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Multa paucis

Multa paucis: il titolo, secondo la formula genettiana, già annuncia il tono che lo contraddistingue, improntato a quella concisione (“molte cose in poche parole”) propria di chi non vuole indulgere a vane circonvoluzioni di parole e a futili estetismi, bensì intende mirare dritto al bersaglio, infilzando le verità con la mordacia arguta di una penna-spada di Cyrano. È quanto tiene subito a dichiarare l’autrice nella premessa, volta a scoraggiare un qualsivoglia avventato lettore che assaggi i testi per mero dilettantismo, rivolgendosi, invece, a una cerchia aristocratica di ‘illuminati’ (che è l’impostazione di Dante, “fuggito de la pastura del vulgo” nel Convivio o di Manzoni, che usava indirizzarsi modestamente ai suoi ‘quattro lettori’) in grado di comprendere il senso profondo (“pochi, ma buoni”, per dirla con un altro proverbio, parafrasando il “molto per pochi”, cui si presta l’interpretazione dal latino): “Chi nel verso cerca voli di gabbiani, parole aulenti di erotici fremiti o di qualsivoglia sentimentalismo, oppure delle mai abbandonate derive simboliste, metta pure da parte codesto libro capitatogli forse per caso tra le mani. Sgorga qui il verso dallo stupefacente infinito problematico dell’esistenza, dal mistero del non conosciuto o non conoscibile, dalla piccolezza del nostro pianeta, degli esseri umani spesso insipienza per meschinità e crudeltà, per sinapsi di follia.”

È una riflessione esistenziale attenta e audace, che non ricusa di confrontarsi con i problemi più ostici che interrogano la coscienza, abbracciando una poetica che non sia gioco raffinato di linguaggio o voluttuoso sentimentalismo, ma un’indagine della realtà, nella coraggiosa denuncia dei suoi mali, secondo l’epigrafe tratta da Pierre Reverdy cui la poetessa s’ispira: “Le poesie sono cristalli che sedimentano dopo l’effervescente contatto con la realtà.” Si parte da una considerazione universale della condizione umana, per poi calarsi nel particolare, nelle cronache globalizzate: “Era l’inesistenza ante il deflagrarsi esistenza altra? / Forse nella trama un verme fu fisso disegno / non sai se di botto entropia tornò e poi riesplose. / Vanitas vanitatum è pure in te, tetra pulvis futura / scheletro di pulsante carne ancora fasciato / invano tenti di tua verità il segno dei viventi, sarai dei viventi / preda a storia chiusa breve ora post nella sbilenca / memoria, non più tua l’esistenza che quaggiù vivesti.” (Vanitas). Si avverte tutta la pochezza dell’uomo che pure si erge a pretese di violenze e di inutili guerre: “Urlano le cosmiche pareti rimbalzano violenza… / siamo noi effimeri granelli insipienti / d’un’infinitesima parte di quest’universo bolla / da deformata bolla dell’Universo Padre filiazione. / Ma da breve rifugio d’altana brandelli di cielo / talora guardiamo del nostro universo l’infinito / silenzio / e s’acqueta nell’attimo l’urlo d’esistenza.” (Noi). Anche le relazioni sono soggette alla dispersione e alla disintegrazione delle incolmabili distanze: “Galassia lontana / eri in me / io tuo nutrimento / ostilità / colpi di frusta / ancora ti nutro / senza braccia ti nutro / in mutismo / l’anima tua accarezzo in me / tu m’atterri / amen / non posso che dire amen / altra figura m’alzo / amen alla vita.” (Galassie).

È il gemito dell’umanità martoriata e sfigurata che si leva dai corpi sventrati dalle guerre, doppiamente violentati dall’indifferenza della gente e dalla strumentalizzazione mediatica: “Corpi violentati e martoriati, carne che sanguina / ancora urla dall’immota materia / a che mostrate? / Retorica / epitaffi consunti / dai vellutati scranni nessuno s’alza / azioni non sono le parole / ed il corpo è per il martirio. / Corpi compaiono martoriati ricompaiono / flash e ancora flash sulla sfigurata materia umana / e l’occhio diviene assuefazione. / A loro difesa non s’arma l’umanità indifferente / saranno altri corpi martoriati.” (Il corpo). Temporaneo è il sollievo, del genere della leopardiana “quiete dopo la tempesta”: “Silenzio… / palpitano nella stellata notte i siderei spazi / tace il violento mondo tempestoso / breve tregua l’anima mundi / e di soffio s’inondano gli scheletri viventi.” (Tregua). È una Storia impastata di sangue, una carneficina d’odio: “Pianeta di sangue / nettare l’oblio / catena eterna l’odio / antico sogno di salvezza l’amore / ma d’amnesia non si scuda la Terra / di salvifico miele / eguale resta la sua storia.” (La storia); “e nessun’acqua purificata lava / neppure di Cristo il fonte battesimale.” (Eguaglianza). La corruzione dilaga ovunque, divorando come un tarlo il tessuto della società: “A destra e a manca bancarelle al mercato / lunga fila pure al centro / iure svendono gran fumo d’ideologie polverizzate / giustizia ed eguaglianza a derisione. / Pure le pulci al banco / e tecnocrati e pragmatici e toghe senza lustro illustri / e d’immagine accattoni di parola e strilloni / e corrotti d’ora prima e seconda / dal nord al sud già pronti tutti con bisacce ampie / tra vincenti e perdenti tacito accordo.” (Mercato). Ognuno subisce la sua schiavitù, la sua oppressione: “A ciascuno il suo cappio / minaccioso penzola / attesa / talor a nebbia di mente si sfalda / lucido nuovamente torna al sole che trema / sua preda ciascuno / la strozza allentano le mani / sguscia / fugge / l’insegue il cappio sino al precipizio.” (Il cappio). L’innocenza su questa terra è crocefissa: “Disorienta questo mondo l’alieno terrestre / qua e là rarità superstite - / patria non trova accoglienza / sta fisso ovunque il crucifige ai derelitti / con gl’innocenti ancora s’erra.” (Crucifige).

La natura stessa riflette lo spasimo dell’umanità sofferente (“tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto”, Rm 8,22, afferma S. Paolo): “Copre velo d’azzurre turbolenze / attimo / già galoppa deserto in tempesta / il suo urlo dolente è memoria d’acque fresche.” (Attimo). Il dolore torchia le anime nell’insurrezione delle tenebre: “Sottende all’infinito ricercare libertà d’angoscia / senza il quid malefico torchio di caos s’avvita / e bollenti sinapsi solo autodistruzione non sono / non etica neppure estetica, sono da Cristo abisso.” (Torchio). Qualcosa di distorto sembra essere radicato nella natura a causa del peccato originale che l’ha sviata: “Il ramo storto / solitudine / oltre il tralcio complessa che dritto s’alza / e s’arresta scientifico occhio / obscura natura ovunque / si centuplica in ere / strane sinapsi / nodi dolorosi / forse pure sul remoto globo del sistema X / e il grido al nulla nessuna radice comprende.” (Obscuritas). L’amore è la forza che dovrebbe raddrizzare il corso dell’universo, ciò che lo regge e lo scuote dal suo torpore: “In groppa il peso dell’altro / spoglie soluzioni / giorni apparentemente inutili / li ingravidi di sopravvivenza / grazia ad ogni dì che si spegne / moccolo di speranza.” (Amore). L’accoglienza è un valore a fondamento della convivenza tutto da riscoprire, opposto al ‘fastidio’ dell’altro: “…pur l’astro nel suo splendore l’altro guarda / speranza di dialogo…” (Bisogno); “L’insetto schiacci / l’’altro’ / scudo non ha / è straniero / o non accolto profeta in patria / fastidio chi è con te / zac / eliminato!” (E tu?).

La speranza viene dall’alto, una risposta ulteriore del Bene, nel suo mistero sublime, capace di trascendere tutte le miserie: “Luce / e il cappello s’è tolto dinanzi al mistero quest’orbe / superbo dei millenari algoritmi grigi… / nel cosmico mare placenta di miele il sospeso silenzio / pasce uno spirito quieto…” (La risorsa).

Antonietta Benagiano in questi versi insegue le verità scomode della vita e della società, attraverso un linguaggio corrosivo, a cui sottentra, tuttavia, la levità del respiro lirico, così come il cielo luminoso sovrasta la desolata terra, che è l’imperio del divino sopra lo sfacelo umano. Intuisce efficacemente la poetica dell’autrice Roberto Pasanisi che scrive, a conclusione della sua prefazione: “È un rimare guittoniano, dal sentire morale risentito, dalle «rime aspre e chiocce», che non di rado ricerca schoenberghiane dissonanze foniche e timbriche, striduli ossimori, infernali metafore e metonimie, incalzanti sineddochi, in un engagement comunque ‘anti-conviviano’, laddove la poetessa è fuggita «de la pastura del vulgo», per spiegare aristocraticamente multa paucis. Ciò non toglie però che la sostanza più profonda di questa poesia resti comunque lirica e sentimentale: è il dolore leopardiano del poeta che ci propone l’altro versante dell’analisi del mondo, quello delle emozioni turbate e della bellezza ferita.

È una Weltanschauung, quella della poetessa di Massafra, che mira a una conoscenza e a una denuncia della realtà mediante lo strumento della poesia: ovvero l’intuizione, la percezione immediata e immaginosa, l’espressione iconico-verbale petrosa attraverso un universo di poesia che racconti, con accenti accorati – talora sommessi, talaltra rabbiosi – la deriva inesorabile del mondo, la fiamma di un’antica civiltà che nell’inciviltà ed in un esiodeo ritorno al cháos primigenio sta spegnendo – sotto la guida impersonale e imperscrutabile dei fati – per sempre se stessa.”

Recensione
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