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La trasparenza dell’ombra

L’ombra sussiste quale riverbero della luce, è un po’ come l’esistenza dell’uomo rispetto al sole del Sommo Creatore: vive di riflesso. La nascita stessa è come primizia d’aurora in seno allo splendore eterno, un raggio della Bellezza assoluta che si proietta nella limitatezza del contingente: “Un altro luogo è nato / dalla leggerezza dell’ombra / che il silenzio d’alba proietta. / Ogni cosa è un’altra / nel trasparente / mondo d’altri sensi.” (Un altro luogo è nato). È questo limine che segna il passaggio dell’anima sulla terra, che si frange in iridate “trasparenze”, appunto, che il poeta indaga: “La dimensione / dei nostri sensi / oltre ciò che non vediamo, / camminando senza vedere, / esplorando sentimenti e pene, / vibrando a volte / e a volte soffrendo / d’assenze e sogni. / La dimensione / d’improvvise sincroni. / inattese voci / uscite dall’Ombra / di semplici alberi.” (Il limite dell’anima). È l’alata danza dello spirito sulla soglia della dimensione trascendente: “Quando mi fermo / trovo ad aspettarmi / intensità d’anime, / sospese al limitare.”  (Intensità d’anime).

L’autore si avvale di un duplice linguaggio: quello verbale e quello visivo, attraverso artistici scatti (ad opera di un gruppo di studio di fotografi del Fotoclub di Padova) che fanno da pendant alle poesie, come illustrandone il significato attraverso l’immediatezza delle immagini. Si suggerisce di ogni realtà il cosiddetto “lato d’ombra”, vale a dire il senso recondito delle cose, l’altrove che si protende in quella effimera pretesa d’autonomia di ciò che vive ontologicamente di riflesso: “Quale tenebra / nella luce che  rimane, / nel fragile oltregiorno, / specchio-cristallo / di silenzi e labbra. / Oltreluce / al di qua d’ossimori, / ingranaggi d’ore girate in / faccia a faccia d’anime. / Quale tenebra / d’incomprensioni / e fra le mani / sottili rime / d’ombre, / verse in giri / di gironi e cieli.” (Quale tenebra). 

Tuttavia, è proprio partendo dall’ombra, dalla natura caduca dell’umano, che si può risalire alla divina essenza: “Camminando nell’ombra / sentendo i limiti / dell’umano senso, / con la gravità / che preme ai margini. / Le altezze sono lontane, / nel punto verticale / sembrano un sogno, / un irraggiungibile volo. / Ma leggendo i passi, / nascono nuove speranze / e il sole può aprire una via / per arrivare prima della notte.” La luce sembra rivelata proprio dal suo riflesso, che è il suo visibile passaggio sulla terra, così come questa vita è prova e premessa di quella futura ultraterrena: “E l’ombra che rivela / invece nel passaggio / la luce che sta dentro / e quella che si flette / nel giro delle cose, / come la notte breve / e il giorno che risale. / Fra queste due nel mezzo / la scelta ed il destino, / l’intensità del cuore, / l’incanto dell’amore.” (Le due ombre). Lo sguardo stesso, anche fisiologicamente, sboccia dal calice di buio della pupilla circondato dall’aura luminosa dell’iride, come se lo splendore luminoso si nutrisse del nascondimento umile dell’ombra: “La tua grazia eccede / le forme e sconfina / nell’animo d’acqua di un fiume, / profondo così è il tuo sguardo / nel cammino ampio del mattino. / Sospesi livelli / uno sull’altro fino al senso, / grappolo d’aria ghiacciato / per averti sempre limpida. / La tua grazia così / apre anche all’ombra il suono / di un’infinità d’attimi.” (Infinità d’attimi). La lungimiranza del guardare è nel saper cogliere l’oltre al di là del limite, l’invisibile dietro le apparenze: “Saper guardare / nella profondità dell’acqua / nel giro d’ombra / che vive fra i riflessi. / Scoprire il metro, / il passo che nell’oltre disegna / impalpabili prospettive, / seducenti / fuggevoli impressioni.” (Saper guardare).

Inseguire l’altro quale miraggio d’amore nello sterminato deserto dei giorni è sempre attraversare l’ombra dell’evanescente, dello sfuggente e dell’inafferrabile: “Eppure seguirti / con la nebbia nel cuore, / senza sapere dove / l’albero fa ombra, / senza accorgermi che la luce / radente mi sfiora. / Seguirti mi è difficile: / la strada è un sentiero / e attorno sfrecciano anime / che non conoscono tregua. / ti parlo così / come mi viene dal cuore, / forse non più di un soffio / di vento è la mia voce / ed i miei passi vagano / fra ombre di ricordi / di quel che era luce / ed ora scende / in lacrime di sale.” (Cecità). Lo specchio, decantato da Borges, è un altro elemento simbolico che riconduce alla valenza speculativa dell’ombra: “Non cercatevi / in mondi lontani: / guardando nel riflesso / di occasionali specchi / passano senz’ombra / le nostre vite. / Sono frammenti, / improvvisati fuochi, / sentieri paralleli / dove una parte di noi viaggia / lasciando forse un segno.” (Specchi senz’ombra). L’ombra è il velo di trasparenza che cinge il mistero, il pudore del divino che è il principio della creazione dell’universo: “Alla base di tutto, / anche d’una goccia, / di leggera pioggia, / è il contorno che l’ombra / disegna per stupire / la sfera dell’ignoto. / Non tutto mostra / quel che veramente è: / c’è un fondo di mistero / nello scorrere / delle cose.” (Incipit). Il tempo è un’incalzante ridda di ombre che si susseguono vorticosamente senza neanche poterle identificare: “La notte ha costruito le sue ombre / giorno dopo giorno, anno dopo anno. / A nulla son serviti gli angoli smussati, / la mente ha sbattuto contro lo stesso / e si è piegata a se stessa, alle moine / d’incomprensibili fughe. / Forse tornare indietro / è quel che manca / per ritrovare il lume.” (Il Tempo che manca). Ombra e luce coesistono in una dialettica incessante, come sogno e realtà, male e bene: “Vola / l’anima dormiente / e non si accorge / dell’inversione della vita: / ombra e luce / sono ora insieme / nel “tutto” del Tempo. / Solo una parte, / nel piccolo sogno, / nel sonno pesante degli alberi, / comprende la Verità.” (L’anima dormiente).

È il pensiero che tesse la spola tra i due opposti, eppure complementari emisferi: “è il pensiero ciò che gira / e rigira e ci consola, / è la nota che risuona / dentro fiumi di respiri, / luminanze di ricordi / che si fondono al cammino. / Forse poi, ma parlo piano, / è il mistero a noi più grande / forse lì l’anima nasce. / Luci e ombre ha anche la mente, / non si possono vedere: / solo l’anima le vede / e conosce in questo intreccio / tutto il sogno che c’è dentro.” (L’ombra del pensiero). Anche l’ombra sembra avere un suono, mentre rotea in sincronia con le vibrazioni cosmiche: “Forse ha un suono / il suo cambiare forma / quasi fosse / staccata dalle cose / e tendesse / ad un mondo d’aria. / Sentirne la musica, / nota per nota / quando l’ellisse gira / ed il battito cresce. / (…) Pulsare quasi di stella, / seppure scura, / nel suo introverso spartito. / In chiave portando / delle cose spirito / in sospensioni aeree. / Sintetica vibrazione / d’universi.” (Suono d’ombra). Sulla terra ci è dato conoscere l’eterno splendore attraverso “lame di luce”, la totalità per frammenti: “Per me il frammento è già un vasto mare: / nel lampo e nella fessura si concentra / un mondo quasi d’ombre / ma con lame di luce che tagliano il giorno. / È l’incorporea / anima che si svela / nel percorso / dove luce concentra / subitaneo / il suo veloce passo. / Per me è già il frammento / un vasto mare / e ho trovato lì le onde / e spiagge solitarie / e la vita / che concentra le rapide / sue ore / in una lama di luce.” (Per me il frammento è già un vasto mare). L’ombra contiene in se stessa una perdita, una sconfitta che precede la vittoria della vita (“se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”, Gv 12,24, secondo la parabola evangelica), così come nel buio della terra cova il seme poi destinato a fiorire e a fruttificare: “Forse perdendola la si trova, / la vita, / il messaggio è cifrato / ed il battito sente e vede. / Così non può andare: / forse passerò oltre / nel cerchio dei sognatori, / dove l’ombra non arriva.” (Dove l’ombra non arriva).

L’ombra suggerisce un oltre e un altrove: “Il Paradiso è nella pioggia / ed ogni goccia un’anima. / L’inferno non so, / forse non c’è più posto / nei cerchi sotto la terra. / E l’Ombra deve uscire / a rivedere il Cielo / per aver pietà.” (Altri luoghi). I volti dei propri cari che hanno costellato la nostra vita attraversano l’anima come ombre, e nominarli è esorcizzarne l’assenza: “I nomi scorrono / uscendo dall’ombra / di pensieri scoscesi / e mostrando al sole / le ferite di notti passate / nel silenzio della parola. / Nominarli / nel primo albore, / uno ad uno sfiorando / le sillabe sospese / come in una processione / di anime rischiarate.” (I nomi scorrono). L’ombra è parte costitutiva di noi, della nostra realtà, della nostra vita, come l’altra faccia della medaglia: “Fa parte di noi, / dentro e fuori segna il limite / del sole. / Si appoggia agli alberi / e il nostro mondo / si consola a volte / fra le sue carezze. / Fa parte di noi / dentro e fuori / segna i contorni / dell’anima e del mondo. / Anche se il colore / con essa perde luce. / Per questo noi viviamo: / per la notte e il giorno / che rovesciano su di noi / intrecci di fogliame, / con porte che s’aprono / e si chiudono / e strade segnate / da buioluce.” (Il senso dell’Ombra). L’ombra, soprattutto di un albero, è tradizionalmente ristoro e refrigerio nell’arsura (“ombra contro il caldo”, Is 4,6) del deserto dei giorni, così pure è protezione (proteggimi all’ombra delle tue ali”, Salmo 16,8, recita la Sacra Scrittura), è “sorella della luce” (All’ombra), piuttosto che antagonista, essendo generata da essa stessa. L’ombra, sottile e silenziosa, è depositaria discreta di memoria che ne custodisce la sacralità nell’intimità della propria casa: “La casa è vestita di tempo, / ogni angolo ha un ricordo che vibra / e alle pareti i giorni stanno appesi / con le parole che guardano nel mezzo. / Si frange intorno l’ora d’ogni respiro / dividendo i giorni in lune ed altri cieli; / così procede e quel che passa resta, / a dimostrare che ogni cosa ha un senso.” (La casa è vestita di tempo). L’ombra è la forza sotterranea che come faglia segreta alimenta la vita vera: “Non abbandonare uomo / i germogli nel mattino: / la tua forza sta nell’acqua / che scorre a fiumi, / nel sotterraneo mondo / che sa cogliere dall’ombra / frammenti di luce. / (…) Non abbandonare uomo la presa, / la tua forza / è in tutti i giorni / che son stati e che verranno / ed in quelli che ora vivi, / senza avere mai certezze / se non quelle della luce / quando appare lungo il mare.” (Non abbandonare uomo la presa). L’ombra ha il suo fascino malioso: “Dove l’ombra preme / finché non scalza il sole / giù nell’oltregiorno, / ingresso di radici / d’alberi scoscesi, / sentieri senza lune / sospesità d’inganni. / Laddove annotta / il rosa dello sguardo, / l’essenza d’ogni afflato / e resine uscite / da rami senza fiato.” (Dove l’ombra). Lo stesso volto dell’amata trae bellezza dal contorno d’ombra: “Forse tornerò / fra le tue ombrose mani, / prima che nasca il sole / e il cuore poi si sciolga / nell’acqua delle rose. / Ombrosi anche i tuoi occhi / che al limite dei passi / riflettono parole / non dette e silenziose, / trattengono l’aurora / perché non nasca in fretta. / Dell’ombra mi scoloro / per perderti nel sogno.” (Colore d’ombra). Rispecchia in sé il sublime dell’assoluto: “Qualcosa di rarefatto ha l’ombra / nel lento divenire dell’altr’ombra, / di quella che la luce non rivela, / quell’ombra che nascosta sta in attesa. / L’interiore forma primordiale, / l’anello che ci lega all’altre vite. / Ha in sé, nel noi che non si mostra mai, / se non nell’incantesimo degli occhi, / quel tale avere in più che infonde / il ricercare intenso della luce.” (Qualcosa di rarefatto ha l’ombra).

Le anime stesse sembrano attraversate da questa dinamica di luce e ombra, questo chiaroscuro che incarna tutto l’avventuroso dramma dell’umano: “Forse le anime / trovano spazio / fra le ore / quando le loro menti intrecciano / pensieri e sogni / E non c’è ombra che trapeli / dai loro sensi di luce. / Così procedono nel cammino, / confondendo notte e giorno, / respiri e labbra, tempi e infinità.” L’ombra, intesa come marginalità, può essere una presa di posizione, una scelta di vita: “Ho scelto di restare ai bordi / dove il suono si ode del tempo / e l’ascolto delle stagioni / è il variare mutevole dell’albero. / Apparentemente il  nulla intorno, / ma qui l’eterno / si mostra in tutta la sua luce. / Non ho confini e tutto converge / nel pulsare d’inaspettati eventi, / come il volo che rende libero il sogno / o la transizione del corpo. / Ho scelto di restare ai bordi, / dove i riflessi entrano a metà / lasciando il resto / Per l’eternità.” (Ho scelto di restare ai bordi).

“Il sogno è l’infinita ombra del Vero” scrive il Pascoli con lungimirante chiaroveggenza; Giovanni Sato, attraverso la rivelazione folgorante delle parole e l’epifania delle suggestive immagini, risale alla connotazione trascendente dell’ombra, quale fondamento dell’armonia dei contrari che paradossalmente regge l’universo: “Ombra che sostieni la luce, / inaspettato incanto, / nel lento svolgere del sole / la tua calma tiene su la casa / in un effimero nuovo mondo.” (Ombra che sostieni la luce). 

     

 

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