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Orfeo in fonte santa

In queste pagine risplende il mito in tutta la sua forza evocativa e suggestione simbolica, attraverso una toponomastica – Firenze – che s'investe di memoria e di storia nell’icona della “fonte santa”: “Sui monti del Parnaso sopra Delfi / fu scelta la fonte Castalia, / dea ispiratrice, trasformata da / Apollo in purissima fonte. / Sgorgava acqua santa : / i pellegrini si immergevano / prima dell'incontro con il dio. / I Pastori Antellesi si bagnavano / nelle acque, alla “Fonte dei baci”: / purificarsi al canto dell'amore.” È legata alla figura di Orfeo che con la forza del poetare riporta alla luce Euridice, l'amore perduto, insieme a tutto ciò che non è più, come si scrive incisivamente nell’introduzione: “Il canto, dunque, è un equilibrio di contrapposizioni, come rievoca il sonetto conclusivo dell’opera di Rilke.

Alla caducità si reagisce capovolgendo l'assenza in nuova possibilità di presenza, contrapponendosi a ciò che è immobile con la dinamica del superamento e alla rapidità del trascorrere con l'immanenza dell’essere.” Il fascino malioso della musica accorda i sensi e l'anima, vibrando all’unisono con la sinfonia della natura: “Il canto mi prende, mi porta / a cantare lo scorrere del tempo / nel bosco sacro di Fonte Santa, / accordo la mia voce al suono / delle acque, al respiro del vento, / al vibrare delle foglie, guidato / dalla musica del flauto d'oro. / Brilla il vortice del silenzio, / alberi, pietre incantate, braccia / di luce scivolano per i rami, / riflettono nello specchio della fonte / figure, miti colorati. / L'inganno si congiunge / alla conoscenza, appaiono / immagini sconosciute: / la fonte non sa di contemplare / sé stessa e il riflesso di un dio.”

Nella storia di Orfeo, violentato e decapitato dalle Baccanti, la cui testa è portata dalle onde, insieme alla lira, sull’isola di Lesbo, rivive l'immortalità del canto che si trasforma in sorgente perenne: “Il canto, compagno di Orfeo / nel viaggio fra stelle ambigue, / poeta eroe, violentato / dalle Baccanti. / Il canto, nascosto / nelle pieghe della memoria / rigenera, esce con le acque / dal profondo della terra. / Risuscita tra le costellazioni, / con il suono della Lyra. / La testa tagliata dal busto / prosegue il cammino nel / tempo, fino a noi. Ci esalta, / ci spaventa, eroe canoro di ieri / catapultato nell'oggi.”

Questa raccolta in versi di Roberto Mosi, impreziosita dagli scatti fotografici, si fa voce eloquente dell’anelito di rigenerazione dell'arte, che riconcilia con se stessi e con il mondo, ricompone tutti i frammenti, come le membra straziate di Orfeo che vanno ad irrigare la terra con la “fonte santa”, come si illustra efficacemente nella prefazione: “Orfeo è il dio dell’umana malattia della nostalgia, dello struggimento, della Sehnsucht, che ci tormenta con malinconici ricordi, il nostro desiderio per una bella assente, le teste a fior d'acqua sballottate da onde di emozioni incontrollate. “Orfeo canta ciò che non può essere e non è mai stato, perduto su una spiaggia remota lontano da qualsiasi casa e incapace di smettere di trasformare in poesia i dolori laceranti della vita umana” (vedi J. Hillman, cit.).

Recensione
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