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Il respiro delle viole

La tenerezza elegiaca dei componimenti di Ines Scarparolo traspare immediatamente dalla copertina: una foto dell’autrice giovanissima abbracciata a suo marito, a cui volge lo sguardo fiduciosa e trepida, con un sorriso radioso che è l’epifania più folgorante della poesia. Quest’ultima è “come bocciolo” che fiorisce delicato nel giardino dell’anima, nella fragranza odorosa delle emozioni e sensazioni: “Ti accolgo, | immagine velata | di fascino | e mistero. | In me fiorisci, | delicata carezza | palpito, respiro, | gemma che s’apre | tra le dune | scomposte dei pensieri.” (Come bocciolo). È , appunto, “il respiro delle viole”, il profumo delle piccole cose che impreziosisce la vita, inebriandola del balsamo della dolcezza e della danza leggiadra ed incorona i volti amati di un’aura idilliaca: “Profumava di violetta | la tua pelle di seta | ed erano pozze di azzurro | i tuoi occhi | di dolcezza colmi | e di malinconia. | E le tue braccia, madre | rifugio e caldo nido… | E tu, cantilenando | ci cullavi | con le parole amate | della lingua del latte. | (…) E resta il tuo profumo | delicato di violetta, madre | ad addolcire la mia sera.” (E resta il tuo profumo).

Nella Madre Celeste si riverbera quel calore di una presenza che purtroppo è venuta a mancare: “Mia Madre Ti assomiglia, | dolce Mamma del Cielo: | aveva pure lei | occhi trasparenti | e azzurri come il mare | ed era, come Te, scrigno | prezioso di dolcezza. | Vorrei che fosse qui, stasera, | accanto a me con Te, | Maria degli oceani impetuosi | e dei venti più sinceri. (…) E mi sento spesso sola | ora, senza il calore | delle sue amorose braccia… | Sola come un fuscello | che la corrente trascina | chissà dove…” (Accanto a te). Si vive il rimpianto struggente della perdita della persona cara: “Tu mi lasciavi, padre | con l’amaro | del mio non dirti | ciò che avevo in cuore, | rimase un vuoto | duro da riempire | e ancora non si placa il dolore.” (A mio padre). Si risale all’infanzia come ad una stagione beata dell’età d’oro, trasfigurata dall’innocenza paradisiaca, cullata dalla nenia materna, avvolta da una suprema armonia: “Suonava il Vespro. | Bimbe di giorni lieti | a malincuore ponevamo | girotondi e giochi | nel capiente scrigno della fantasia. | E si spegneva il giorno | mentre mamma ci lavava | nella tinozza grande, | là in cucina. | Ci carezzava, dolce | l’armonia della sua voce | mentre gli occhi seguivano | i passi della danza | che disegnavano sui muri | le ombre della sera.” (Vespro). L’impeto divino della vita si trasmette di generazione in generazione, si spande nel mare azzurro degli occhi del proprio bimbo, si dipinge nel suo sorriso d’aurora: “Anima mia, | ti prendo tra le braccia | e già sto fluttuando | in trasparenze d’oro. | Ti sfioro, lieve | e s’aprono orizzonti | ampi di cielo | e respiri d’infinito. | Pozze di sogni | nell’iride di bimbo | hanno carpito al mare | gocce di turchese. | Ora la tua boccuccia | s’apre ad un sorriso. | Giochi forse a nascondino | con le ali di un angelo | o scivoli beato | sopra l’arcobaleno?” (Pozze di sogni).

Il trascorrere degli anni, nonostante il logorìo del corpo e delle amarezze subite, ha lasciato intatto un amore di cui si rievoca nostalgicamente l’incantesimo degli albori, nella giovinezza dorata, quando la poetessa si donava totalmente all’amato: “Quanto vorrei che tu | almeno qualche volta | mi guardassi | con l’amore di un tempo… | Vorrei che in me scorgessi | adesso come allora | la ragazza innamorata | che ha accolto con dolcezza | il primo bacio. | (…) Amami così | per come sono adesso | con i colori in più | che dà all’albero l’autunno. | Compagno della vita | non è mutata, sai | la bellezza del cuore | che un dì ti ha conquistato. | Ora ha il profumo del vento, | della neve e della brezza, | ha i colori di stagioni | generose, vissute nella luce | di un amore grande | come grande è il mondo.” (Adesso come allora). È un’alleanza nuziale che né le tempeste e le bufere che imperversano, né la corrosione del tempo possono infrangere: “Passano gli anni, amore | e la mia mano | caparbia ancora stringe | forte la tua. | I colori delle stagioni | si sono susseguiti | lasciandoci nel cuore | lo stupore della vita. | Ora giunge l’inverno. | Assieme sosteremo | attendendo i rigori | delle fredde nebbie, | i violenti scrosci della pioggia, | e la neve, candido manto | per la terra amata. | Si faranno più stanchi | i nostri passi e i virgulti | che da noi sono fioriti | protenderanno nuove | vigorose gemme | a sostenerci | nella fredda stagione.” (Assieme).

La vita è “piccola danza” di luci e colori nelle sfumature iridescenti delle emozioni che s’avvicendano: “Scivola un sogno | su polvere di luna | e vi si adagia | mentre tutto dorme | nel quieto respiro | dell’immensità. | Poi giunge l’alba | dai rosati bagliori | e il sogno soffia | leggero, i suoi riflessi | sui prati verdi | addolciti dal mattino. | Tremano, allora | gocciole di rugiada | e su petali di seta | con profumi lievi | il sogno, ancora vivo | coglie palpiti d’amore…” (Piccola danza).

È anche “vela bianca” che un bel giorno ha sospinto l’autrice in mare aperto, ad inseguire un sogno da cui si è lasciata rimenare verso abbacinanti riviere: “E io, seguendo | un guizzo misterioso | su, nel cielo, | scorsi la vela bianca | del mio sogno… | E allora fu per me | soffio di brezza, | sussurro | di ruscello innamorato, | trepido canto | di letizia e amore | che ancora mi trasporta, | quieta vela, | nel sogno della vita.” (La vela bianca).

Vi è una metafora suggestiva del viaggio delle vicissitudini esistenziali, condotto da quel “Nocchiero” che dirige segretamente la regia dell’umano scenario, nel suo variopinto affresco in cui gioca un contrasto di luci e ombre, un chiaroscuro di gioie e dolori: “Vagano le Tue creature, | alberi di un antico veliero, | rinchiuso in un fragile | serpente di vetro: | sinuoso attrae | con falsi abbagli | mentre | si attutisce l’eco | cadenzato dei marosi. | (…) e Tu, nocchiero di quel legno | accenderai la lanterna | per mostrare la via | che conduce all’approdo.” (Nocchiero).

Un intenso lirismo permea questi versi: “Muto il paesaggio | accoglie | nuova linfa di speranza | quando un vagito | s’alza | a carezzare il mondo. | Ritorna Aurora, | presagio al nuovo giorno, | e lava, la fresca rugiada | solchi di terra | intrisi | di sangue e di paura.” (Ritorna Aurora).

Quest’omaggio al Papa Giovanni Paolo II è improntato ad una notevole elevatezza poetica, che esprime tutto il fervore della fede e fa tesoro della preziosa eredità tramandata da questo gigante dello spirito: “Sbocceranno, i bianchi fiori della vita | anche sulla tua tomba bianca | Karol, Uomo venuto dall’Est. | Candide ali d’Angelo soffieranno | aliti d’Eterno sopra la Parola, | sfogliando, pagina dopo pagina, | il libro che è stato la Tua Vita. | Sul marmo bianco cento, mille mani | invocheranno il tuo nome, cercando | nella pietra, ancora, il calore del tuo sorriso. | E io sempre ti rivedrò nel cuore, | con il volto teso al sole e alla corona delle vette | mentre accarezzi, con il tuo passo lieve | fiori alpestri, e rocce, e rivoli d’Acqua-Luce. | Pastore dell’Amore e del Coraggio, | ancora scorgo il tuo volto inciso dal dolore, | sollevato verso il cielo | e le tue labbra pregano Maria.” (A Te, Karol).

Ines Scarparolo effonde in questi versi tutta la dolcezza che sugge da ogni istante donato per amore e lo porge in favo stillante di miele al lettore, il quale può delibarne tutta la bellezza e la freschezza: un sapore genuino di piccole buone cose che hanno “il respiro delle viole.”
Recensione
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