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Il grano era alto

Quella di Walter Nesti è una poesia viscerale che sgorga da un cuore appassionato e inquieto, il quale vive con intensità il dramma della guerra, l’amore e le alterne vicende dolorose e gioiose che si susseguono. Così, di contro a nostalgiche stanchezze si ergono slanci impetuosi di speranza, come fervidi fremiti di spiritualità: “Un giorno, forse / approderemo a questa sponda solitaria / e imprimeremo la nostra umile orma / sulla sabbia lucente del lido. / Cammineremo a testa alta / inebriandoci di aria e di luce / e tufferemo le mani nell’acqua / levando alti spruzzi / che luccicheranno al sole” (Un giorno, forse); “Posare la testa / sopra un masso / e piangere / tante lacrime / che il masso / ne vada disfatto. / Solo allora / fissare lo sguardo / su Te / e chiederti grazia / per tutti i peccati / verso il Figliolo tuo.” (Alla Vergine); “Io accetto Signore / di portare la croce / che mi poni sulle spalle / perché mai potrà / essere pesante quanto la Tua. / E se le mie spalle saranno deboli / troverò sempre lungo la via / un Cireneo che mi aiuti / per arrivare in cima al Calvario.” (Accettazione).

Il paesaggio naturale s’investe dell’emozione che avverte chi lo contempla, come in questo notturno in cui s’insinua un brivido di dolore: “Notti bianche di luna / e il dolore ti morde senza fine / un tuo raggio che penetra la stanza / giocando coi capelli d’un fanciullo / ridona d’un subito la pace.” (Notti bianche di luna). È un vero e proprio inno quello che l’autore eleva alla sua amata terra natia: “Provengo là dalla campagna / dove il sole sorge dal verde-argento degli ulivi / e tramonta dietro la massa scura dei cipressi. / La mia origine è la terra: e io l’amo. / L’amo nel pomeriggio torrido d’estate / con il canto delle cicale impazzite / e la messe che ondeggia al vento; / l’amo nel tenue zirlìo dei grilli nella notte fonda / o bagnata dal liquido chiarore della luna / con l’improvviso chicchirichì di un gallo / che fende il silenzio come una lama. / L’amo nell’alba con il pigolio dei passeri sul tetto / o il canto dell’uomo mattiniero, giù nella via; / l’amo nel lavoro operoso nei campi / nel perenne susseguirsi delle opere e dei giorni / nell’ordine supremo della natura. / Il ciclo del lavoro e della vita: / Questa è la mia terra che io amo.” (Ritornare alla Terra). Il cameratismo tra uomini che perseguono gli stessi ideali trasfigura di meraviglia e nutre di fiducia la vita: “Correre, sempre correre / in questo deserto assolato / incontro a un miraggio / che ci dia un po’ di speranza. / Correre, senza soste, sempre / in cerca di una fonte / o una pozza d’acqua chiara / dove tuffare la faccia / e inumidirci la gola riarsa. / I nostri occhi accecati / vagano / nella brulla infinita distesa. / Chi, in questo deserto, chi / ci può dare la speranza / di trovare la pozza / la fonte / o almeno un unico miraggio? / Il nostro grido / rimane senza eco. / Non ci resta altro che correre / senza soste / sempre correre / incontro alla nostra sera / che ci coglierà stanchi. / Allora / ripiegheremo il corpo / a cavalcioni d’una duna.” (Correre, sempre correre).

È importante l’impegno civile del poeta che si declina nelle personali esperienze drammatiche, testimone di una guerra che ha mietuto giovani vittime, il cui sangue versato con valoroso sacrificio ha fecondato un domani di libertà e di giustizia: “Io li ho visti / appoggiati contro il muro / e il volto impassibile / alto contro il cielo. / E non c’era odio in quegli sguardi / ma disprezzo / di chi la morte rende superiore. / Io li ho visti / E non ero che un ragazzo: / ma ricorderò sempre quegli sguardi / che senza vedermi mi guardavano / e mi lasciavano il loro testamento / “Tu non dimenticherai!”. / E le mani del boia tremavano / mentre puntavano i loro mitra venduti / tremavano per la paura del sangue / che avrebbe concimato la terra: / e la terra concimata / non rimane mai sterile. / E io guardavo: / e di coloro che stavano al muro / e di coloro che puntavano i mitra / sentivo che più forti erano quelli / costretti ad attendere la morte.” (Io li ho visti). L’autore accoglie la sfida a valicare la “muraglia” “che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”, per citare Montale, custodendo la speranza che anche attraverso la fitta cortina della spietata realtà possa filtrare uno spiraglio di luce, schiudersi un respiro di cielo: “Anche se alta e spessa è la muraglia / eppure qualcosa ci spinge / a sbattervi contro la nostra testa. / Perché di là dal muro / una volta caduto / ci verrebbero incontro liberi / i raggi del sole / e immensi prati verdi / dove i nostri figli andrebbero a giocare. / Ed è proprio il pensiero di loro / dei nostri figli / che ci getta contro il muro / anche se sappiamo che forse / appena un sasso smuoveremo. / Ma da quel sasso smosso / almeno un raggio di sole potrà filtrare / e attraverso quel raggio / la calcina dura piano piano si sgretolerà / e altri sassi rotoleranno / e altri raggi di sole filtreranno / a dare gioia ai nostri figli. / Perché a noi non importa / se quando il muro sarà crollato / anche noi crolleremo / o crolleremo prima.” (Il muro, A Danilo Dolci). La lirica che dà il titolo alla silloge, Il grano era alto, è una coraggiosa denuncia del sistema di corruzione che vorrebbe imporsi con l’omertà, contro cui la rivolta a Salvatore Carnevale è costata la vita: “Il grano era alto / quando ti hanno ucciso / Salvatore Carnevale / e nascondeva gli assassini / in quell’alba di maggio. / Tu sapevi / che avrebbero finito per ucciderti / e non ti importava delle olive che ti offrivano / e della terra / con la quale avresti potuto campare / senza aver bisogno di niente: / ma capivi / che il tuo tradimento / nessun prezzo avrebbe potuto pagarlo. / E ti hanno ucciso / Salvatore Carnevale / perché il tuo nome era troppo pericoloso / e la principessa non si sentiva sicura / nel suo castello feudale. / Ti hanno ucciso / perché ti eri svegliato / e avevi obbligato gli altri a svegliarsi / e questo è un grande delitto / Salvatore / è un grande delitto / per chi vorrebbe il nostro sonno eterno.” La sensibilità dell’autore sa abbracciare l’umanità dolente, cogliere la sofferenza altrui e serbarne la sacralità nell’immortalità della celebrazione poetica: “In pochi stasera vegliamo il tuo corpo / in pochi, schiavi legati alla stessa catena / e pensiamo alla madre che aspetta / e al suo immenso dolore nei giorni a venire. / In pochi, gli altri non se ne sono accorti / quelli per cui costruiamo le case / il salario che pagano li affranca da ogni pensiero / e solo noi vegliamo il tuo corpo / mentre alla Maison Sindacale c’è festa da ballo.” (Coro per un emigrante morto).

Il poeta ha la lungimiranza di estendere l’orizzonte oltre il proprio tempo, volgendosi alle nuove generazioni, preoccupandosi dell’eredità che sarà loro lasciata per un mondo migliore, conquistato dai padri con le fatiche e le dure battaglie: “A noi non sarà dato di leggere / negli occhi dei nostri figli / la tremenda condanna / che i nostri padri lessero in noi / per averci generato. / Anche se ora sappiamo / che ciò era necessario. / Ma i nostri figli conosceranno / lo splendore del sole / e il verde smeraldo dei prati. / Per loro sarà la primavera / uscita dal lungo inverno / d’infinite generazioni.” (Uomini che aspettate…).

Nella sezione Poesie Militari rivive l’avventura a tratti goliardica a tratti tragica dell’esperienza militare, altro tassello significativo nell’arco dell’esistenza dell’autore che si riflette nella produzione poetica: “Erano tanti quelli che stanotte / sono venuti a visitarmi / e avevano il volto triste / e il corpo gracile / e mi guardavano con le occhiaie vuote. / Erano tanti tutti morti / non sul campo di battaglia / ma negli ospedali militari. / Mi hanno detto di parlare / delle loro speranze troncate / della fiducia tradita / della loro vita spezzata / per un capriccio di chi li voleva lavativi.” (Elegia).

La poesia degli affetti è intrisa di semplicità, di genuina e calda umanità, sia quando si rivolge alla donna amata, come alla madre nella sua struggente tenerezza o a persone care perdute: “Il nostro pane è la speranza / e ne abbiamo tanto / a quindici anni / che non sappiamo da quale parte / incominciare a mangiarlo. / Ma la vita d’un uomo / è un interminabile rosario / che si sgrana giorno dopo giorno / anno dopo anno / e tanto ne viene mangiato / di quel pane / che dopo pensiamo con terrore / a quando sarà finito / anche l’ultimo boccone.” (Il nostro pane è la speranza, A Gina); “E io mi vergognavo mamma / mi vergognavo di tante cose / davanti ai tuoi occhi che mi guardavano / e a tutto l’amore delle tue mani sciupate. / Ma non posso farti soffrire mamma / non posso e continuo ad illuderti. / E tu credi ancora in un figlio / che è morto per sempre e che solo / è capace di amarti disperatamente / che per te vorrebbe tornare ad essere / quello che fu e che tu credi che sia.” (Parole a mia madre); “E gli parliamo la bocca nel cuscino / crediamo di sentire la sua mano / che lieve ci sfiora la guancia. / Allora più forti si fanno i singhiozzi / e il cuore sembra ne debba schiantare / lo rivediamo nella bara / le mani sull’attenti / sembrava farci l’ultimo sorriso.” (Lunga è la notte, A Fernanda B.).

Walter Nesti in questi testi - che risalgono ad un periodo antecedente, tra il 1953 e il 1957, senza aver mai visto la luce prima d’ora - sembra ricapitolare la sua vita con una folgorante lucidità e sincerità disarmante, attraverso un epos lirico denso di pathos, una lealtà intellettuale capace di farsi solidale con il dolore altrui e di denunciare le ingiustizie, oltre ad una sensibilità poetica che traduce nell’immediatezza dell’immagine e della parola l’intima vicissitudine, come in questa sorta di commiato: “Ora che sono giunto / a l’estremo limite / della mia vita / stanco / poso la testa / e più non avanzo. / Festa / faranno i corvi / intorno al mio cadavere. / Urla di sciacalli. / L’anima / piomberà nell’averno. / Nulla / si può salvare / da l’estrema rovina / ed è bene / perdere tutto / se la vita è baratro.” (Ora che sono giunto).

Recensione
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