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I nostri giorni perfetti

I nostri giorni perfetti: il titolo allude metaforicamente a quell’ansia di perfezione, quella tensione all’assoluto che preme dietro al corso monotono dei giorni. È come sondare il fondale di un fiume che sempre scorre per estrarre l’oro che si deposita nel cumulo di ciò che passa, trattenere ciò che è prezioso dalla rapina del tempo: “da quale fondo risale l’immagine / da quale realtà di noi sempre cercata, sotto il presente / sotto il giorno dato nel quotidiano succedere / sotto il frammento conosciuto nel gesto ripetuto / forma interiore presaputa dentro di noi / emerge, strato su strato, trama su trama / apparizione cosciente, in armonia con parte di noi, / figurazione di realtà, evidenza netta / sorta d’improvviso in comunicazione con noi / depositata nei sensi / materia viva davanti agli occhi.” La poesia ha proprio questa vocazione ad immortalare ciò che si vive, fissando nell’impeccabilità estetica miraggi di quella bellezza che baluginano fuggevoli a trasfigurare lo sterminato deserto del “tragico quotidiano”, per dirla con Papini. È soprattutto l’incanto del paesaggio, nei suoi molteplici riflessi cangianti e iridescenti, che suggerisce il divino fulgore che traluce dietro le sembianze confuse: “gli occhi incantano la mente / Quel brillio delle foglie sul mattino / la linea verde delle colline sul fondo / il pioppo altissimo sulla curva bianca / il silenzio assolato sotto le siepi in salita / il riflesso smeraldo dell’ansa del fiume / il volo obliquo delle gazze a tagliare il verde / ricompongono qualche armonia nella stagione / Apparteniamo ancora a questo quadro.”

Nel “Grand Guignol” della Storia, come lo definiva Elsa Morante, tra queste “cieche ruote dell’oriuolo”, per citare Foscolo, in questo spietato tritacarne dell’umano, il sogno della perfezione non si può che proiettare idealisticamente oltre il limite: “questo presente annienta in un solo giorno / terremota esistenze, uragano-tigre, deriva / in balia di un sogno folle, sconfinato / danzare al di là, ebbrezza ciclica / assalto-urlo al cielo calmo dell’Olimpo / Un qualche dio sconosciuto ricorda a noi il limite.”

Nella sezione Ultime periferie si fiutano gli odori, gli umori e i sapori della promiscuità di gente multietnica di tutti i colori e le più svariate forme: “Si confondono segni, urticano, impazzano, tra spot, schermi / brillio di gipponi rombanti a caccia di donne / pancine nude di ragazze-cellulari / marocchini mercanti di mercanzie finto-vere / valigette nero-veloci di rappresentanti nero-vestiti / occhi scuri di donne a viso velato, passo pigro / venditori polacchi di macchine fotografiche decadute / bancarelle di vestiti rosa-antico finto-novecento / vicoli stenti tra vie immobiliari, grigio-perla distinto / istante su istante, immagine su immagine / Si sperde il guardare.”

In Nuovi artefatti si contemplano i capolavori dell’estro artistico con raffinata chiaroveggenza: “Il Settecento vive nei grandi scorci di paesaggio / con riccioli di spume, intrico di vele, nuvole sfrangiate / distesa di cielo azzurro che tocca il mare verde / brulichio di vite, tocchi di colore, movimento continuo / nella luce dorata dei canali nel golfo.”

In Consorzio civile si fa esperienza della disintegrazione e della dissipazione umana, in una perplessità esistenziale: “come se, all’improvviso, senza mutare forma / la realtà svanisse senza peso, guscio vuoto, / un mondo apparente non più nostro / Si fanno discorsi, si interroga, si sorride / ma qualcosa è mutato impercettibilmente / Non apparteniamo più”. Eppure in mezzo a tanta oppressione di miserie insorge un grido di resurrezione, si affaccia il cielo che schiude lo spirito al maestoso respiro del divino: “Ma uno squarcio d’azzurro all’improvviso / sul fondo la cima nel biancore perfetto / La linea come nei quadri dell’ottocento / … / Nonostante distributori, lavori in corso, computer-graphic / rotonde, code di camion, grida di ambulanze / mamme isteriche, nonne lente, giovani leoni in carriera / la mattina inizia.”

Nell’ultima sezione, che dà il titolo all’intero corpus poetico, I nostri giorni perfetti, ci s’interroga su questa “vicissitudine sospesa”, per dirla con Luzi, si tracciano i confini dell’essere, si accarezzano i lineamenti dell’anima: “da quale senso riemerge l’immagine, si fa presente / si affatica nell’ora della mattina a consistere / si sfrangiano i confini saputi, conosciuti / altre schegge in movimento appaiono, confuse / da altri labirinti taciuti il presente scompare / trip, lampi, bagliori instabili / la mente tenta, prova a cercare un segno / Simboli già veduti si annullano, dissolvono / Un’incrinatura si allarga, ferisce…” È una faticosa introspezione interiore che deve lottare con l’innata tendenza a ripiegarsi in se stessi e a recalcitrare all’apertura verso l’alterità: “Quell’approssimarsi della luce nella mattina / quella luce gelata purissima sul piano / porta dentro di noi un freddo primordiale / … Ci imbozzoliamo, chiusi sul nostro vuoto / Ci interroghiamo a fatica, stentiamo parole / Dovremo guardarci ad occhi fermi / Chiedere, ascoltare, sapere il nostro dire”, “Questa stagione cristallizza forme, chiude / incerte parole per definire, chiarire opaco / reticenze dissimulate, indifferenza colpevole / accucciati nell’io, espulso il mondo / grigio spento posato sui nostri giorni / … / Questa assenza non può durare / Altri doveri si presentano. Obbligano.” L’anima è avida di abbracciare il mondo intero, ma si scontra con i limiti della realtà: “Gli occhi vorrebbero possedere il mondo / La mente prova a farsi aguzza, ma stenta / Insondabili confini, barriere di anni durano / Farsi nemico di se stesso, armarsi contro / Il pensiero dovrà vincere il proprio inganno / Sarà gioia una nuova lucidità consapevole.” S’incrina la facciata esteriore delle cose con la sua controversa dimensione temporale: “Estranei a questo presente, per difesa”; “Impercettibile si sgretola questa stagione / Annunciata già da piccoli crolli, screpolature / rughe sempre più incise nei visi in passerella.”

Vi sono espressioni di notevole suggestione lirica ed efficacia icastica: “viola acceso dei crochi-primavera / celeste delle chiese cupola del cielo.”; “la luce del pomeriggio è lenta in fondo sul profilo / la superficie del lago si increspa di turchese / ancora l’occhio ricompone la linea del paesaggio.”; “Cielo azzurro limpido da fine gennaio / ti confondi con certi giorni di marzo / gridi dei passeri rompono il silenzio / siepe lunga svetta, illuminata in cima / profili delle colline segnati dal bruno / Gli occhi godono la mattina.”;“Si espande spazio, vira azzurro / in un batter di ali di gabbiano / Gioia colma di luce d’estate.”

Francesco Piemonte in questi testi insegue la scia dei sentimenti e delle emozioni che costellano le diverse stagioni della vita, aspirando a quell’aura luminosa che tutto indora e trasfigura nella celebrazione estetica e nell’afflato sublime della creatività artistica.

Recensione
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