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La grazia dei riflessi

È l’autrice stessa a svelare l’origine del titolo che racchiude il nucleo tematico della raccolta: “Dedico, quindi, a Pavese e a Sbarbaro questa raccolta di versi che ho intitolato La grazia dei riflessi. “Grazia” come dono, perché nelle opere di entrambi i poeti ho scoperto una luce che, di riflesso, ha favorito il germinare di alcuni miei pensieri e ardori e sentimenti per le due terre di cui porto in cuore le radici: del Piemonte per parte materna e della materna Liguria. E “grazia” come bellezza, come armoniosa diffusione dei riflessi provenienti dai significati e dai significanti che, sprigionandosi dalle parole di questi poeti, mi hanno trasmesso miriadi di emozioni paragonabili alle luminose faville accese dai raggi del sole su una distesa d’acqua.” L’immagine poetica, così, si frange, come in un ariostesco palazzo di Atlante, in una moltitudine di riflessi cangianti che attingono come fiumi a diverse vene d’ispirazione artistica, in un felice sodalizio tra arte figurativa - tramite le suggestive incisioni di Cristina Sosio -, gli echi letterari dei due celebri scrittori e le rivisitazioni liriche della poetessa Franca Maria Ferraris. Ne scaturisce un’alchimia poetica sapientemente dosata tra rievocazioni mitiche di archetipi quali i rispettivi paesaggi delle virenti colline delle Langhe e dello spumeggiante mare ligure e ipostatizzazione di vicissitudini interiori legate a doppio filo con i luoghi-topoi della memoria. A tal proposito scrive molto incisivamente Giorgio Bárberi Squarotti nella prefazione: “È, allora, una poesia che vuole ricantare onde di mare e pietraie, vigne e fiumi incassati, agavi e boschi, rovi e nebbie, voci d’anime remote e vere conchiglie di madreperla, vino rosso e spiaggia. Sono due paesaggi dell’anima, appunto, accesi e consacrati dalla memoria che soltanto la poesia può far durare, così come perdura l’eco fervida e autentica degli scrittori che li hanno, nel loro tempo, rappresentati.”

Così, si celebrano l’armonia e l’ebbrezza selvaggia dei dolci clivi cantate da Pavese: “È ancorata a una stella la cima del colle, / la carena affondata nell’erba, / il pennacchio di foglie in movimento. / Sangue di mosto nei solchi della terra, / là dove l’onda ora un cespo di rovo / lasciò conchiglie a spirale nel profondo. / Senza un migrante che apra le ali del mare / la terra non vive, / senza un esule che approdi alle sue sponde, / anche il destino del mare si estingue. / D’Itaca è l’anima del colle, / nascosta nelle zolle e nelle cime blande, / simili da lontano a un mare verde / con le onde frangiate di fiori.” (È ancorata a una stella); “Chiare nell’infinito le colline / vegliano sulla casa silenziosa / cui il fiume rimanda la sua canzone d’acqua; / tra i pampini assiepati della pergola / i raggi a picco filtrano / rabeschi sulla soglia di granito. / (…) Il fiume è un prato di smeraldi vivi, / una falce di luna fende il cielo, / e scende dalle alture / la magia di una voce.” (Chiare nell’infinito le colline). Tutti gli elementi della natura nelle loro diverse sfumature contribuiscono a tessere la sublime sinfonia della poesia, come viene espresso in questa intensa pagina di prosa lirica: “Ascolto il vento. Il vento tra le foglie di betulla, il vento tra i filari di collina, il vento che sfiora l’erba e la reclina nelle onde di un mare tutto verde. (…) Ascolto il vento che dal fondo valle porta in giro la canzone del Belbo fin oltre le colline nella luce, e odo assieme a quel canto la magia di una voce. La voce che volò alta nel suo tempo, e ancora vola e volerà perenne. Poiché sempre e dovunque a chi l’ascolta lascia quel dono, semplice e solenne, che ha nome Poesia.” (Ascolto il vento).

Il mare si profila come un nuovo orizzonte di azzurre attese di là da venire oltre il verde rassicurante dei declivi, quale simbolo mitologico che allude a una prospettiva altra rispetto all’ordinarietà quotidiana che ci è data: “Quel mattino il giovane Ermes era sceso / dalle colline all’azzurro marino. / - Eccolo il mare, Ermes, / ecco le onde che si frangono in schiuma / sulle rive dell’arenile. / Guardalo, Ermes, il mare che t’incanta! - / Troppo veloce il tempo dei mortali, / l’ultimo treno che sale in collina / si è lasciato alle spalle nella città di pietra / lo sperduto ragazzo di campagna. / - Ermes, questa volta non c’è suono di lira / nel guscio vuoto della tartaruga, / puoi concederti solo una panchina / di fronte alle luci della costa / dove balugina in un sogno di luna / l’immagine di una Doride marina.” (Ermes).

Il niveo candore evoca nostalgia di purezza e d’incontaminata bellezza: “Colli ventosi, il verde argento degli ulivi che colora / la mattina di pallido cielo; / non è finito ancora / questo rigido inverno senza neve, / questo traditore di un amante devoto / che dall’esilio nella città di mare / segretamente rincorreva in sogno / il candore dei colli nevosi.” (Colli ventosi). Il paesaggio invernale ha una suggestione che incanta e che induce a sognare il miraggio di terre lontane: “Immagina una sera d’inverno / i colli innevati sulle cime, / i crepuscoli lenti traghettati / dai cieli opachi / alle nitide stelle dicembrine. / Immagina i fiocchi che imbiancano / il suolo di piccoli cristalli, / e un ragazzo che corre verso casa / con un fastello di fascine sulle spalle. / (…) Immagina quello stesso ragazzo / che sogna viaggi in terre lontane / sulle mappe di un atlante ingiallito, / e i vecchi raccolti al focolare / in una schiva pace di preghiera, / il cuore già rapito da una luce / di neve e d’infinito, / dalla fiamma che illumina furtiva / le ombre della sera.” (Immagina).

La nebbia vela di pudore e di fascino malioso il paesaggio: “Nella nebbia i colli si sfanno, / gli alberi annegano in grigio delirio, / obelischi totem trofei / a custodia di una gloria perenne. / Così remoti e sacri in lontananza / sono gli spazi eterei del cielo / tra braccia tese di alberi imploranti, / ombre riflesse sulla via del fiume. / Così ieratiche le torri del tempo / dalle cime più alte / vegliano mute sui campi e sulle vigne, / tra volteggianti foglie nel vento.” (Nella nebbia).

Gli elementi della natura si tingono di malinconia nell’inquieta ricerca dell’amato lungo la scia argentea del fiume: “Ogni giorno apro la finestra / e guardo il fiume, / padre delle mie radici profonde, / per ritrovare quella parte di te che mi consola, / ma si è scurita l’acqua di quel tempo / e scorre con sgomento / nella valle abbuiata della vita. / (…) Solitaria lungo la via del fiume, / vedo la scia della tua nave in viaggio / verso un altrove di ignote abitazioni, / mentre io qui nel mormorio dell’acqua / mi ostino a risentire la tua voce, / sull’argine a cercare le tue orme. / Ora che nel silenzio è la tua voce, / nell’argentea betulla la tua voce.” (Ogni giorno apro la finestra).

Si ha un legame viscerale con la Terra, che è Madre e ha una forza generatrice, magmatica, nel suo grembo fecondo, come teorizzava Bachofen nella sua tesi del matriarcato: “Terra risalgo a te, / volo via dalle onde del mare / e torno alle onde di collina, / ai verdi sentieri e alla quiete / dei tuoi spersi santuari. / Porto a te il mio sguardo sommerso, / le mie mani che bussano insistenti / ai tuoi portali di aceri e querceti, / a te porto i miei passi / confusi con le orme di altre vite. / Echi di gioia come riflessi d’acqua / erano per me le tue stagioni, / ora soltanto filamenti fragili / legano al legno saldo del tuo corpo / monconi di speranze spezzate.” (Terra risalgo a te). Essa è avvolta da un’aura di sacralità che custodisce il mistero della vita che nasce, muore e ancora rinasce: “Quando c’è sole il seme germoglia, / dove c’è neve la terra è una rosa.” (La terra è una rosa). Anche la donna sembra trarre l’energia vitale dall’armonioso ciclo naturale: “Niente ella guarda / che le rammenti il fosco Leviatano, / soltanto a spazi azzurri volge gli occhi / dove le rondini intrecciano voli. / Un mondo in cui credere ancora / la donna insegue nella ridda dei giorni, / un mondo senza i riti oltraggiosi / che tolgono alla sguardo / la lente per scrutare nel profondo, / un mondo dove ogni atto ogni parola / anziché ripiegarsi su se stessi / traggano forza dall’assenzio inghiottito.” (Come un uccello acquatico).

Un’amara nostalgia affonda l’anima nella consapevolezza di aver tutto perduto nei luoghi ormai disabitati: “Tanta luce è rimasta nello sguardo / di giorni chiari sotto lo stesso cielo, / mentre ora fuori / l’oscurità degli alberi è percorsa / da spettri che innalzano sipari. / Tanti colori affiorano alla mente / con le speranze che abitarono la vita, / ma ora l’assenza stende / per ogni dove veli di grigiore, / e se la fede a tratti li riaccende, / un senso d’impotenza / fa di pietra le membra.” (Ti ha seguito il mio sguardo).

Un intenso fremito religioso che percorre il creato è in questi versi: “Tu sai / quanto possa ferire l’acqua in corsa / un muro di ossa irrigidite, / e sai quanto dolore / sia il duro impedimento del procedere / nell’alveo angusto di una stanza. / Tu sai l’acuirsi della sofferenza / che getta l’anima nella disperazione, / eppure / dal pane quotidiano ancora trai / campi di spighe al sole, / da un grappolo d’uva risali / verso i filari sulla collina. / Frumento e uva / nel Verbo del Vangelo / sono per i credenti l’Eucarestia, / cibo dell’anima sangue nelle vene.” (Tu sai). La tragedia subìta dagli Ebrei rivive in tutto il suo pathos ne Il silenzio invocato da Abacuc: “Nel silenzio i loro occhi / sono stelle cadenti / che hanno lasciato in cielo la memoria, / pianto di sguardi / prima di altri spenti, / Ma nel silenzio ora / più chiaro si ode un canto; / un kaddish perché sia agape / ogni goccia di sangue versato, / un Kaddish perché sia pace / oltre il tormento.” Ne Il Nulla e il Tutto, come nelle Operette morali di Leopardi, cullati da una sublime poesia, si raffrontano i due enti opposti: “Il Tutto del Cielo dove il disegno delle stelle evoca i miti, i racconti del cosmo primordiale forgiati dalla luce e poi riposti nell’urna astrale della bellezza e della poesia, in cui palpita ardente l’Universo. Là, dove regna invisibile quel Tutto che è l’Eternità, consegnata al Poeta con il suggello del suo verso immortale: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.” E non poteva mancare, inseguendo la scia di Pavese de La luna i falò, il volto malioso ed enigmatico della regina dell’incanto notturno: “Luna, sempre seguita dagli sguardi umani / nel tuo viaggio celeste tra le stelle, / chi ti ama è ammaliato / dal tuo volto di eterna vestale, / che tiene acceso nel buio della notte / il lume sul Creato. / Misterioso è il tuo volto / quando si affila / nella sembianza di una falce lucente, / che miete il grano nel giorno trascorso / e lo ripone nel granaio dei cieli.” (Il volto della luna). Infine, s’invoca dal celebre scrittore come una risposta a tanto mistero e a lutto irrisolto, da lasciare almeno all’amata terra accarezzata dalla sua poesia: “Una risposta, se non a me, / inviala alla terra dei tuoi passi, / ai muri che abitasti, / a questa Itaca di verde campagna. / Una risposta a chi / ancora tesse la tela della vita, / poi il silenzio della pioggia finita. / Poi il silenzio / come una preghiera.” (Mentre ancora in pianura).

Ciò che più esprime Camillo Sbarbaro è il mare, suggerito efficacemente dalla prosa È il mare la tua controfigura: “È il mare la tua controfigura, lo sguardo sempre in cerca di nuovi orizzonti, l’onda del tuo dire, che posa il labbro sul suono delle onde.” Esso ha il fascino inviolato della trasparenza dell’eternità, come se custodisse una perla rara nel suo azzurro abisso: “E come l’onda si frange per tornare, / anche tu torni alla solita sponda, / e con la stessa mano / raccogli nel cavo le lacrime sparse / per quella perla d’intatto candore / caduta nelle fauci / nere del Leviatano.” (La perla e il Leviatano).

È segreta grazia la bellezza che sboccia dal tenero calice di un fiore, come un sorriso dell’universo dipinto dall’Artista divino: “Volti sono i fiori del giardino, / volti di seta che per vie segrete / svelano nelle corolle appena schiuse / la gioia dell’aurora, / nei petali appassiti / il lutto del declino. / Ma finché i fiori / continueranno a sbocciare in bellezza / e i frutti a maturare sui rami, / ogni giorno potrà svelarsi un mondo.” (Vita dell’uomo).

Intensa è questa rivisitazione della passione di Cristo: “Gli ulivi attorno con gemiti di foglie / accostano i rami in orazione. / Egli non c’è, gli sgherri lo hanno preso / e condotto al Sinedrio; / dal calice il sangue si è versato / sui sassi e sulle spine, / il fiore di passione / sotto i chiodi e i martelli, / ha reclinato il capo. / Nel cielo del mattino, / dopo la Croce di una lunga notte, / dall’albero di Giuda / si schioda un’alba di resurrezione.” (Nel Gethsemani). Le parole sgorgano da pietrose voragini di dolore e soltanto il volo pindarico dell’arte può renderle lievi: “Vorrei volgere a te parole lievi, / ma le parole salgono alle mie labbra / da un buio di macerie sepolte / così piene di dolore, / così pesanti / che non ti possono raggiungere. / Sono macigni / che assieme alle mie colpe / non fanno scudo. / Silenziosa in un angolo spoglio / levigo e levigo questi macigni / per farli piume di parole alate, / che un vento favorevole conduca / finalmente a farsi udire dal tuo cuore.” (La materia è troppo pietra). La parola ha il potere vivificante di ricondurre all’autentica sorgente dell’essere: “Credo ad oltranza che solo la parola / sappia mutare il rumore nel silenzio, / condurre alla rugiada dell’origine / e farsi linimento. / Per questo le parole dei Profeti / dissetano come l’acqua della fonte.” (Non ho pensato mai).

Il saluto, quale accordo di profonda empatia tra due universi raggiunge le più intime fibre dell’essere: “Ti saluto…pianissimo, / per non turbare la magia / della sera d’autunno in riva al mare. / Questo saluto sia per te il tutto, / l’immensità dove anche l’io si annulla, / (…) Il verde è radice, Poeta, / il verde allieta, / ma la poesia salva, / salva e lenisce / la cupa inimicizia del buio.”

Struggente è questa interpretazione della tragedia degli immigrati annegati in mare: “Così ebbe fine il loro canto, / e fu quando la chiglia s’incagliò / contro lo scoglio della speranza naufragata; / dall’oltraggio della miseria / in loro era sorto il coraggio / per quella partenza avventata, / e dalla fiducia in un’aurora benevola / apparsa come un miraggio all’orizzonte. / Ma giunsero le nuvole improvvise / colore del piombo limaccioso, / l’aurora mutò le dita in lunghi artigli / che rivoltarono le acque in un gorgo / subito rinchiuso sul fasciame. / Dovunque nel mondo / proseguiva il movimento quotidiano, / nel cosmo lo splendore delle stelle, / e gli eventi a tessere le trame / delle vicende umane / in alternanza di gioia e di dolore. / Nessuno da quella distanza / poté udire i loro gemiti / né vide i loro corpi in nere piume / precipitare senza nome nell’abisso; / neppure dallo squarcio di una nube / filtrò un esile raggio testimone / del loro dissolversi nel nulla.” (Così ebbe fine). Ugualmente l’olocausto degli ebrei trova risonanza profetica in questi versi: “Alla domanda come si possa vivere / con la ferita di un dolore profondo, / essi restarono nascosti / dietro un sipario di rigido silenzio. / C’era la neve attorno, / soffiava il vento sul gelido pianoro, / fumo nero da un alto comignolo / portava nugoli di cenere in cielo.” (Alla domanda come). Di tra le nubi livide e le feroci mareggiate si spia sempre l’avvisaglia di un’aurora, anche soltanto un esile barlume di luce che riaccenda la speranza e confonda la paura: “O cieli tempestosi dell’assenza, / mai e poi mai voi saprete quanto / da uno squarcio di luce fu atteso / solo un riflesso di benevolenza, / da un lampo di sole tra le nubi / solo un invito / a mantenere viva la speranza.” (O cieli tempestosi).

In questa raccolta di testi, La grazia dei riflessi, di intenso lirismo e di notevole speculazione meditativa, rivivono le anime dei due celebri scrittori in cui Franca Maria Ferraris identifica le proprie emozioni e vissuto interiore attraverso le alterne stagioni della vita, filtrate dalle loro distinte visioni poetiche, come scrive nelle rispettive dediche: “Dalle colline della Langa / il tuo canto si effonde / con la voce di chi sulle labbra / ha il miele dell’uva / e l’assenzio del lavoro che stanca; / di chi nella mente / ha la visione del tempo / e la vorrebbe sempre illuminata / dalla luce del sole, / ma la nebbia che sale dal fiume / sfuma sovente il verde dei colli / in un colore grigio evanescente. / S’inerpica il tuo canto, / come un tralcio di vite sui pendii, / s’insinua tra i filari, / si fa viticcio per tenerti stretto / alle salde radici / in un abbraccio…” (A Cesare Pavese, La visione del tempo); “Dal Levante al Ponente di Liguria, / il tuo canto / così come l’onda / con fragore si frange sugli scogli / poi, in lenta dissolvenza, / con un lieve sciacquio sulla risacca, / cerca la quieta / dimensione dell’ombra. / Ma già / un’onda più impetuosa / avanza dal lontano orizzonte / e si scaglia / contro le scabre coste di una terra / cui la mano del cuore / s’aggrappa… (A Camillo Sbarbaro, La dimensione dell’ombra).

Recensione
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