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La stanza alta dell’attesa

Questi versi inseguono il mito dell’età d’oro dell’infanzia, da quella “stanza alta” in cui è nata la protagonista, al fitto carteggio dei suoi genitori quando il padre era prigioniero di un campo degli internati militari italiani: “La madre vestale della casa / tenuta viva dalla sua speranza / la mia vivace presenza piccina / da antiche figure familiari / succhiava attimo per attimo / l’attesa del paterno ritorno / nel salotto buono ricuperato / rifiorito da interiore sua linfa / dopo la fuga nella campagna veneta / alla bellica urgenza / l’attesa dello sposo dai campi imici / a lei stretto da un rosario epistolare / d’amore dolore premura / a me, stella piccina / che accendevo il vuoto dell’abbraccio / ispiravo al padre tenerezza quale / una bambola in dono il giorno compleanno. / Madre miracolosa madre / col padre assente / universo di luce riflesso / nella mia vita Sempre.” (Madre miracolosa madre).

La sua “vita piccina” è collante nella lontananza e nelle prove dolorose: “In sillabe riemerse oggi, 29 marzo / palpita di tenerezza / il tuo sogno-dono dal segreto spazio / di una bambola coperta di baci / per me piccina ancora / nata al vento marzolino oggi, allora. / L’anima in altra età / brivida ora all’emotiva visione / e subito s’addensa in stupore / suonando note meditanti. / La vita piccina fra voi rinsaldava / nel vuoto dell’amplesso / la melagrana succosa dell’amore / quella stagione felice dei fiori / sacro profumo sull’altare di Dio / radicava quale tenace virgulto / nella passiva resistenza imica. / La vita piccina-comune linfa interiore / stringe avvicina oltre l’umano confine / nell’orizzonte infinito del cuore / in albe tramonti odorosi di primule e viole.” (Padre miracoloso padre).

 Prosa e poesia si alternano nel descrivere ciò che la sacralità della memoria ha custodito gelosamente.  La poetessa, così, risale alle sue origini, al duro periodo bellico del distacco forzato, ai bombardamenti, agli sfollamenti dai nonni in campagna: “Né dirò del rifugio aereo / raggiunto col Bubi addosso / fra le braccia dello zio partigiano. / Dov’è quel mio Bubi rossiccio / difesa nelle notti fredde / difesa dalla paura assillante / premura di mia madre sempre? / Non dirò dell’esilio in campagna /dalla zia contessa, dai nonni o altri.” L’attesa del ritorno del padre è intessuta di strazio e speranza nel tenero nido della famiglia: “Padre, dal campo di Benjaminow / di te ormai solo echi-pallide sillabe / raccolte come reliquie / dalla casa-cuna franta per sempre. / Vi ausculta il mio tempo assorto / in filiale devozione / il battito del tuo non detto / per quel pudore-dignità-sudario / sull’altare del dolore, / per la difesa della madre / vestale della stanza, sola. / Quanta vita, padre, si trascina / s’innalza velata celata tra le righe /e tu, da numero segnato, ti riformi intero / persona anche allora in note pregne d’umano / cerchi d’interiore trasparenza / sempre più compiuti e chiari. / Straziante elegia la lontananza / nel cubo della notte invasa / da alienanti odori rumori / e confortante angelica presenza / l’immagine baluginante ad ogni ora / di profili sguardi sorrisi incisi nella cavità del cuore / richiamo che chiama richiama la vita / la casa-gomitolo di speranza infinita.” (La grande attesa).

 Dalla rievocazione ne emerge un mondo genuino, di autentica umanità, nonostante la fatica e la sofferenza, in un’allegra promiscuità che ha il sapore dell’amicizia: “Nella magica casa di Giannina / nel salotto di Jolanda brulicanti / di abituali presenze / si respirava qui fra i Grandi / tutto il profumo dell’amicizia / variegato da altrettante essenze / in una conferma di interiori intese / sul comune impegno di maestri / aperto sempre all’aiuto umano / di fiducia uno nell’altro / alla luce di un’etica stella / risentite anche ora dentro / all’eco sfumato di quelle care voci lontane. / Qui le radici di un vivere altro.” (Profumo d’amicizia nella stanza amicale).

L’infanzia si tinge di un’aura fiabesca: “Dirò dell’attesa innocente / sorgiva nativa d’un tempo felice / filigrana d’oro di mille sorprese / infinita unica attesa l’infanzia-stupore / che sgrana gli occhi del cuore / la mente curiosa, le mani protese / all’umido sonno fagiolo / nel risveglio bambagio / germoglio posato / su un raggio di sole / ai guizzi-girini / tra le mani d’acqua / là in quel fossato sfumato / a brezza di spighe e vigne / nel sogno di principi ranocchi / sorpresi nel vaso di latta / al soffione tarassaco / stretto fra le dita / a soffio di labbra / lampo setoso sfrangiato nell’aria / magia di prati rinati / sui colli Euganei. / Benedetta l’infanzia-natura / benedetta tu Anna / venuta ora sulla terra.” (L’attesa innocente).

Vi sono occasioni speciali che accentrano tutta la poesia e la dolcezza, come a Natale, nel rito del presepe, la cui suggestiva magia si trasmette di generazione in generazione: “tenerezze da antiche madri ai figli / migrate col pastore / in mani bambine altre / che devote ne fanno memoria / consacrati gli oggetti da un alito d’eterno / magia dell’infantile tempo / dilatato a dismisura nel mito! / E il presepe si forma riforma / storia infinita d’amore / traversata da tante vite lontane / unite nella festa. / E la cometa da 2000 anni riattesa / accendendo speranza / in umili sguardi puri ora riflessa nei tuoi occhi, Giulia / è luce della Verità del cielo.” (Pastore di memoria alla luce d’oggi).

La casa è il fulcro, focolaio dell’umana famiglia, dove regnano la vita e l’amore: “La casa era il platano immenso aperto / al cielo e alle alate creature / la casa che colmava ogni attesa in eventi semplici ma da favola / era, poeta, il tutto nel nulla / era il sabato sempre del dì di festa / era il cuore ove sentivi viva l’appartenenza / ad una famiglia grande / dilatata oltre le pareti agli altri un faro comune a cui rivolgersi / col mare in tempesta / rifugio conforto nelle calamità. / Ancora vivo in noi / questo senso intimo d’universo: / mio padre mia madre insieme / come sorgente del fiume di tante vite / che ancora scorre in noi cugini / uniti divisi per percorsi diversi.” (Casa platano).

Nonostante il trascorrere del tempo e l’avvicendarsi delle stagioni, se hai ancora in serbo una stanza della mitica età d’oro dell’infanzia, allora puoi conoscere la felicità: “Se in stagioni della vita / a varia fioritura / hai ancora tante stanze di felicità / e ogni stanza ha nomi sguardi mani diverse / ma comune sostanza l’amore che sazia / se ancora hai tante stanze felici / con persone altre altre / allora sei creatura alata / ancora voli fra nidi sicuri d’innocenza / voli nel cielo di un’eterna beata infanzia.” (Se ancora hai stanze felici).

I luoghi s’affacciano alla memoria in tutti i loro meandri infiniti, con le loro connessioni complesse: “Ci sono luoghi sempre /che per un odore un suono un colore / un’analogia ontologica / richiamano altri luoghi. / Si dilatano allora pareti / in un percorso-accumulo lievitante emozioni. / Così nell’infanzia si apre un corridoio / infinito di rimandi emozionali / sgorgati emersi dalle stanze dell’anima / come lava dal cratere. / (…) Imperscrutabile è l’anima / alla piena dei ricordi.” (Luoghi).

La mappa geografica dei ricordi si estende anche alla campagna, rifugio del periodo bellico, popolato di animali affezionati, come l’oca, le galline e l’usignolo: “Quella nuova terrazza al numero 15 era il mio resort / con bagnetto all’aperto in vasca di ferro / solarium su un cuscino liberty / era fattoria di miei domestici animali / insieme colloquiale ritrovo di mamma nonna / prozia assorte in ricami rammendi graditi / per il ricupero fino all’ultimo ordito / con rare parole, l’eco mi suona lontano / lontano come da un vecchio disco troppo presto / consumato dall’ansia del ricordo.”

Rivive la Padova dei grandi riti popolari, come la processione del patrono S. Antonio, dalle immagini ben nitide: “Una fiumara umana costretta / entro le anse strette di via del Santo. / Io dall’alto, minuta di statura, ora sì che la vedevo / avanzare immensa con le bandiere al vento / e tanti tanti uomini con i mantelli azzurri / e bianchi rossi neri solenni portavano la statua / dipingendo l’aria con le vesti accese di colori.” La bellezza della città, pur se mutata, resta impressa nell’anima: “Ora la bellezza esalata dalla mia Padova / si è impressa in me come interiore vocazione pur con tutta la sua fragilità / – bolla di vetro soffiata a Murano – / nell’umana litania dei giorni./ Allora preme l’urgenza di coglierla... / – è dolce mela di vita che passa / su una vela bianca e più non ripassa. /L’altra, la mela della nostra favola / con foglie d’oro / è sfiorita nel soffio dell’infanzia –. / L’urgenza di coglierla nell’attimo / d’eterno da succhiare fino all’anima / come primizia spiccata dall’albicocco materno / che ora abita nel mio brolo / in trame di vita d’amore-morte infinite.” (Fragile bellezza).

Numerosi sono i pretesti di festa: dalla Befana, al Carnevale, alla gita di Pasquetta, alla barca di S. Pietro, tutti momenti felici incisi nella memoria.

Maria Luisa Daniele Toffanin contempla l’archetipo della sua infanzia dorata con nostalgia, ma anche con la serenità di chi sa che la possiederà per sempre: “Ora sono in un presente / d’urgenze di miracoli / in un’attesa nuova / di un’infanzia altra / ove sempre riaffiora occhieggia / lontano un mio tempo / l’infanzia mia-gioco-infinito. / Così in un canto / di musica e parole nuove /dico il mio esserci / in Magia di attese.” (Ora sono in un presente).

Recensione
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