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Negli anni

Franco Orlandini, in questa raccolta, lascia parlare spontaneamente i suoi versi, non introdotti da nessuna mediazione critica, come in genere è abituale per gli autori (soltanto alla fine sono riportate brevi note), in modo che il lettore sia libero di assaporarli senza condizionamenti, con un impatto diretto, come le onde del mare che echeggiano in questi testi: “Sull’acqua celestina il sole espande | una rete vastissima; barbàglia | appena la scompiglia il vento a volo. | Ad un sorriso s’aprono ritrose | su volti travagliati degli scogli, | le bocche fuggitive delle onde.” (Lievi onde).

Il fascino malioso del mare t’investe in queste pagine in tutta la sua ebbrezza spumeggiante e la sua dionisiaca vitalità, si affaccia in tutta la sua azzurra trasparenza d’eternità: “Un frangersi flessuoso di cristalli | scintilla sulla riva; tra la ghiaia | qualche fragile lingua | d’acqua leggera | e di giocosa spuma | risale e s’assottiglia | in mezzo a vecchie chiglie in abbandono. | Festa di bianche vele ha il moto algoso: | si staccano, incantate | da lontananze luccicanti d’oro”; “Lo raggiungono | piccole onde loquaci che brillano: | levità mi ridia la luce nuova!” (Levità). I flutti indomiti si riversano inquieti su straniera riva, in una livida tempesta che assale: “Urlarono le gole delle onde, | schiumando alla scogliera, nel gran vento; | sulla marina plumbea, ancora turgida, | invitti uccelli scorrono irridendo” (Dopo la burrasca); “M’apparve la selvaggia sfrenatezza | dell’onda sulla roccia…” (L’onda); “Vi andavo per provare | delle ventate cenerine, piene | di gabbiani e di salso, | il brivido, e dell’onde | impetuose all’assalto alla scogliera. | Nei tramonti tranquilli, per seguire | tarde vele che scivolano | violacee di foschia.” (La riva).

Tutta una preziosa mitologia riemerge dai fondali sommersi dell’umana avventura sospesa tra l’una e l’altra sponda, in questa traversata favolosa tra cielo e terra: “È d’ebano la costa, dove langue | il monile di perle delle luci. | (…) Negligente la notte | non ha sostato nell’atrio del mondo: | all’abbraccio del mare è presto scesa, | aderendo al sapore della bruma. | Il monile s’estingue sulla costa, | pur quello, perla a perla.” (Si spegne); “Di speranze lanciai ponti tenaci | sulle sponde malcerte della vita: | ricadevano all’urto del dolore. | Giunse una strana calma ad adagiarsi. | Le stesse sponde mi parvero estranee | dentro la densa nebbia che veniva.” (Sponde).

Si evocano i maestosi scenari rappresentati dai grandi maestri del genio marino di Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, di Oceano Mare di Alessandro Baricco, di Moby Dick di Melville, de L’uomo e il mare di Hemingway, ma anche i grandiosi miti omerici e danteschi di Ulisse, degli Argonauti di Apollonio Rodio: “Laggiù sembrano ferme, | forse all’ascolto di sirene astute: | candide vele sembrano bruciare, | quando l’ala non venga ad invitarle, | decisa, delle brezze avventurose” (Lontane vele); “Non passa più la nave d’Argo, gonfia | la gran vela di vento | e di canti d’Orfeo spirituali, | d’unanime ardimento…” (Più non passa la nave). Anche l’immagine de Il battello ebbro riaffiora in questi testi quale phantasma di una baluginante aspettativa disattesa: “Questo mare disteso lungo il lido, | innocuo, lo rasentano i miei passi. | Ad un sommesso pianto si rassegna | nel pomeriggio scialbo dell’attesa, | reclino verso la foschia veniente. | Troppo presto cinerea l’ora cala | col disinganno a premere sugli occhi | rivolti verso il largo solitario: | il battello accidioso non si scorge; | rimandiamo in noi stessi ogni partenza.” (Il battello).

Il mare è un’epifania di infinito, un’attesa di assoluto di là dall’altra riva: “Una corrente viva possa attendermi, | a ravvenare scesa | i solitari argini; e spumeggi | tra il sasseto dei giorni, sino al mare…” (Ali); “Quanti giorni disposti con passione | quasi fossero pietre, a prolungare | un ponte che giungesse all’altra riva, | tra la foschia intravista; | nei mattini | così a lungo sognata. | Presto ha ceduto il ponte. | (…) S’è dileguata anche la riva da sognare.” (L’altra riva).

La donna è interlocutrice privilegiata del mare, come insegna la lezione montaliana di Esterina (“T’abbatti fra le braccia | del tuo divino amico che t’afferra”), ella che sa abbandonarsi istintivamente all’energia vitale della natura: “Tu, riemersa, imperlato | dalla fragile spuma il corpo pronto | tra crespe luccicanti, | quietamente t’affidi | della luce all’abbraccio che purifica.” (A una giovane bagnante). L’acqua è il suo elemento, che più ne rispecchia la voluttuosa sensibilità e l’oblìo del naufragio nella totalità dell’essere: “Alla donna son dietro, che ritorna | sulla battigia, a sera; lì ristà resupina, | con la chioma scomposta tra le alghe. | Rinnova una dolente nenia; évoca | i viaggi ignari, il naufragio presso | il dilettoso lido inaccessibile. | Alla sua elegia, l’acqua risponde | col lamento monotono agli scogli, | con l’ingorgo alle gole della costa,| che allucciola al disteso plenilunio.” (Elegia). Delizioso, fine e delicato, è questo ritratto di fanciulla: “Ed ecco la gentile s’allontana | dal coro cinguettante di compagne, | per fermarsi soletta e silenziosa | davanti al ginestreto che le ingioia | il fine viso intento alla fragranza. | La più arcana forma di bellezza | è in lei che sta verginalmente assorta.” (Bellezza).

Il mare è metafora per eccellenza della poesia e della passione della vita, in un’intensa suggestione lirica: “Tornerà la lucente primavera | e non ci donerà altre lusinghe | di quelle che invitavano a tesare | garrula al vento, candida la vela | su spume sfavillanti, oltre l’insidia | di scogli smeraldini, verso il largo, | verso la vastità in cui il cuore ferve.” (Verso il largo).

Rievoca il rammarico nostalgico de La casa dei doganieri di Montale La casa abbandonata, con lo stesso sentimento angoscioso di smarrimento e di tragico scacco, in un irreale silenzio e in un incolmabile vuoto: “Il solido silenzio della casa. | Dentro una gonfia notte, la trafisse | una folgore; irruppe tra le vuote | pareti, ansando il vento, come un ladro | che rovisti impietoso le memorie. | E un giorno che le nuvole stringevano | con catene di ferro gli orizzonti, | giunse un randagio curvo sotto il peso | d’un lungo andare; | in un inquieto telo | si ravvolse di sonno; su quel corpo | amaro di vecchiezza, presto il Tempo | fissò le fonde immobili pupille.”

Struggente è questa dedica Per la morte della madre, dove l’autore rivive con accorato trasporto le stazioni dolorose del suo calvario, fino al drammatico, ineluttabile epilogo: “Coi tuoi logori rami, in quale lotta | si dibatte il tuo tronco, | solitario, alle raffiche del male.” Vi è contenuta una folgorante intuizione sulla passione di Cristo che riecheggia l’intenso pathos di Mio fiume anche tu di Giuseppe Ungaretti (“Ecco, Ti chiamo, Santo, | Santo, Santo che soffri”) e appare quale una raffinata reinterpretazione del veglio “lacero” per la fatica del cammino di leopardiana memoria, di cui esorcizza il pessimismo di quel nulla che lo attende in cima alla vetta: “Che non sia vano, o Santo, | l’isolato, enorme | transito verso il confine supremo: | che il profugo lacero, | dopo marce notturne interminabili, | il vuoto non vi trovi d’una landa, | ma promessa appagante dell’aurora.”

Franco Orlandini compone meditazioni profonde che si tessono in melodie sublimi di versi, s’inalberano nel preziosismo semantico e nell’efficacia icastica delle immagini: “il frangersi | del vivo eloquio in sillabe sfuggenti, | a quel vento che sperse, insistendo | sulla cenere, l’ultime faville…” (Faville); “Un asceta che avanza è il giorno nuovo: | ha vinto la battaglia della notte: | del sole gli sta in fronte la raggiera” (Giorno nuovo); “Dove s’ingiglia il giorno, | nella sua purità calma di specchio, | ci rimane lontana la sorgente | che dell’essere infranto ricomponga | la totale figura.” (La totale figura); “Simile a un fiore schivo | è il silenzio scoperto in questo luogo, | all’incerte sorgive dell’aurora.” (Il fiore del silenzio). Si possono ammirare veri e propri capolavori: “Chiarore avanza, alfine, dalle frante | rive d’oriente: | tutto si fa nuovo, | anche il tacito sogno che rinasce. | Sorridi ancora, ed a rinominare | di quello ch’è rinato alla bellezza | le segrete radici | conduci, o poesia; | a riaver vita?” (Poesia); “Un’iride s’inarca oltre spelonche | in silente rovina delle nubi: | pallido ponte per il nostro sogno. | (…) Tra i veli delle foglie, | la purità del giorno attraversiamo | che ingemma i nostri gesti!” (Avventura); “In questa azzurrità, come si spande | il suono d’una secchia alla fontana! | E sembra torni dal suo esilio, l’anima; | se ne risenta la negletta voce. | La realtà si sfila, nube vaga | tra i candidi vertici del tempo.” (Azzurrità); “Oh, l’agili presenze nei sentieri, | il fresco eloquio e la diafana ala | del mattino avvertita al nostro fianco! | Ci sospingeva verso gli orizzonti, | solleciti a rialzarci da ogni pietra | o dal limo; solamente a seguire | un giocoso svolìo… | (…) Quanti sguardi si alzano a cercare | le azzurre guglie della trascendenza?” (Le agili presenze).

Spiccano espressioni di notevole lirismo, in un linguaggio aulico che, insieme alle metafore di rarefatta bellezza ed eleganza, costituiscono tutto il fascino elegiaco di questi testi: “le bianche aurore dello spirito” (Il grido); “Si fascia di silenzio | quella che a me veniva”; “è ritornato a noi lo stormo dei sogni” (Rifugio); “Trasalisco | ad ogni grido rauco che insiste” (Il grido); “al mare che rimormora leggende | dentro l’azzurrità mediterranea. | Alza ogni giorno vertici dorati.” (Estivo estro); “Ad una meridiana | fisseremo di luce un nuovo canto?” (Ad una meridiana).
Recensione
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