e le ombre che caratterizzano un po’ tutti i rapporti, conserva gelosamente gli istanti preziosi trascorsi insieme, gli insegnamenti e soprattutto la tenerezza e le premure di cui l’ha circondato: è un riepilogo di una combattuta vicissitudine alla luce della pienezza del traguardo raggiunto.

Recensione
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