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In viaggio poesie di vita e di dolore

Questo corpus poetico, corredato dai disegni dell’artista Alice Pinto, vede la partecipazione di due autori accomunati dal canto della vita quotidiana, nella sua domestica quotidianità. Entrambi raccontano il tempo della pandemia, nel dramma delle morti e della segregazione forzata, appesi ad una flebile speranza. Così descrive questa realtà Stanislao Donadio nella sua raccolta Poesie dal Calvario: “Prigionieri nel vento / Prigionieri nel tempo della Grande Illusione / Siamo adesso io e te / Mani e piedi legati / Bocca e naso coperti / Chi l’avrebbe pensato chi l’avrebbe mai detto / Come gregge in un grande infinito recinto / A sperare in quel Segno che al momento è distante / Diecimila anni luce / passi un giorno una luna passi un solo minuto” (Poesia delle libertà perdute). Il distanziamento e l’isolamento evocano l’emarginazione dei lebbrosi: “Ora siamo qui reclusi / Messi l’uno contro l’altro / Sospettati sospettosi / Come fossimo lebbrosi / E non c’è nessun Gesù / Che ci possa più guarire / Qui prevale la paura / Verso chi ci rassomiglia / Dio che vinci gli uragani torna a dare un altro editto / Quello scritto non convince visto come è stato letto / Da chi osserva i tuoi precetti / (Buona parte e pochi eletti)” (Poesia dei lebbrosi).

Gli fa eco, in una maniera più intimistica, Pasquale Montalto: “Inchiodato in casa / da norme d’artificio, / dimentico di me, complice / il ritmo battente della morte, / infreddolite volano / tante anime beate, / in cerca di un tiepido riposo; / non fosse che il tuo sorriso / avesse già iniziato / a sconfiggere il silenzio, / di un dannato / e inconsolabile inverno, / senza memoria sarebbe rimasto / l’ineguagliabile profumo / della primavera, / che sul fondo oscuro della notte / attende e spera / per ogni germoglio che si schiude;” (Pandemia).

Difficile è resistere alla seduzione della primavera, fa notare Donadio: “Ho smollicato una fetta del mio pane / Ai passeri sul vecchio davanzale / Mi hanno chiesto: “Che fai, perché resisti / Dietro i vetri di quella tua finestra? / Vieni fuori e impara qui a volare / oggi è giorno d’inizio primavera / C’è nell’aria un suono più speciale / Che lì dentro, recluso, tu non senti” / Così ho messo da parte quel decreto / E ho seguito la scia che porta al sole / Del ciliegio ho accarezzato i rami / E del pesco ho colto i suoi richiami / Del profumo dell’erba già novella / Ho riempito narici ed una Stella (quella Stella) / Mi ha condotto laddove là si perde / L’universo e naviga…l’immenso” (Poesia d’inizio primavera).

Ancora, riguardo al lockdown, lo stesso autore riflette sul paradosso di un clochard, che in questa crisi pandemica è ancora più solo: “Io resto a casa e tu dov’è che stai / Se la tua casa è un marciapiede / o al massimo / Un bel portico di città spettrale / Una coperta sporca di catrame / E di cartone, un saio / Io resto a casa e comodo trascorro / Le mie giornate al caldo di un camino / Fra una bottiglia di vino sul tramonto / E pane fresco sfornato giù in cucina / Tu invece cosa, farai sdraiato appena / Su quel gradino / Non c’è nemmeno più consolazione / di qualche spicciolo lasciato nel Suo nome” (Poesia dell’ecatombe).

La piazza vuota adesso è un’amara desolazione: “Piazza mia bella, piazza, piazza grande / Piazza di un giorno un mese un solo istante / Piazza del sogno ormai così distante / Da non distinguerne più nemmeno un punto / Piazza a prescindere piazza di speranze / Morte negli anni, in qualche anno spente / Chiuse finestre come quando scende / Notte e colora di nero l’orizzonte / Anche la piazza, la piazza mia di sempre / Soffre il trasporto di questo brutto tempo / E più non si dice più non si argomenta / Di fiori e stelle e foglie nuove al vento” (Poesia del “Viale Roma”).

Questa vita è un viaggio che vede sfilare gli anni ad uno ad uno: “Per noi, che numeriamo le stagioni / E degli anni ne facciamo conta / Come medaglie sul petto / Nelle battaglie della vita conquistate / A volte a caro prezzo, a volte regalate / Per noi, che apriamo a caso il calendario / E già settembre si trucca da febbraio / Noi che da sempre, in tasca quel rosario / Ne ricontiamo i grani sparsi ovunque / Quantunque piova a mare sull’altare” (Poesia degli anni a trascorrere).

Insorge l’anelito religioso al culmine della sofferenza: “Come nell’orto quella volta assiso / a pregare il Padre e come Padre perdersi / Nel dolore dei figli / Io mi muovo, un’altra volta ancora / Nell’ora della Necessità / A dolermi è tutto ciò che alberga / Nelle miti creature / Nelle foglie di gelso dell’autunno che dura / Una spocchia di arsura una frase che presto / Si fa gesto e premura del tuo passo silente” (Poesia dell’orto o della necessità).

La natura è la più grande consolazione per il poeta, ma, se investita di un valore simbolico, come la luna, archetipo di incanto, secondo una celebre tradizione letteraria che fa capo a Leopardi, quale interlocutrice privilegiata dell’uomo cui svelare gli arcani, può rivelarsi un’ingannevole illusione: “Nel giusto delle cose, Dio creò la luna / La fece più rotonda / A falce quando leva e quando muore / Sovente incantatrice più spesso ingannatrice / D’amori lungo i bordi delle forbici / Se luna piena poi, oggetto di binocoli / Sul fare della notte / E stelle in gruppo intorno a chiudere le botole / Dimmi che fai lassù o luna menzognera / Retaggio incandescente di ogni gioventù / Indifferente assente cerniera di una vita / Parente da quel lato, da questo già nemica / Di cuori pronti a chiudersi come una ferita / Che impiega tempo e giorni prima che guarita / Si possa definire / Nel giusto delle cose, fra rivoli di vino / E fuochi a scoppiettare / Non sorgere mia luna, mi sono troppo illuso!” (Poesia della luna).

Non è solo il male del virus, ma quello morale e sociale, perciò non basterà che l’epidemia finisca per restituirci la serenità: “Quando tutto finirà, se finirà / Saremo già finiti da tempo / Con le nostre tasche vuote / Le nostre menti scosse / Il nostro assente futuro da gestire / (…) Oscuro resta il resto e cesso / È tutto questo ciarlare inutilmente / Che ci confonde e traccia le miserie / Di una classe che si dice dirigente / Di cosa non è dato sapere o immaginare / “La fantasia al potere” / Teorizzava qualcuno in quel che tutti / Chiamano breve secolo di flutti / E di utopie / Di venti a fischiettare e soli d’avvenire / Radioso sopra il mare / E forse era migliore / Quella muta illusione che covava / Sotto la cenere / Di ogni cuore pronto a scoppiettare / (…) Quando tutto finirà, se finirà / Saremo anime in cerca di se stesse / Sparse di qua e di là / Fra i ruderi dell’ultima città” (Poesia della prossimità dell’aurora).

Anche Pasquale Montalto nella raccolta Via del sole canta il miracolo sempre nuovo della primavera: “Il pesco questa mattina / fa festa al ciliegio / il fringuello, la cinciallegra, / svolazzano sui rami in fiore / Un canto lungo, breve / il passero s’accorda in sinfonia / Una pioggerella lieve, / rinfresca i giovani germogli / La vite battuta dal vento / nella nebbia trova riposo / Sollievo di penombra / acquieta il gatto sull’uscio / Una cadenzata distensione / si carica di dolce malinconia / Tepore crepuscolare / Sul tuo viso / Vita che partorisci bellezza / Magico brulichio di primavera” (Festa a primavera).

La donna è la vita per antonomasia: “Nell’ora del buon giorno – Albarosa/Albanuova / Conchiglie sparse sulla sabbia / Piccole tartarughineinnocenti – tragedianelcuore / Mai arriveranno / A toccare l’acqua / Vita che si ferma / In attesa – Di un risveglio nuovo / Naturamadre –Unicum / Seno turgido di dolore / Animo smagliato e vuoto / Il tuo calore / Disperso e disperato / Tante tenere bocche agognano / Silenzio e pace – Pane per l’anima / Liberano il cuore – Assediato / Da ogni poetica bugia / Germogliocapezzolocarezzevole / Saluta il sole all’alba / Dove m’affaccio / E respiro il fresco dell’aria” (Figlia della vita).

Il ricordo dell’infanzia beata colma il cuore d’intima dolcezza: “Calda culla le braccia della madre / Ondeggiano sorrisi e tristezze / Vita che ti sorregge e non inganna / Vocalizzi gesti e poi il seno / L’abbraccio nutre più del latte / Amore amore che si ripete / Morte e vita alternano i passi / Fusi canti e colorate danze / Un profumo inebria il sonno / Il bimbo dorme le braccia cullano / Nell’ora buia c’era il rifugio / del vuoto della mia camera, / dove guardare biglie colorate / in corsa senza voglia di sorpasso, / sospinte dal fiato silenzioso / dell’animo cupo e rumoroso, / rivolto a dar vita a soldatini / assiepati sul fondo del nascondiglio / di una scatola di cartone, / dove a malincuore tornavano / ogni volta a fine gioco.” (Altri versi).

L’orrore del male è un urlo che sventra la terra: “No all’incudine / dell’inganno e della maldicenza / che battono il ferro arroventato / con mazza e martello / No alla demenza dei giudici / alle voragini cittadine / ai giochi della mente / che uccidono lo spirito / No ai campi profughi / alle topaie dell’inganno / alla sete e alla fame / che sopravvive nello spreco / No agli imbrogli della politica / ai suicidi delle multinazionali / alle diavolerie tecnologiche / (…) Perché l’abominio? / l’urlo si spegne / nell’inferno delle minacce / ci fosse L’URLO / quello  che dal torpore / risveglia.” (L’urlo di Munch).

Il poeta denuncia l’inquinamento che violenta la terra così malata: “Terra, ad arte derubata, / veleni, conficcati nelle viscere, / fuochi, devastanti bruciano i polmoni, / mari, agonizzanti e sporchi, / pelle deturpata, costole ingiallite, / fioca luce nel cupo cielo; / Terra, martoriata; mani, piagate, / confini derisi e violati: / nessun rispetto per la vita; / malata è la Terra, / pianeta dalla rugosa superficie, / arida e dura da arare; senza acqua, né aria pulita, / senza ricompensa rimane il sudore; / piede impantanato: / nessun occhio più guarda / il giovane germoglio.” (Confini violati).

L’autore si cimenta, infine, in giochi letterari, quali il “tanka”, estensione dell’haiku che si esprime in cinque versi col numero di sillabe 5-7-5-77, i proverbi, l’acrostico e il tautogramma, forme innovative in cui declina la sua passione letteraria.

Recensione
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