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Metastasi di rosa

Questa raccolta di poesia affronta il tema spinoso della malattia attraverso lo schermo della figura di Maria Grazia Lenisa, la Musa ispiratrice dell’autrice Claudia Manuela Turco, alias Brina Maurer, con l’arte rarefatta della sublimazione lirica. È il canto della bellezza fragile, di cui è emblema la “rosa”, appunto, che subisce metastasi, una corrosione che la intacca dall’interno a tradimento, come un barbaro predatore che ne fa scempio: “Bianca rosa di maggio, / ancor vaporosa / mentre frangi la tua vita / in un vortice di pois di ruggine / che pulsano, si ripetono, moltiplicano, / crivellando il tuo corpo. / (…) Rosa-fanciulla, / l’amante violento ti ha vinta, / ogni stupore ucciso / dal cancro stupratore.” (Il cancro nella rosa). O è l’immagine della farfalla che suggerisce la morbosa delicatezza esposta ad ogni offesa: “Dittico-farfalla, / dalle ali di seta stropicciata, / ti adagi sul cuscino-corolla / della giovane rosa malata, / nella copula impossibile. / Lei, sfinita, / ansima. / (…) Seno ansante, / nastro rosa annodato, / incanto trafiggente / nel morso tumoroso che l’avvinghia.” (Il peso della farfalla). Il cancro è un subdolo invasore che conquista il territorio progressivamente, né è possibile arrestarne l’avanzata: “Il sole sanguina e insanguina / e ingialla il tuo profilo, / mentre divieni rosa-mosaico / e ogni petalo si ammanta di un colore diverso. / (…) Le tue macchie hanno conquistato ogni profondità, / loro è ogni diramazione. / È metastasi di rosa. / Ma sogna una rosa? / Cosa sogna una rosa? / In quante lingue può parlare? / -sognare, una rosa?” (Metastasi di rosa). È un tarlo che divora la carne a poco a poco, incidendola col suo marchio di morte: “Rosa di carne / Rosa nella carne / Rosa di carne nella carne / Granchio / il cancro nell’Unicità dissolta, / tra poco. / Il ventaglio di foglie / non potrà ripararti ancora a lungo. / Suda, il cuore. / Cigola, il pensiero. / Tra poco, come Spartaco, / avrai spezzate le catene.” (La rosa nella carne). Nel presagio della morte vi è una tensione verso l’assoluto, l’affrancamento da ogni vincolo contingente: “Sentirai il vento una sola volta, / e ti porterà via, / lontano… / Il tuo volare / si ridurrà ad un’unica caduta; / così è scritto nel corpo stretto della parola. / (…) Un taglio netto, deciso. / Il riccio liberato… / La divina tragedia… / In caduta libera / è atteso il tonfo soffice, / ma volge in carezza. / Ora non sei a terra, / candida rosa crivellata.” (La rosa e l’infradito).

Nella sezione La solitudine di Alex labbra verdi si proietta la poetica e la mitologia di Maria Grazia Lenisa nel proprio universo interiore: “Madre. Fragrante nera terra soave, / agave depressa, / scendo con te ogni giorno nell’Ade, / truce l’argilla che t’accoglie, / nella sua vena imprevista, / (…) Quanti suicidi fili? / Eppure avevi Dio, / se io non ti bastavo. / T’invoco, ti chiamo, t’imploro. / Scrivo e vivo.” (Non il canzoniere di un Max Bender ti ha salvato....”). Sono un’irrequietudine indomita, un deragliamento dei sensi, per dirla con Rimbaud, che investono la giovinezza: “Cavalco nelle tenebre del nulla, / alla deriva / nel pericolo, / invoco un appiglio / dai sordi miei vent’anni, / anelo a un perché. / (…) Madre, ultima dea del cielo, / m’arrechi un raggio di sole che offende, / mentre un giorno m’attende, / ottunde la vista.” (I miei vent’anni). In questi versi si effonde un pathos struggente: “Gentile sposa di marzo, / m’hai lasciato / al sorgere di una nuova primavera, / ma prima / la vita non era vera? / (…) Eppure la tua vita / deve ancora scorrere in me, / la tua vena lirica intinge / il mio acido desossiribonucleico, / e rattoppato continuo a camminare. / Sono un’unghia spezzata, / una straordinaria vertigine / che tiene insieme / lacerti di parole, / stringhe di parole. / Sono l’ultima voragine, / vergine delle rocce / che m’hai abbandonato.” (Gli umori del vivere). La trasfigurazione lirica trascende la finitezza umana con il suo fuoco divino: “Ricordo occhi viola / di bambina con me bambino, / gli occhi di un amore platonico / oramai lontano, / ma forse altri occhi, altre viole, / altri viola / fluttueranno / in melodie di violino, / riportandomi a un’interezza / che ora più non spero. / Sarà la poesia a tenermi in vita, / fintanto che la vita non riporterà / il fuoco nelle mie mani, / fintanto che il mio corpo / non avrà di nuovo vent’anni.” (Se il passato è nel futuro). Il linguaggio assurge a vertici di sublimità e di rarefazione poetica: “Sei ogiva, gentile sposa. Il velo nervosamente tra le dita… / Sposo, sei arco rampante, anulare ribelle.” (Una stella fuori dal cielo); “In paesi lontani / gioielli nella roccia schiumano trine sugli scogli / parentesi graffe di gabbiani sfidano i raggi del sole, / velati di pudore o furore nostalgico, / pulsano trucioli e filamenti di medusa. / (…) Nel cuore-ampolla / una rete di seta sulle onde smeraldo berillo, / pastelli di nuvole, / grappoli d’acini serici di luce. / (…) Tra due fuochi / cerco la mia terra – / orchidea del pensiero soave, turbinio della mente.” (Da lontano).

Claudia Manuela Turco, mediante un raffinato simbolismo e un’originale interpretazione della poetica di Maria Grazia Lenisa, cui si è ispirata in questi testi, come attraverso un caleidoscopio e un microcosmo criptato, filtra la realtà tramite la suggestione della metafora letteraria, approdando ad un notevole spessore espressivo e ad uno spiccato valore estetico.

Recensione
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