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L’uomo e i segni

Questi versi sono intagliati sulla pagina come “i segni”, appunto, i solchi delle emozioni e delle passioni di questa “vicissitudine sospesa”, per citare Luzi. Essi come echi rincorrono le tre salienti stagioni della vita: l’euforia della giovinezza, la disillusione dell’età adulta e infine il doloroso impatto con la morte.

Prima stagione, infatti, rievoca la selvaggia ebbrezza dei sensi, il cui ricordo è ancora ben vivo, legato agli odori e ai colori del paesaggio natio: “Dentro questa terra non potrai cancellarmi / noi abbiamo vissuto / in estasi di rugiada abbiamo sciolto / le nostre ore più vive / confusi al sole alla terra alle case / vere dell’uomo.” La scoperta adolescenziale dell’Eros si scontra con il potere distruttivo di Thanatos, in cui l’esaltante evasione dell’avventura amorosa si mescola alla cruda realtà della guerra, che attorno semina lacrime e sangue, e alla desolazione della miseria: “Certo anche allora maledizione / di secolari debolezze / le corse pazze della gioia / erano intralciate / da alti reticolati cavalli di frisia / contro i quali si spezzava la libertà dell’infanzia / e i brandelli dei nostri cenci.” Pur nell’innocenza estatica dell’infanzia s’insinua quel germe del male che oscurerà i giorni a venire: “Crescevi con le mani indifese / con il cuore pieno di vento alacre / nelle finte dei tuoi pugilati / raccoglievi licheni sui sassi / e oltre ogni muro di cinta / i prati verdi non avevano orizzonte / ma dentro l’urlo dei tuoi anni / si avviluppava il male dell’uomo.”

Nella seconda parte, La rabbia della vittoria, dopo la confusa frenesia degli anni giovanili, si assapora il gusto amaro della delusione e del disincanto, del “fanciullo perduto”, mentre “le radici del male che opprime / sgretola / la terra fradicia per le lunghe piogge.” Il grido dell’anima diventa universale, s’incarna nella rivolta sociale: “Palpitano contro le stelle / i petali della rivolta / come piante seminali si ergono / verso la cupa bocca dell’oceano / dannata / da mille maledizioni abissali.”; “La nebbia avvogolava i tetti / si attaccava alle antenne corrive / e in basso / nell’esplosione delle piazze / il caldo sangue scioglieva il catrame / anche un sasso / lanciato contro il mugghio della ferraglia / diveniva bramosia di libertà / ricerca aperta e frastagliata / di una koinè comune / inseguita sull’ombra dei muri / dietro i platani arsi dai lanciafiamme / l’odio / cementa la discordia e salda / il dialetto alla lingua.” La coscienza sepolta da coltri di polvere talvolta ha la forza di insorgere in tutta la sua lucida chiaroveggenza: “Eppure le mani intellettuali sguazzano / nella viscida pozza della strada / troppo presto / i voggoli del sonno ti convolgono / in arcani frantumi di coscienza / sotterrata / sotto strati di grida indignate / sollecitate da perfidi moscerini / che accecano troppo in fretta / per non sentire i travi della colpa.” L’amore non è più fremente attesa degli ardori giovanili, un fiume limpido in cui sguazzare, bensì un gorgo di morte in cui affondare: “Ormai non è più possibile / lo vedi / amore tenero brusco nostro fiume inquinato / si ammala di certezza la vittoria / troppo facile forse / perché non rigurgiti dalla gola profonda / l’acqua che qui ci annega.”; “Sfiorì l’amore e il grido / di rivolta si spense / nel grigio morbido di spugna / restituì di liquido / l’essenza amara del sudore / castigo all’uomo sulla terra.” La memoria stessa si ritira solitaria come la marea stanca di raggiungere la riva: “Non ho memoria di ciò che fui / e sull’oscura pietra / seguo le linee di nuova meridiana / accolgo / nell’alvo tepido di rossa carne / le inossidate forme del pensiero / vergine papiro che dal Nilo fecondo / trascorre il limo fertile / le sponde insaziate e da sempre / con dolorosa forza le sommerge.”

E se, come afferma Pirandello, mai come quando soffre l’uomo “sragiona”, allora il linguaggio si torce in movenze spettrali che perseguono il delirio e l’assurdo: “Neri cavalli scalpitano sulla terra / screpolata e schiantata / spuntoni bruciacchiati a maledire / la follia degli uomini / la sottile lingua dell’angoscia / fruga dentro i visceri. / In quali buie caverne / si nascondono i colpevoli?”; “Il giorno mi assale a tradimento / sconvolgendo grumoli di sonno / ricacciando nelle grotte dell’inconscio / gli albatro delle vane demenze / bacche rese poltiglia / nel macinare ottuso della mente / Rimbomba nell’aria screziata / il grido straziante delle diomedee / da lontano oltre questi profili / si accendono lingue di sangue / lambite da improvvise maree / tappeti umani stracciati / farneticante ragione sconvolta / Crollano le certezze e il dubbio / è l’unica sicurezza superstite / amore che mi inchiodi contro il muro / delle demenze irrisolte / dove al di là dei desideri / canta la morte vera compagna dell’uomo.” Eppure, in mezzo a queste livide tenebre s’affaccia, tenace, uno spiraglio di cielo: “Con quale fantasia / la forza / spinge dal basso e allaga di speranza / tenere ragioni / dove il tempo non conta / e fa fiorire / l’iris azzurro del ricordo / L’assurdo / cerca nei sassi il polline / e vi scopre / riflessa la sua faccia di conchiglia / come il mare illusorio / di cui inutilmente / dente maligno dentro il cuore umano / il rumore rimanda di chimera.”; “Lucidi messaggi di dolore / scorrono sotto la crosta ghiacciata / e cercano / con la disperazione dei giusti / la strada dei primi bucaneve / per risplendere / alla luce di un’altra primavera.”

Quindi, nella terza parte, L’ultimo cordone ombelicale, si modulano le dolenti note dello “strappo a mani tese dai miei cari”, direbbe ancora Luzi, declinando tutto lo scoramento e il compianto nella rielaborazione del lutto. È un omaggio poetico denso di pathos quello che l’autore dedica alla figura materna, di cui evoca lo strazio del distacco e il suo sofferto passaggio all’altra vita come uno sradicamento da se stesso, carne della sua carne, in cui può ancora perpetuarsi la sua presenza, in una sorta di paradossale inversione per cui è il figlio a generare la madre: “Nel buio diaccio è irreale / questa neve marzola / il rantolo del vento che affoga / i latrati del mio dolore / Madre i morsi furiosi / dei lupi / che fanno scempio del tuo corpo / attanagliano le mie viscere / come fossi io / a partorirti e invece / l’attesa che venga reciso / l’ultimo cordone ombelicale / marca i giorni di questo mese crudele / e l’impotenza delle mie mani / la rabbia la ribellione offuscano / la chiarezza di ogni ragionamento.”; “Non alla tua memoria / ma per la vita che è dentro di me / fiamma che ancora brucia le mie carni / mentre la fiaccola del tuo dolore / lentamente si spegne / Quali ricordi potranno nutrire / i giorni assenti di una presenza / il viatico cambia di mano / e si perpetua / retaggio di una vita mille intense vite / Non il ricordo ad alimentare / i giorni futuri / le reminiscenze usate la cristiana pietà / la forza la vita che si trasmette / che sempre continua a battere / nelle mie carni / Da questo corpo che fu tuo / potrai ancora vivere / con i miei occhi vedere / le cose che le tue pupille / già smemorano in una nebbia ovattata.” Infine, il tormento dell’agonia cede il passo alla serena compostezza della morte, dove la sofferenza s’acquieta in una solenne pace ultraterrena: “Vidi la tua fronte sgombra / libero ormai da ogni male del mondo / posai le labbra su quel vasto spazio / liscio e disteso come un telo stirato / Così mi apparisti in quell’istante / forma a sparire prossima / e nel tuo volto di pace / conobbi quanto lieve era la morte.”

La poesia è capace di trasfigurare anche questo frangente drammatico in elegiaca bellezza e fantasia idilliaca: “Forse la morte fu dolce / tenera / come i grappoli bianchi della luna / leggero l’ossigeno rifluiva / dal tuo corpo spento / Forse stelle filanti di fuoco / si accesero improvvise / mentre il cuore scoppiava e il capo / si rovesciò leggero sul guanciale / Ma io / cosa so dell’istante che ti vinse / la verità o il nulla / (…) Ciò che vive / come fiamma ferita nella notte / è la vita che pulsa nel mio sangue / e ritrova conchiglia risonante / nel tuo ricordo immagine perenne.” La madre continua a persistere nella dolcezza del ricordo (“il tenero pudore del tuo amore”) e nella vita del figlio: “continuo a scorrere onda del tuo fiume.” Più complesso è il rapporto col padre, come accade spesso, adombrato dal rimpianto di non aver compreso fino in fondo il reticente desiderio d’affetto che accomuna chi si respinge inconsciamente forse perché troppo simile a te stesso: “Ma non fosti anche tu / a generare parte delle mie membra? / Non mi allevasti all’amore / e nemmeno seppi comprenderti / così fui roso a lungo da chissà / quale atavico dualismo / odiando in te forse l’aspetto / di me che non amavo / Ora siamo giunti alla resa / e le parti sembrano invertite / io il padre e tu il figlio / e la pazienza l’amore che a te fecero difetto / si vestono di me di un velo apparente.”; “Già pensare al passato / è un esercizio duro che sorregge / tabernacoli di gesti e di parole / pozzo disumano dove attingere / acqua fresca di mancate occasioni / (…) Se di affetto fu parco il nostro vivere / ora in compenso sento che la morte / ti ha fatto troppo simile a me stesso / tanto che un’inquietudine sottile / sempre mi avvolge attorno alla memoria / dei tuoi ultimi giorni non compresi.” Prodigiosamente la morte sembra ricongiungere quell’unità familiare che l’esistenza quotidiana inevitabilmente dissipa, anche se per chi resta la solitudine è più fonda e come acque amare t’avviluppa da ogni parte: “Si ricompone così in fase inversa / la famiglia che nella vita / inevitabilmente disaggrega / e nella morte agglutina / di nuovo le sue cellule / (…) Però ora io mi trovo più nudo / esposto direttamente alla bufera / e non so quale sorta di pace / volge i miei passi al vostro eterno riposo / improvvisamente avverto che la vita / è solo un sussurro di parola.”

Una fervida tensione lirica percorre questi testi che s’inalberano in termini aulici e folgoranti intuizioni, attingendo spesso agli archetipi semantici di Montale, imbattendosi in lessemi dalle varianti desuete e invenzioni neologistiche: “Nella sera di accorti silenzi / oltre il cancello delle grida rauche / abbiocchi / la coscienza su pruni striati / secchi / dal gelo di aurore tramontane / Non credi / che la voce dovrebbe levarsi / alta a tagliare il pulviscolo / delle smentite convivenze / in questo rosso del cielo i segni / diventano chiare profezie.”; “Si macera l’indaco del cielo / attanagliato / dai grumi di tempesta retrocessa / e in basso sulla lingua cocente del goudron / balla la vecchia dei racconti infantili.”

Walter Nesti in questi versi coglie “i segni dei tempi”, come riporta nella citazione evangelica ad epigrafe del libro, vale a dire ciò che individualmente afferisce alla persona in relazione al proprio percorso affettivo, spirituale, intellettivo e morale, e universalmente all’umanità, quanto alla vicenda storica e sociale dell’epoca attuale. Ciò significa che il poeta è attento osservatore della realtà che lo circonda, affrontandola con il coraggio della denuncia e la lucidità profetica della verità, così come sa contemplare ed ascoltare il proprio mondo interiore con trasparenza e chiaroveggenza, con tutte le sue sollecitazioni e le alterne stagioni che vi si avvicendano.

Recensione
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