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Nel delta della vita

Ogni vita è come un fiume che giunge alla sua foce, con esiti talora inaspettati; su ciascuno incombe un destino oscuro, la cui cifra è perlopiù ignota. In queste pagine l’autore racconta la sua vicissitudine che ruota attorno a due figure muliebri, Mirta e Selene.

La prima è l’amica perduta, che si è uccisa, che il poeta non cessa di rimpiangere e di evocare: “Dal balcone dell’anima mi sporgo / e invento il tempo fino alle farmacie / e rinasco dal nulla per rivedere / le stelle e la luna ostia di platino / e tutto resta pari a sé fino alla portineria / del condominiale parco e sto / attento alle parole e la ressa cristiana / mi coinvolge nel mal d’aurora / come nel giorno in cui ti ammazzasti, / Mirta, e vennero gli angeli e la polizia.”; “Ora sei cenere, Mirta, e potevi essere / felice come noi nel ristorante dei vivi / in soave connivenza a giocare / a Una donna per amico.”; “Le ceneri di Mirta e il giorno / prima di uccidersi rideva / e mangiava tra architettura / e flamenco io compagno / alla sua mensa.” La sua immagine è immersa in una dimensione di fusione panica con la natura: “E tutto scorre se sei una nuvola / nel sublime incielarsi oltre la natura / e sensualità ancora dei tuoi occhi / buoni dove mi tesso la tela / delle vele per tornare a Itaca / per sempre e sto nell’albereto / e ti vedo Mirta e ci sei ancora / non simulacro d’inesistenza / ai lieti colli dell’anima / e sto infinitamente / se Dio ha fatto il mare.”; “S’inalvea sul bordo dell’Oceano / dove una candela ho acceso / il pensiero nell’entrare nelle acque / di salato battesimo / e sto infinitamente e non ha termine / la gioia nel contemplare / di Mirta la fotografia.” La sua presenza permane nei luoghi a lei cari; il ricordo non si estingue: “Tra le piante rare il giardino di Mirta / ancora esiste e ci sarà raccolto / nel campo di grano profano / dell’amore sul far della sera / nel microcosmo di rigenerante fresco. / Esco da te come una cosa nuova.”

Selene è il volto felice dell’amore carnale e spirituale, amante e vestale della casa, di cui si celebra tutta la sacrale bellezza: “la stagione o era dell’acquario / d’acqua dolce quando, Selene, / venivi dal paesino alla metropoli / per fare l’amore e adesso / ritornano quei giovedì di fuoco / dei sensi giovani e incantati. / Ti esponevi al sole sul balcone / attiravi sinuosa e sensuale sguardi / ma eri solo mia nella duale magia.”; “Nel delta della vita apro della / tua camera la porta e in silenzio / entro e ti vedo dormire, anima / di stella Selene e tutto è pari a sé / nell’attesa dell’ora della preghiera.”; “Ti chiedo felicità, / Selene, e tu farfalla rosa di sorriso / mi restituisci e tutto resta pari a sé. / Si diradano le ombre e il fare leggero / dei tuoi scalza passi per la casa / e in prossimità del lago della pace / che nonostante tutto esiste.”; “E sei la musa, la ragazza e la donna / di sempre oltre le cose / della tinta neutra del mondo. / La leggerezza diresti ansia d’argento / a stellarti prima del piacere / e bevo la vita dall’acqua / nelle mani a coppa per desideri / dei mosaici infiniti come noi.”

Non a caso Mirta e Selene sono due nomi mitologici, come archetipi femminili legati rispettivamente ad una pianta e alla luna, quali facce della stessa medaglia dell’amore, l’una drammatica e l’altra solare, due biforcazioni della sorte, proprio come il delta di un corso fluviale.

Raffaele Piazza canta la vita in tutte le sfumature, nella sua dialettica di gioia e dolore, dando prova, soprattutto in alcune espressioni, di un delicato lirismo: “E accade il tempo e accade l’arte / mentre scrivo e il mare guardo / dai balconi dell’anima e ci sarà raccolto / per il pane del digiuno e tinte iridate / dell’arcobaleno a incantare / il cielo in noi dopo la tempesta / e lo sguardo tocca l’onda / la nave veleggia tra le nuvole / da rondini chiaro mattino solcato / e sto sulla torre di vedetta / e non c’è fretta.”

Recensione
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