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Giocando con le nuvole

Questa silloge abbraccia l’intero arco di una “vita trascorsa in altalena tra attimi di gioia e speranze”, come dichiara la stessa autrice in calce al libro: “Regalo le mie parole a chi cerca, come me, solo illusioni. Vorrei dar voce ai miei pensieri che, nelle notti silenziose, cantano alla luna.”

Sono emozioni, sensazioni, impressioni, meditazioni che costellano il vissuto quotidiano, trasfigurandolo nell’estasi creativa, nella rielaborazione intellettuale, nella contemplazione estetica. L’idealizzazione poetica sembra cingere teneramente la realtà, cullare l’anima come una bimba addormentata con nenia amorosa di madre: “Nei tuoi occhi / vedo / un’iride di colori / e pagliuzze / che ballano / una danza bizzarra, / un insieme / di cieli sereni / con lampi di fuoco, / distese di mare / con onde rabbiose / mescolate a barche leggere / portate / dalla dolcezza / del tuo sorriso. / È bello guardarti.” (Pagliuzze ballerine). La memoria custodisce istanti preziosi, ma nei suoi fondali sommersi si depositano anche relitti ad evocare dolorosi naufragi: “Vorrei tuffare il volto / per esplorare il fondo, / non troverei perle / ma conchiglie spezzate, / ventagli di alghe / arruffate dal pianto di una sirena. / Accarezzo piano / l’ultima ballata / di un’onda, / voglio placare / il pianto sommesso / della sirena infelice.” (Cerchi nell’acqua); “Ogni tanto ritorno / in certi posti / per non dimenticare / l’odore di gioventù. / I miei pensieri si scuotono / al vento di primavera, / a quelle persiane che sbattono / sulla mia vecchia casa. / Ci sono crepe, calcinacci, / odore di muschio, bisce; / c’è l’eco di discorsi / e ricamo di ricordi.” (Le persiane che sbattono).

La poesia non è soltanto incanto idilliaco, ma si tende ad un lucido realismo nel denunciare il male che calpesta la dignità della persona: “Eri lì / sull’erba umida / e alzavi gli occhi / di gazzella spaurita / a quelle ombre / che si piegavano / sul tuo corpo / di bambina. / Il gemito / sembrava fosse / un grido di dolore, / ma era soltanto / un implorar quel Dio / che non voleva vedere! / Poi, / come una gazzella ferita / ti trascinasti un po’, / per rimanere immobile / sul ciglio della strada, / mentre lontano / un tuonar di cannoni / si sperdeva nell’aria.” (Stupro). Ugualmente, nello scenario storico si agitano i fantasmi del passato, come le vittime dell’orrore dell’olocausto: “Terra / senza confine, / movenze / di luci rabbiose / e ombre ignote / si dileguano / tra filo spinato . / Grida mute / con echi / senza risposta. / Tempesta senza volto.”

L’amore sosta irrequieto lungo il confine, così come il sole indugia all’orizzonte prima di tramontare, ma per il tuffo ardito nell’eterno è necessario uno slancio ulteriore, trascendere l’estremo limite della morte: “Scavalca / il muro del silenzio / la mia anima addormentata / dal rosso della sera. / Vola negli spazi / lasciati dal tempo, / dal correre dei lampi, / riflessi di guerre, / da grida di bimbi / ormai senza lacrime. / Ti perdo e non voglio / andar oltre la morte, / lasciami riposare / alla tua ombra, / fingerò / di essere arrivata / oltre il confine.” (Il rosso della sera). È paziente e fedele attesa a fronte della dirompente erosione del tempo: “Guardo il tuo volto / scavato dal tempo / e la tua fronte / ricamo di rughe. / Non è solo il tempo / che attorno ai tuoi occhi / ha disegnato / bizzarri arabeschi. / Un soldo / per i tuoi pensieri, / una carezza / per un tuo sorriso / ed un bacio / per quel lumino / che in fondo agli occhi / piano piano / si sta spegnendo.” (Ricamo di rughe). Struggente è questa rêverie amorosa: “La mente vaga lontano, / a quel giorno che dovemmo ripararci / dalla pioggia improvvisa. / (…) Anche quel giorno si era formato / un laghetto che rifletteva / la nostra immagine. / Ci specchiammo nell’acqua / e istintivamente / le nostre mani si cercarono. / Fu il principio del nostro amore.” (La danza dei cerchi). È delicata poesia della maternità e dell’infanzia: “Piccolo essere / nel grembo di una madre in attesa. / Mani delicate / accarezzano / piano / il bimbo annunciato / e fanno conca / al pronunciato ventre / come a proteggere / quel gomitolo di tenerezza / che sta per affacciarsi alla vita.” (Maternità); “Mani di porcellana / si protendono al sorgere / di vita nuova. / Soffio d’amore, / alito / di aria pura / attorno a quel fiore / appena nato / da un gioco d’amore.” (A Sofia).

I versi scaturiscono anche dall’attenta osservazione di ciò che ci circonda, dagli sguardi che s’incrociano, dalla variegata umanità che s’intercetta: “Passi incerti / mi precedono lungo la via; / mano nella mano / vanno due figure diverse. / Lui / stanco per il lungo camminare / lei / fragile nella sua sventura. / E non capisco / quale delle due mani / sia di sostegno all’altra.” (Figure in bilico).

Commovente è questa dedica a Fabrizio D’André: “Ali / di musica dolce / nell’aria greve / che ti circonda. / Salirai / lungo scale di cristallo / per volare verso nuvole / baciate dalla luna. / Le stelle / offriranno intensa luce / al pentagramma / dell’infinito. / E il pianto / lo placherà / il tuo canto / nel vento.” (Salutando Fabrizio).

Suggestiva è la metafora del treno riferita alla vita che passa e con sé porta via luoghi, volti, frammenti di sé: “Quel treno che corre sui binari /sembra abbia fretta di portare lontano / sogni e illusioni di gente che / tutti i giorni / è costretta ad inseguire cose che scappano. / A volte allunga la mano / per fermare qualcosa che vola via, / ma rimane sempre / con il braccio sospeso a mezz’aria.” (La mano sospesa).

Il poeta è messaggero di sogni e di illusioni, è colui che, nonostante tutto, non perde mai la fede nell’ideale: “Il poeta è stanco di scrivere / sulla carta bianca / le speranze e le illusioni / di chi crede / nell’uguaglianza / nella luce dell’amore. / Il poeta è stanco / di far credere / quello che lui / non crede più. / Vende l’amore / come fosse un vagabondo / col bagaglio vuoto. / Cerca ancora una stella, / ma senza più illusioni. / Eppure il cuore del poeta / è grande / e non può rifiutarsi / di credere ancora / nell’amore.”

Il sentimento religioso è protesta d’innocenza contro il male del mondo: “Ti prego Re dei Re, / libera i bambini / dal filo spinato / che soffoca l’innocenza / e perdona noi adulti / per aver rubato loro / anche la magica / notte di Natale.” (Notte di Natale).

Vi sono espressioni improntate ad un genuino lirismo: “I sogni / ricamati / su tela d’argento / sono armonia che rimbalza / verso il cielo. / I prati / spruzzati di fiori / sono / tappeti d’amore. / Tutto / è armonia / di primavera” (Armonia di primavera); “Labirinti d’ombra / negli anfratti del tempo / e materia in dissolvenza / sui fondali dell’anima. / Nostalgia di luce / e germogli d’amore / sui rami del pensiero.” (Dedalo); “Giovani corpi con passi di gitana / in quel soffuso odor di primavera; / ecco donne vestite di silenzio, / altre fasciate di arcobaleni / onde leggiadre per le vie del mondo.” (Ad Anna Gaddo).

Scrive incisivamente Eugenio Rebecchi nell’introduzione: “A volte, i versi sembrano quasi ingenui per il candore che li sostiene; in realtà si tratta di un canto armonioso dettato da una scrittura comprensibile, piana, che si sviluppa con voluta semplicità per raggiungere tutti. (…) C’è realismo, quindi, nei temi che l’autrice affronta con il piglio di chi vuol dire la sua come cittadino a tutto tondo prima ancora che poeta. Poi, però, fa da contraltare il continuo, ripetuto e delicato rivolgersi alla luna, al sole, alle stelle a riprova di una sensibilità che indulge su quanto di fascinoso brilla fra terra e cielo a dispetto delle inestirpabili brutture che accompagnano il vivere di ciascuno di noi.”

Olga Tamanini in questi testi rincorre sentimenti, pensieri, echi di silenzi che si rifrangono negli spazi infiniti - ciò che equivale a “un niente mescolato al mio destino” (per citare il titolo di una sua silloge)-, “giocando con le nuvole”, appunto, vale a dire con i propri sogni, illusioni, aspirazioni: “Sono a cavalcioni di una nuvola / e vado a passeggio per il cielo. / Volo sopra ammassi di bambagia / per arrivare ad un prato / di nuvole fuligginose mescolate a quelle / illuminate da lampi di fuoco, / a tuoni che sembrano colpi di cannone. / Mi chiedo dove sono finita / con questo volare ingarbugliato” (Realtà nel sogno); “Ora sono qui in attesa di quella nuvola / che mi porterà lontano. / I miei piedi / cammineranno sulla bambagia / dove altre donne / hanno sfiorato il cielo. / Sono una donna / con le ali tarpate / che aspetta il suo domani / per spiccare il volo / verso l’infinito.” (Donna in attesa).

Recensione
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