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La solitudine del cielo

La prima poesia di questo libro è la foto di copertina: una suggestiva immagine della radura di cielo, una visione dall’alto che spazia al di sopra delle candide nuvole, in una vertigine d’infinito. I testi, poi, si susseguono sulla stessa onda di questa ascensione lirica, inseguendo sussulti di silenzi ed echi di versi: “È un silenzio marittimo: / la spiaggia in fianco alla piazza / fa sentire lo sciabordio / dell’acqua di fontana: / fermati in un cielo di azzurri, / i rumori assidui di città / si sciolgono in letizie / di luci piane, sottili / speranze di sole. / Mai più nuvole / appassiranno la vita / dopo questo giorno.” Lo splendore celeste sovrasta la miseria terrena nel respiro dell’eterno: “Così si alzano i mondi / in vertigine d’albe / che subito passano inosservate / e in propositi silenziosi / d’essere piuttosto un volo / che continuare in un cammino oscuro. / Leviamoci dunque / al di sopra delle righe / e scriviamo in fogli nuovi / le nostre vite.”

Si colgono emozioni sospese sul limitare dei giorni: “Certo gli occhi / hanno profondo un abisso / e difficile è poter vedere / fra la luce che arriva e l’ombra / che ferma il contorno dei pensieri, / così le cose che dici son di ghiaccio / e l’inverno è alle porte del tuo cuore / ed altro non vedo che dei tuoi sensi la sera.”; “Sto nel mattino sospeso ad un disegno / un segno che il tempo prima dell’inizio / svolge dal suo filo e tende / fra il chiaro e lo scuro dove le cose stanno / e l’azzurro che scompone le verità / in isole dove nessuno approda / e tutti evitano di vedere. / Così nei giorni continuo come un nulla / pieno di tutte / le geografie interiori.“; “Un lettore d’acqua / sa leggere gocce / e disputare questioni / fra le rovine di conchiglie. / Noi, creati a diversi strati / di cieli e figure / uniche di corpi / finché i mattini avranno / voli. / Scritti così dall’alto / dopo aver letto / di tutti gli azzurri / le solitudini del mare.”

Vi sono intuizioni profonde che risalgono alle sorgenti dell’essere: “La misura indivisa / è il vanto di questo giorno d’aria / tutto d’un pezzo / senza varianti se non i punti / d’azzurro che insistono / a colmare ciò che non manca. / Lo spazio è attorno / e il moto non interessa, / tutto è già qui / il franto e l’insieme, / il volo e l’abbandono. / Manca però quel nulla / che ci attraversa nella sera, / quell’essere frammento / e rinominato varco.”; “Siamo un continuo labile germoglio: / l’opera del dio ci porta con il vento / a seminare luce dove le tenebre / splendono buie e più buie dell’oscuro.”; “Tutti abbiamo un velo / che ci protegge / dalle vastità del male.”; “Tutti abbiamo un velo / che ricopre le nostre nudità / e siamo qui / il ponte, / la roccia, / la sabbia, / l’erba, / la nuvola passeggera, / il tocco che non dispera, / la parola silenziosa, / l’aria sola, / la virgola che separa / la nostra luce dalla nostra ombra.”; “Ma la vela tiene il mare / ed i giorni stanno in equilibrio / su fili sospesi.” (Solum).

La condizione ontologica dell’uomo rispetto a Dio è improntata ad un’estrema fragilità e limitatezza: “Un giorno per un giorno intero ti ho cantato / limite che mai finisci in noi limitati da gravità. / Noi fragili di fragilità improvvise / e frali in bilico sospesi / ma forti nella nostra / debole corporeità. / Così simili / a Sua immagine e somiglianza: / ma se mai ti ho visto Dio? / O forse è questo / il non averti mai veduto / ed esser frale / filo d’erba, fiore / ramo che dispera / di perdere le foglie. / Limite ti canto / allora in te finisco / e inizio immaginando / più aperti ed ampli cieli / più vasti i mari / più lunghe / e dolci le tue vie.”

Una tensione inesausta al trascendente alimenta l’ispirazione poetica: “È una forma / di strana felicità / questa del cielo che addensa / azzurri e cobalti in un globo / il nostro terracqueo. / Noi qui isolati / in isole dai sensi perduti / sospesi da un vento bivio / in scelte messe lì nella seta / d’un volo.”; “Ma qui nel distico / sospeso dell’essente / dell’essere un presente teso / ad un passato infinito: / noi qui alberi che la nebbia abbiamo / non alla base ma nella linfa e fino agli occhi / dell’oltreluogo.” Oltre l’apparenza visibile, oltre l’orizzonte terrestre, oltre il limite umano è innalzata su guglie d’azzurro la verità suprema: “Oltremare ha negli occhi / il lasciato ieri / che nel fondo è ‘vita altrove’: / non temere / anche la terra ondeggia / e le zolle coperte di nebbia / sono onde di un mare profondo / che penetra / fra il balbettare del cuore / e le vite che seguono / come sempre. / Oltreterra ha negli occhi / le meraviglie della ‘pochezza’ / quella semplice e unica gioia / unica salvezza / cui valga la pena / di esistere.” Non si può segnare il limite di ciò che lo trascende nell’epifania dell’essere: “Non so fin dove arrivi il nostro mare / se siamo noi onde o se un altro / è il luogo dove il naufrago / in allegria tramuta la sua pena. / E lasciando il destino / alle porte del mattino / o sulle briglie / che il sole lascia / nelle sere fumide / siamo o non siamo / fra di noi corallo e fiore, / atemporali / linee di cielo. / Frali / ma per sempre tocchi / d’animità.”

Intenso e avvincente è questo inno a Il bene: “Il bene è l’albero dritto verso il cielo / nella sua fissità simile all’anima / che nelle cose abita e negli esseri / dona la voce per uscire all’aria. / Il bene è la pietra modellata dall’uomo / in cattedrali e dimore da abitare / e ripararsi dalle intemperie / nell’intima chiusa d’un voto, / simile all’anima che negli angoli abita / fra le colonne silenziose dei giardini. / il bene è la mano che raccoglie / e da altre mani il tocco / e segna / nell’aria i percorsi, le vie / per raggiungere la meta. / Simile all’anima che dalle dita esce / in note pizzicate dal liuto / e in suoni cristallini dona / la purezza delle essenze. / Il bene è la foglia che cade / e ricorda il ciclo della vita / essa stessa riciclo fra terra e cielo / nel suo irregolare e imprevisto volo, / simile all’anima ed essa stessa / anima di linfa e di ninfee leggere. / Il bene è la vastità del tutto / che si oppone al nulla / e del niente è il profondo / opposito ‘in fondo’.”

Ugualmente suggestivo è questo omaggio alle nuvole, simbolo del candore dell’innocenza divina e dello stupore del sogno: “Nuvole / chiedetemi un pensiero / qualcosa che v’apra gli occhi / e un azzurro arrivi / nel mezzo del vostro / biancore. / Voi che siete tutto: / cigno cavallo gatto / uomo bottiglia foglia. / E quando / disperate del giorno / vi annuvolate in draghi / e terribili strali, / arrivando / fin giù da noi la vostra collera. / Nuvole / accorrete: / qui la terra ha bisogno / della vostra fantasia, / del vostro spirito bianco. / Dei vostri giorni senza calcolo / così / semplicemente l’essere / il vostro / un vivere di cielo.”

Gli abitanti del cielo sono ambasciatori del suo ineffabile mistero: “I passi si fermano stupiti: / arrivano da lontano / e portano qui i segreti del cielo, / hanno veduto / tutto lo splendore delle cose vere. / E planando / come cercassero / uno sperduto mare / sfuocano le ali / essenza d’onde, / impronte / ora bianche / in sottili nubi.”

Il mare è trasparenza dell’azzurra eternità: “Si libra il mare / dalle angustie del suo fondale, / spezza e rompe rapide le onde. / (…) E l’onda tonda liquida sferzante / da un infinito non visto si propone / ad una fine in nostalgia di spruzzi. / Così anche noi vaganti nella riva / dal nostro mare a questo ci volgiamo.”

Di sublime rapimento e tenerezza soave è impregnato il sentimento amoroso: “Significante è il significato / e le metafore sono i tuoi occhi / che mostrano tutti gli sguardi / dell’universo.”; “Sai, / la forma è musica / che l’uni-verso apprende. / Dall’alto del suo silenzio / anche i colori / nei loro toni sembrano suoni. / E il nostro / vago passare / fra le sottili / forme del cielo / è un trasparire, / come fa quel seme / che per dare la vita / deve morire. / Trascolorare, / sparire in fondo / per ritornare / respiro e cuore. / Restarti alla superficie / come un fiore senza pistilli / e addormentarti con le mani, / lasciando in una notte bianca / le voluttà rapprese in poche righe. / Quelle che ora ti scrivo / con dita di buio / sul bianco del tuo sonno.”; “Se tu non scrivessi / in queste righe di cielo / in polvere d’aria un nuvolìo di sogni, / sarebbe vano il nostro seguitare / così lontane sono ormai le mani.”

Spiccano versi di delicata levità poetica: “Io che passando colgo l’immoto / vuoto e quel silenzioso cambio / che la stagione compie / virando nell’ansia dei mattini.” (Stagioni); “Scriviamo / nei libri d’aria dei giorni, / in frammenti / di pietre sonore, / le pulsioni dell’anima. / I ritmi silenziosi / dell’operoso fiore /che ora lascia / il colore dormire / nella terra smorta.”; “Ancora lievi / saremo domani / presi nel tutto della pioggia, / lavati dentro dall’unione / fra albero e germoglio. / La sintesi ci apparterrà per sempre: / saremo il primo verso, / l’ordine del dire, / l’apertura alare, / fino al volo terreno / delle voci e dei fiati. / Saremo il peso / leggero dell’altezza, / il bianco procedere del sogno, / lo sfiorare lieve / del fiore mentre poggia / nel circolo poetico lo bagna: / sonno di semplici / eternità terrestri.”

Giovanni Sato in queste composizioni contempla la bellezza inviolabile e l’inaccessibile sovranità delle altezze celesti, quella “solitudine del cielo”, ove gli ideali si stagliano imperituri nella maestà del silenzio e i sogni veleggiano come nuvole spumeggianti nell’iride di Dio: “Voglio provare la spiaggia dell’isola / dove il suono / è la conchiglia stesa /al tempo del riposo. / Noi qui presente / vivo delle età, / passo che non teme / l’onda che si frange. / Noi qui le stesse / stese madreperle, / (lumina coeli) / nel loro volvo il certo / scomparire flesso della pena. / In esso e in noi / tutto il certo / limpido del cielo.”

Recensione
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