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L’invasione degli storni

L’invasione degli storni prende spunto da un passo di Palomar, di Italo Calvino, in cui il protagonista guarda con apprensione, “nell’aria viola del tramonto”, “una nuvola d’ali che volano”, per cui “la cupola del cielo ne è invasa”: “quella che fin qui gli era sembrata un’immensità tranquilla e vuota si rivela tutta percorsa da presenze rapidissime e leggere.” Il passaggio anomalo degli uccelli, considerati fin dall’antichità (con gli àuguri) quali messaggeri di rivolgimenti storici e, attualmente, di cambiamenti climatici, suscita nel personaggio inquietanti interrogativi: “Sarà perché questo affollarsi del cielo ci ricorda che l’equilibrio della natura è perduto? O perché il nostro senso d’insicurezza proietta dovunque minacce di catastrofe?” (I. Calvino, Palomar, con una presentazione dell’autore, Milano, Mondadori, 1994, p.64).

La raccolta di poesie di Roberto Mosi ricalca questa stessa inquietudine, nella constatazione del degrado ambientale, morale e sociale che sta investendo l’uomo, che ha perduto l’armonia con se stesso e quindi anche con il creato, là dove, come scrive Giuseppe Panella nella prefazione, “i rifiuti sono ciò che appesantisce l’uomo e gli impedisce di essere ciò che vuole essere davvero, legato, com’è, alla “virtualità” dell’esistenza affettiva ed emozionale.” La discarica, denominata “Valle dell’Inferno”, infatti, è un luogo simbolo di questa situazione disastrata: “Congestione di rifiuti urbani | nelle discariche a cielo aperto, | i topi si tengono per la coda | fanno festa gabbiani in volo | gatti impigriti dal grasso.” Qui la cornacchia, comunemente associata a funesti presagi, è la padrona incontrastata: “La cornacchia conta gli arrivi | li moltiplica per i numeri primi. | Ad ogni arrivo batte le ali | scrive il nome sulla lavagna.” È come un Caronte che scorta il visitatore lungo le desolate rive della “città dolente”: “La cornacchia sfoglia | le pagine, scuote la testa | mi spinge fuori dalla valle. | La cascata sbarra il sentiero | l’acqua scende fragorosa.” In tale discesa negli abissi sovviene la reminiscenza di Dino Campana, della sua follia, come un mito che osi sfidare le avversità della sorte: “Mi perdo in questi boschi | le parole di Dino ritrovo | il centro di me stesso tra i fumi | della Follia. Casetta di Tiara | oltre i fianchi della valle, | approdo per l’incendio d’amore.” Il gabbiano è un altro volatile che popola gli spazi umani, agile intermediario tra il cielo, il mare e la terra: “ora il volo libero del gabbiano | ora colonne fino alle guglie | della cattedrale attraversate | da oriente a occidente | da armenti ricamati di nuvole, | guidati dal fantasma della Ragione.”

In questo viaggio agli Inferi l’autore, come Dante, ha la sua Beatrice, la guida che lo conduce verso la verità – che è la sorella morta dopo un giorno di vita (“il respiro, il volo di un giorno”) – , assurta alla gloria paradisiaca e all’idealizzazione trasfigurante: “Gabriella, coronata di luce | nella radura mostra la strada | che dalla valle sale | per i fianchi della montagna. | Sopra la cima dei castagni | la vertigine delle rocce, | colonne aeree di una cattedrale | aperta sul candeggiare del cielo.” In questo attraversamento dei tre regni dell’al di là, la guida lo avvia al secondo, il Purgatorio, dove si sconta lo sfacelo umano nelle tribolazioni della malattia: “Salto tra le onde, sui massi | in cerca della via d’uscita. | Scopro la grotta oltre il salto | dell’acqua, Gabriella mi porge | la mano: “Dopo la valle | scoprirai il tempo dell’Attesa.” La Sala d’Attesa è non-luogo di dolore, dove imperversano lo squallore e la disperazione: “Nella Sala d’Attesa l’odore | dell’alcol, il battito del tamburo, | la pelle secca della lingua. | Folla nella Sala d’Attesa | la porta aperta del Reparto, | il gioco degli scacchi, | per pedine la vita e la morte.” Il simbolo tratto dal mondo animale stavolta è il ragno, che tesse la trama del destino: “Il ragno si affaccia dal soffitto, | di notte tesse la tela. | Scende veloce per il filo, | osserva i pazienti distesi, | gli aghi infilati nelle vene.”

Oltrepassiamo anche questo stadio dell’umanità gemente, per accedere (Gabriella mi guida, | pedalo leggero nella città, | la nuova Sala d’Attesa) al Nuovo Cinema Paradiso, ricettacolo dell’evasione dell’arte e dell’utopia della bellezza e della felicità che non hanno durata su questa terra, per cui si proiettano verso un altrove di sogni e poetiche fantasie che hanno l’emblema nel capolavoro di Tornatore, in cui l’estasi delle emozioni si fissa nell’immortalità cinematografica: “Il fascio di luce taglia la sala | imprigionato da nubi di fumo. | Vivono in bianco e nero | i racconti del mondo, | ombre proiettate dalla cabina, | immersa nella nube notturna | del Cinema Paradiso.” Nella finzione del grande schermo si accendono i riflettori degli iridescenti miraggi, mentre “gli sguardi sprofondano | nell’anima di luce delle cose”: “Applausi volano in festa, | il Cinema sprofonda nel silenzio. | La musica nasce da lontane | sorgenti, danza | nelle trame delle luci, | si apre in onde tra il suono | di archi ed ottoni.” E l’autore si galvanizza: “Sono attore e comparsa, | principe e servo, leggero | nel girotondo incessante | della musica di Otto e mezzo. | Gli altri sono parte di me, | nel cerchio della vita.” Sembra che questa possibilità di raccontare l’epos che coinvolge ogni uomo sia l’unica speranza da consegnare alla posterità: “Nell’ora viola del tramonto | il vuoto, poi un pulviscolo d’ali | invade la cupola del cielo, | la nube s’addensa, sfiora la casa, | (…). Ora la nuvola evapora | ogni storno si allontana | raggiunge un punto lontano. | Ora dai quattro angoli del cielo | emerge un vortice gremito | di battere d’ali, una sfera roteante | sopra il ronzio della cinepresa. | L’ultimo chiarore scompare, | l’ombra sale dalle strade | sommerge le cupole, | le tegole dei tetti, | inghiotte il volo delle piume. | Nei nidi appesi alle gronde | riposano i racconti del mondo, | la testa sotto le ali.”

Roberto Mosi, in questo rapido iter conoscitivo dei tre stati, dallo squallore dell’inquinamento delle coscienze degli Inferi, alla sofferenza della malattia del Purgatorio, alla beatitudine dell’evasione del Paradiso, offre una trilogia dei regni umani speculari di quelli ultraterreni, in un’avvincente quanto acuta lettura della travagliata e avventurosa vicissitudine umana, tesa a trovare una luce che la riscatti dal nonsense, come trapela nella Postfazione, nel Dialogo tra l’autore e la Cornacchia della Valle dell’Inferno: “Il tuo è un viaggio alla ricerca della speranza e la speranza è contagiosa.”
Recensione
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