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Geografia interiore

È appunto una geografia interiore quella che Giovanni Sato percorre in questo viaggio poetico, attraversando terre ignote e deserti dell’anima ed esplorando sconosciuti abissi: “Il viaggio offre in tutta la sua lunghezza / un proseguire di sogni infantili, / un intricarsi delle membra: / altro che tranquillità, / a forza d’inseguire albe / i giorni dilatano il chiaro / e un odore di Lune sporge / dal giardino a fine sera. / Il viaggio è una ricerca / di messaggi in bottiglie / rimate dagli oceani / e indirizzate fin dentro / le nostre immensità.” (A domani).

In tale tragitto dello spirito si accarezzano i mutevoli paesaggi e i delicati lineamenti che si delineano nelle diverse stagioni della vita: “Ho liquidato il raggio del mattino, / ora che i giorni nascono dal buio / e tutti i sensi convergono in te. / Plasmando luoghi abiti nei giorni / cambiando terra quasi come il vento, / oggi sei spiaggia e quando è sera monte. / Così attraversi dell’anima le dune, / passi le crune dell’ago come un filo / e intessi lune nel cielo delle brume. / Tutto così traspare nel tuo mezzo, / in quell’essenza che libera le cose / e fa svelare le verità più care.” (Ho liquidato il raggio del mattino).

In questa traversata avventurosa accade di smarrire gli evanescenti confini del reale: “Nel mio viaggio il dramma sale lento / sull’acqua che volteggia, brilla, ricorda, / frammenta, scompone, frappone e poi va / seguendo il suo corso addensando storie, / riparando i danni e chiudendo anche / le più profonde ed estese ferite. / Nel mio viaggio sembro scordare il perché / della mia partenza e tutto appare / sbiadito, soffuso e lontano come / nebbia che al mattino nasconde. / E il vero volto delle cose è questo / perdurare d’incertezze e vanità, / questo sparire delle voci. / Come la chiglia delle nave, / che percorre con liquidità e silenzio / miglia marine.” (Nel mio viaggio il dramma sale lento). Il viaggio sfiora sensazioni indefinite e svela nascoste verità: “Spesso il viaggio conclude / un’ecloga di pensieri / sfiorando sulle sabbie / il velo che sopra le cose sta.” (Spesso il viaggio conclude). È un invito a scoprire il senso del nostro enigmatico itinere che ci sospinge inconsapevolmente verso straniere rive: “Vieni con me / nel duplicare del porfido / in sentieri antichi che resistono / al passaggio del progresso: / non tutto quel che è oro luccica / e i nostri occhi non vedono che materia: / l’anima si è dissolta / nelle reti dell’etere / ed essere è solo qui, / senza che visioni di cieli mostrino / le essenze vere dell’esistere. / Ecco / arrivati al cerchio / comprenderemo / il senso del nostro viaggio: / seguire sentieri è come entrare / nella cruna dell’ago / e ciò che avremo perduto / lo raccoglieremo in misura maggiore / come si raccolgono / le pene alla fine / d’ogni giorno per dissolverle / nelle preghiere sottili della sera.” L’arrivo è indefinita attesa che si prolunga al di là della “pena” di “durare oltre quest’attimo”, direbbe Luzi: “Temo per le infinite / volte delle città, / sorprese dalla pioggia a tarda sera, / senza riparo così che gli occhi, / bagnati dalla felicità, / vedono dal fondo / l’emergere dei giorni. / Temo per le infinite / volte che il mattino darà luce / alle ombre tranquille, / fra le mura l’incavo raccoglie / la pioggia del giorno prima / e la sete si calmerà per poco. / (…) Il timore è che finiscano / e dalle maree emergano sogni oscuri, / come sempre cala / il velo della sposa a sera / e al villaggio il sabato / è il giorno migliore.” (L’arrivo).

Vi è una segreta dolcezza nel contemplare l’intima bellezza dell’immagine divina che ci è dato di cullare nella nostra interiorità: “Qui nel cerchio del giorno, / dove la pietà ha il volto della rosa / e chi la vede ama / e chi passa oltre cammina, / senza vedere il battito.” (Il Cerchio non visto).

Se l’eterno abita la vita, allora tutto si accende di una speranza ulteriore, come lo squarcio d’azzurro in un cielo plumbeo: “Se un po’ d’azzurro cade / sulle fragili vie dell’occaso / sui volti noti ed ignoti, / sulle rive lasciate / a morire di luce. / E sulle notti che verranno / portando dentro la pioggia. / Allora vi sarà / speranza di nuovi viaggi, / e ti porterò lungo le scogliere / e fra i margini / di nuvole disabitate. / O nel luogo di mezzo, / dove non è giorno.” (Le fragili vie dell’occaso).

Il dolore è una sosta non prevista, ma purtroppo obbligata, ove il tempo è sospeso e l’essere è inchiodato alla sua croce: “Spuntano / rose dalle ombre: / il moto è un segnatempo / chi si ferma è notato a vita. / Bruciate le tappe il sentire ascolta / l’infrangere sulla scogliera / di tutti i tormenti.” (Segnatempo).

La memoria segue l’amara scia dei giorni perduti, dei volti cari inghiottiti dalla nebbia del tempo, dei luoghi ormai tristemente disabitati: “Che sono gli anni trascorsi / in questi luoghi disabitati: / apparente è il loro tempo, / ogni volta il chiaro interrompe / quel che la notte accende, / la speranza di una nuova stella, / il moto di passi volti al cielo. / Qui l’acqua prevale e l’isola / attende l’arrivo del naufrago, / così facile è perdersi nel mare.” (In questi luoghi disabitati). Il viaggio sospende dai limiti del contingente e proietta verso l’assoluto: “E noi che andiamo, viaggiatori sorpresi / da un ritorno d’eliche, / ripercorriamo scogliere sospese / sopra mari di corallo / quasi isole / dove lasciare tutto / per diventare / abbandonato sasso.” (Il sasso che commuove). Ai comuni mortali è dato di attraversare un guado, il confine tra il qui e l’oltre, “dove la terra abbraccia il cielo”: “Uomini e donne attraversano l’istmo / cercando un guado fino alla Torre: / lì al sicuro posando alle pareti / le pene e le ansietà, trovando pace. / Finché l’ombra girando intorno dà / forma ai loro spiriti finora spesi / in giorni arroventati, disfatti i corpi.” (Attraversando l’istmo).

I giorni si sgranano come rosari di silenzi appesi alle incognite del tempo che trascorre implacabile, naufragando nell’oblìo dell’ignoto, ma lasciando anche un’indelebile scia di luce: “I nostri giorni sono contati come le stelle contano gli universi / e versano la luce sulle città dei mondi e sulle campagne. / Così puntiformi e minime ma che tengono / fede agli anni luce fino all’arrivo, / pulsando come pulsa il cuore di chi le guarda. / I nostri giorni sono attese incontrollate, / contate dalle nuvole riflesse in un andar d’oblii: / l’importante è la presenza nascosta. / La presenza che non aspetta ricompense, / come le stagioni donano i fiori e le essenze / anche se non le curi e con parsimonia, / sfogliando i petali delle lievità, / nascono vergini dalle acque delle pozze, / nate dal fango soffiato dal vento. / I nostri giorni sono contati dalla pioggia / che non risparmia gocce / ed ognuno è goccia di diversi cieli.”

L’altrove è un miraggio che arride oltre l’orizzonte, una volta oltrepassata la frontiera del reale: “L’altrove ha un filo che m’insegue / da dentro a fuori / da qui a chissà dove. / È lì il punto, / del dove vorrei essere / invece che qui / dove sto sempre. / E sogno di andarmene / un giorno / in quell’altro-ve / immaginando chissà quali / cose in più potrei trovare / che qui non ho. / Ma forse altrove è ora / qui in questo / minuscolo esistere, / in questo frammento, / dove respiro l’aria che respiro / ed è tutta mia” (L’altrove). Si è proiettati verso una dimensione altra, un trascendente che sovrasta: “Altro è il mio senso: / un tempo diverso / mi trattiene lì / dove poter guardare. / (…) Altro è il mio luogo, / refratto in uno specchio / vede il rovescio: / la verità è lì / vicino a voi. / In una Terra di altrovi, / di nuovi giorni / vissuti ogni volta / come luoghi del cuore.” (In una Terra di altrovi). L’ascesa spirituale è la mèta ambita figurata emblematicamente dal Poggio: “Il Poggio è qui il rialzo / fra le vie che incrociano i secoli, / è la pietra alta dei silenzi / dove chi non comprende / cerca d’elevare / i pensieri verso le Altezze. / Così in basso siamo, / sotto il livello del mare, / i nostri palpiti tendono / a lontane rime. / Aperture del litorale, / in golfi dove le ondate portano / all’interno tutta la sapienza dell’attesa. / Il Poggio è qui lieve declivio / e arrivare alla cima / non solo di montagne / ma di basse colline, / o di piazze stratificate d’ombre / e d’inebrianti profumi / è il fine / e profondo balzo verso l’eternità.” (Il Poggio).

Addentrandosi negli ameni paesaggi dell’anima, si assurge ad un intenso lirismo che modula i versi in una sublime sinfonia: “Trascorrere nel tuo verso, / declive collina dagli occhi chiari / è come entrare in un luogo di luce /dove l’ombra ha già compiuto il suo viaggio / e ora dorme fra i capelli di creta / d’immagini rare del mare.” (Dove l’ombra ha compiuto già il suo viaggio); “Dalle radici / esco nel mattino / quando ancora l’umido / percorre le mie fibre / E salgo in alto / per vedere il sole / così leggero / il suo raggio nasce / dalle profondità / dell’ombra e della terra.” (Dalle radici esco nel mattino); “Così distesi fra miriadi d’anni / osserviamo il cielo mentre passano / le sospensioni dei nostri respiri.” (Così distesi fra miriadi d’anni); “Compongo come rondine in un volo / nell’obliquo d’un’ansietà leggera / a cui nessuno bada se non la sera / nell’incantare di nuvole sospese. / E strisce sono i giorni già di rosa, / nel viaggio che scompone la mia rosa.”; “Occhi su occhi, / ascoltando lune / e il paese guarda / alla fine del viaggio una pioggia: / tutto il passato racchiuso / in un rivo di cielo.” (Il viaggio della nube).

Di notevole suggestione poetica, nell’esaltazione estatica della metafora del mare, è questa Ode all’onda: “Voi onde che non temete / l’apparire dei cieli, / anzi di questi / siete lo specchio. / E prolungate d’infinito / in infinito il vostro tempo, /scandendo sulle sabbie / i segni del vostro restare. / Voi che racchiudete i coralli / e silenziose creature nascoste / alla nostra vista, / d’inconsapevoli Dei. / E tornate sempre / a capo dei versi / voi che siete / poesia di suoni / e del nostro vacillare sapete. / E per i nostri giorni ponete / conchiglie vuote, / sulle sempre diverse rive, / perché possiamo riempirle / delle vostre note.” Anche quest’allegoria dell’approdo s’investe di un fascino malioso: “Varia, / nel tempo degli approdi, / il porto che accoglie / la chiglia composta / da marine abbacinate. / Specchi di noi stessi, / sull’acqua di maree / ritirate fra le lune. / Tocco di segno e donne / che vanno nei silenzi, / segnando, / negli occhi di giada, / fili di sensi sospesi.” (Il tempo degli approdi).

Negli occhi che specchiano i passaggi dell’anima affiora la recondita spiritualità di tutto il percorso: “Il viaggio / alla fine è negli occhi: / le fini reti sullo sfondo / proiettano corpi mobili / e sguardi che non hanno / altri sguardi. / (…) Voglio solo vedere un’alba / e scorgere in essa / tutte le poesie del mondo.” (Il viaggio alla fine è negli occhi). Il suo dinamismo si gioca totalmente nell’interiorità: “Finito il viaggio un altro si avvicina / è un viaggio breve un lampo / appena lo si vede. / È il viaggio dentro e nasce / per tutto quello che già s’è visto, / estrema sintesi, vapore / nave che continua lungo il mare / dell’essere che batte / e ribatte le sue vite.” Il viaggio è incrocio di anime per i corridoi celesti in cui vagano: “Ha una linea spezzata il nostro viaggio che finisce / fra le lontananze in dissolvenza / in un rosa che trattiene il tempo. / È un lago d’anime / lasciate lì / fra tutte le terre che dall’alto / in questo volo sembrano / frammenti di un gioco da bambini: / (…) Così noi qui ora che torniamo / vediamo i sogni cadere a poco a poco, / ma speriamo / che il prossimo viaggio ci porti un raggio, / un’immagine che rimanga / anche ad occhi chiusi / senza finire. / In un continuum d’estasi.” (In un rosa che trattiene il tempo). Alla fine è un auspicio di una luminosa prospettiva: “Ora il viaggio sarà una luce / un cammino sopra l’acqua / del mattino, con un vento d’argento / e sabbie d’oro ad accoglierci / negli occhi. E sul mezzo, / un aereo sentire / di quali meraviglie il cuore sia capace.” (Oltre il viaggio sarà una luce). Ed è un’accorata preghiera per un felice approdo all’altra sponda: “O voi che traghettate i giorni / e mai stanchi di fare e disfare i nodi / attraccate al molo delle vite: / dateci un segno che il nostro viaggio / abbia la serenità del poi / così senza aspettare andremo oltre / e nessun rimorso resterà nel cuore / nel mattino che sarà un volo.” (O voi che traghettate i giorni).

Quello che ci propone Giovanni Sato è un viaggio emozionante e denso di pathos, alla scoperta dei nuovi mondi dell’universo interiore, nelle sue variegate sfumature di tratti e di colori che s’avvicendano nelle diverse stagioni della sua umana vicissitudine.

Recensione
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