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Fogli di speranza

Fogli di speranza: il titolo, come suggerisce l’autrice, deriva da un’usanza giapponese di scrivere su foglietti di carta i “Tanzaku”, vale a dire i desideri, e di appenderli ai rami di un albero. Evoca anche la figura misteriosa della Sibilla che disperde al vento frammenti di oracoli incisi su foglie, ad indicare l’aleatorietà, la leggerezza del vagheggiamento poetico: “Vivo le foglie come una donna, | leggera carezza delle tue mani. | Come in amore, di qua e di là, | di ramo in vento.” (Tempo e amore). La parola “speranza” è motivata dall’arte maieutica, di matrice socratica, di dare alla luce il meglio di sé, “per amare l’esistenza contro le parti oscure di me”: “Nel piccolo mondo che la vita mi affida, da sempre, coltivo la speranza, non per cercare da qualche parte quello che mi manca, ma per dare azione al coraggio e coraggio all’attesa, per dare tregua ai pensieri.” In versi, Annamaria Cielo dà questa definizione della speranza: “Sperare è come avere | pietà di sé. Due - | sopra una zattera. | E vagare nell’alba | per tutto il giorno.” (L’alba ai desideri).

È una linfa vitale che sottentra all’esistenza e va alimentata ogni giorno con la forza della fede: “Con tutto il credo accenderai il sogno, | ogni giorno e ogni giorno, per ridare | luce al vivere chiuso nel fondo | come un ferito dai mille esplorati. | Accenderai il sogno e salirà dai prati | la stessa acqua che nasce dai monti | perfora la terra, | dà famiglia alle radici | e porta alta l’erba.” (Ogni giorno e ogni giorno). Contro i contraccolpi quotidiani, essa, timidamente (“Amo la speranza incerta | per l’ansia rannicchiata e sola”, La fantasia della speranza), eppure tenacemente, alza la testa: “Cara speranza. | Si va in te | come in una chiocciola | dopo la pioggia | quando scivoli fuori | e piano la testa | alza gli occhi.” (Cara speranza).Viene innalzato un vero e proprio inno alla speranza (“Quasi speranza: | in foresta la vita | chiede il sole”), in una sorta di eziologia cosmogonica, che richiama quello di Peguy, per cui Dio stesso si dice ammirato di essa: “Con ogni uomo | viene al mondo la speranza. | Questa è sopra gli angeli, | perché ha fame e sete | che gli angeli non sanno. | Poi, sempre insonne | chiama la propria alba. | Continuamente | porta al Tramonto | tutta la luce imbastita | da una vita intera. | Lode a te, speranza, | mare di neve in fiaba | o per essere qui.” (Lode). Il poeta è il cantore delle trepidanti meraviglie di cui freme l’anima, come corde pizzicate dalla suprema armonia, e delle piccole tenerezze che carezzano i silenzi, come fruscìo di spighe che ondeggia sotto il cielo chiaro: “Sono contro gli uomini illimitati | perché all’inizio di tutto amo, | e chi ama sa limite, tenerimento, luce. | Per tutto ciò e così sono un poeta, | cantante delle spighe e della neve.” (Sono). Le stagioni si avvicendano in simultanea a quelle della vita: “così breve | trascorre la neve | estuario del tempo nella lentezza. | Alla marea dei fiori | già il t’amo e non t’amo | per cominciare l’autunno.” (Eppure era già Natale). Interessante è questa composizione che ricalca la definizione paolina per cui il corpo è “tempio dello Spirito Santo”: “Il mio corpo è una chiesa, | ne sono custode. | Dall’alba entro lungo la navata, | che affretta d’eco veloce i passi.” (Il mio corpo è una chiesa).

La poesia degli affetti è tutta pervasa di uno struggente lirismo, come la dedica a suo figlio in Fotografia: “Di te, Giovanni, tre anni di ricci biondi | brache tirolesi di cuoio unto | per voglia di correre. | Tutto fra le mie braccia il tuo sorriso. | Ho memoria minuta di quella quiete, | l’andare dolcissimo dentro la felicità, | che le tue piccole mani profumate | mi prestavano sotto forma di carezze.” È poesia domestica, capace di ricreare colori e profumi di tutte le stagioni: “All’infinito servirebbe il mio cortile, | per dare finestre a nuvole e anime. | Il mio cortile. | Pronunciarne l’inverno | è udire la pace quando | la mente si abbaglia di bianco. | Dire la primavera | è come se dal nulla spuntasse | un triplice mondo creato | dal verde, dall’aria, dalle rondini.” (Il mio cortile).

Di notevole fragranza lirica è questa visione sospesa del creato che si affaccia al mattino dell’eterno: “Come una filatrice del mondo | che tesse in una muta forza | l’intera preghiera dell’alba, | il paese materno | mi appare tra i colli. | Quanto camminare sul viale | dato dai gelsi. | E dirsi figlia e madre | nella gioia di un silenzio.” (Monteviale). Il mare sboccia in tutto il suo stupore di azzurra trasparenza dal biondo calice dell’aurora: “Aria madreperla per una foschia | che dirada quassù dal colle | e, senza fine, al mare. | La mia ombra custodisce il limite. | Gabbiani infiorano di bianco | cime di cipressi e rupi bagnate | senza pace di vento. Sperano | nei pescherecci dalle ali d’acqua, | lento diario per avviare il giorno. | (…) Bianco verrà l’assalto nel grido, | muto argento dei pesci all’aria.” (Dopo l’alba i pescherecci). Anche i monti svelano tutto il loro fascino di nitore immacolato: “Sole ciclamino sulle vette aria pura. | Meraviglia, questa pace | si anima e chiude in vento il settembre | lasciando un celeste limato dal sogno. | Immagine divina. Compagnia. | Frantumi di roccia sfrangiano ghiaie | scendono a intervalli ventilati di neve.” (Dolomiti). Suggestiva è questa leggenda delle stelle innamorate ( Tanabata), condannate ad essere lontane, ma che si inseguono perennemente in un anello di luce: “Per troppo amore | scacciati dal mondo. | Chiusi in due stelle | opposte sulle rive | del fiume celeste, | Ama no gawa. | Invisibili al sole. | Chiamarti è luce, | pietra che riluce. | (…) E un ponte di ali | ci unisce per una notte. | Per una notte averti | profonda è la vita che taglia | il dolore.”

La sezione Sans le point, francese, è improntata all’intensa musicalità caratteristica di questa lingua: “Non plus la joie n’est parfaite, | elle est un oiseau qui boit | à la lumière solitaire, | mais un cri de vol | est sa parole” (Sur la forme imparfaite); “Et la prière dilate l’espoir | au delà de tous les lieux | Souffles d’énergie | tremblent mes épines” (Entre possible et réel).

Dall’oasi quieta dello spirito fioriscono delicate rêveries poetiche: “Durante la neve nella giornata fitta | in guscio va il tempo e quel suo forte | passo di gigante. | Un vento di piume sottolinea il silenzio. | Cammino devota a un sentiero, | come se al pensiero ripetessi il bianco | la sua anima, la mia anima, la sua anima.” (Durante la neve); “Arcobaleno bianco è della luna | arpa gigante. In barca fiorisce di vele il mare.” (Arcobaleno bianco); “Un volo bianco di colombe | nella foschia d’oro dell’alba. | Il cielo trema, si crede sulle onde.” (Etiopia); “Sarà fede il sole, fitto di piume ai raggi.” (Vibrazioni).

Annamaria Cielo ha questo tocco di grazia e di artistica armonia che snellisce e modula i testi come una soave melodia: “Solo l’anima respira in uno scrigno, | mistero del buio offerto come primizia di luce.” (Lenta paura giovane); “Tempio l’azzurro | che ricorda nitriti di mare sulle onde.” (Lo spirito dei popoli indifesi); “Ecco gli amici, dritti al cuore | in un’aria d’alba quando tesse i colori.” (Nel profondo).
Recensione
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