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Paesaggi toscani ed oltre…

Queste composizioni modellano le emozioni e i fotogrammi della memoria sui lineamenti del paesaggio che si offre malioso allo sguardo, come in un caleidoscopio che rifrange le molteplici forme e colori delle stagioni dell’anima che si avvicendano. Fanno da pendant schizzi che intendono ritrarre lo ‘scatto’ dell’immagine che dà corpo alle sembianze evanescenti della visione poetica. I versi s’intessono dalla contemplazione assorta della bellezza che ricama di splendore divino il creato: “Di rame e d’oro gli alberi del parco / si sono patinati e ostentano bellezza / al vento, che invidioso a folate li spoglia. / Il faggio tende le magre dita / a trattenere volubili ornamenti / che ventate turbinanti spargono ai suoi piedi. / E spoglio, lentamente volge al cielo / le sue tante braccia spossate, / squassate, disperate nel vano tentativo / di resistere a quella spoliazione.”

Il processo naturale della spoliazione diventa metafora dei rivolgimenti dello spirito, di una morte che si trasforma in nuova vita, quale metafisica palingenesi: “All’orizzonte nubi plumbee addossate / a monti grigi osservano questa nudità / sfilacciata e impudica, quale struttura / di pensieri vivi e luminosi non espressi; / per lunga attesa scomposti in mille / lettere sulla terra a marcire: / eppure il discorso del faggio è / stato completato, e quelle stesse / ossa rade seppur ramificate, daranno vita / al nuovo, prossimo messaggio.” (Di rame e d’oro). L’autore manifesta una raffinata sensibilità artistica che lo induce a cogliere l’anima del paesaggio, il quale appare antropomorfo, rispecchiando atteggiamenti e sentimenti umani: “Quando finisce questo passeggio / che sembra un corteggiamento / di pavoni arrotati nel sole / basso sull’orizzonte? / Non è facile ignorarlo: / i colori, le sfumature, / sono splendide di riflessi / luminosi e lancinanti, / come un bicchiere di / vodka ghiacciata una sera / agonizzante di tramonti / viola e nuvole verdi / come preavvisando il temporale / Brontola rantolando lontano / senza che niente si frapponga / al suo dilatarsi amaro, / come di un rimprovero sommesso, / di nonno, che stia seduto al caldo, / sulla paglia affranta di una / sedia bassa, allo sfrigolare / della fiamma, con le scintille / che ridendo in gruppo passeggiano / veloci verso la nera cappa del cammino.” (Quando finisce questo passeggio).

La natura sembra elargire un’estasi e una comunione amorosa vanamente cercate nell’umanità, come trapela in Canzone, ove si rincorrono in un ritmico contrappasso i ritornelli di “Ti ho cercato” e “Ti ho trovato”: “Ti ho cercato nell’azzurro / degli occhi delle donne che non mi hanno amato. / Ti ho trovato nel fitto del bosco / tra foglie che appassionate / giacciono ai miei piedi.” Essa si profila come il riverbero della propria identità, delle mutevoli istanze della vita: “Nuvole sospinte / con forza, ammucchiate, / si lasciano trapassare / da lame di luce / che lambiscono / per un attimo / il verde / dei giardini squadrati / tra i blocchi regolari. / Osservo l’intermittenza / delle ombre, mentre / il vento della vita / preme con forza / e addensa decisioni / che solo la voce incerta / dell’amore riesce a forzare.” (Nuvole). Lo spirito si fonde con il mondo naturale, in un’osmosi panica: “il mio spirito danza, / s’intreccia con le variazioni / di giallo cromo e / di rosso garanza, / mentre la bruma / annulla l’orizzonte / alle ordinate / evoluzioni dei filari.” (Filari di viti), “Nascondi anche me, tra / nebbie di organza, / al primo sole.” (Fiume); “L’aspro odore del mare / si mescola con il sospiro / dei miei pensieri: / il cuore è leggero come / il vestito della prima / comunione.” (Maremma IV). Si sente palpitare il creato, come cosa viva, con una fisionomia ben delineata: “Spazi nudi come tempie, / pini e cipressi / si assiepano dintorno; / una casa pallida / saggia di intonaci sgretolati / osserva, con occhi sbarrati.” (Sull’altra sponda). È tale l’empatia con gli elementi naturali da impersonarsi in essi, quali immagini speculari della realtà: “Non avete bisogno / di dirmi altro: / sto aspettando / gli eventi / - tranquillo - / come il gabbiano; / ruotando voli / attenti e / tuffandosi / con grida / incerte / nel mare increspato, / a saziare gli sforzi / per la ricerca di domani.” (Gabbiano).

Il fascino suggestivo della terra amata, che si dipana tra città e campagna, mare e monti, tra Mugello, Maremma e Gargano, rivive in questi versi: “Lividi Appennini / oppressi da nuvole / irrequiete, / che formano / e alternano immagini / cerebrali / sullo schermo del cielo. / Un drago di nebbie / allunga i suoi artigli / sulla vallata che / incredula si lascia / carezzare da dita / sconosciute; / a valle / il vento scuote / le chiome dei tigli / e libera un’allegra / pioggia di frutti / che combina cerchi / nelle pozze chiare.” (Lividi Appennini). Il paesaggio ha un linguaggio di tenerezza, un richiamo irresistibile: “Un brusio sommesso, / un alito crescente, / un lento aleggiare / ne annunciano l’arrivo. / Scuote la testa la campanula, / le foglie dei pioppi, / di fianco al ponte, / tremulano argentate: / l’odore di terra bagnata / di bosco vivo, / giunge con il vento: / ti avvolge in uno scialle / fresco di affetti / e di lucidi ricordi.” (Mugello I- Vento); “La valle si apre, / affonda le sue rughe / nel ruscello, svelato / dallo spumeggiare dei pioppi. / Calanchi affilati e spoglie ferite / ne increspano un fianco, / mentre campi di / granoturco si dilatano / fino alle quinte / di scolorite colline. / Una cupola di garza / imbavaglia in un silenzio angosciante.” (Mugello II). Esso si declina in svariate sfumature, come i peculiari connotati della Maremma: “Lento scende verso il mare / con le sue chiome di pini / il sauro dalla testa / grigia, / ferita da striature, / rosse e ferruginosi tagli. / Occhi tigrati di giallo zolfo, / ombre viola. / I ciechi occhi / dalla rocca guardano il mare, / il lentisco, le dune macchiate / di verde. / L’orizzonte netto, tra cielo e / mare, non lascia posto / all’immaginazione.” (Castiglione). Anche il paesaggio, intuisce sapientemente il poeta, ha un suo immutabile destino: “Cipressi come lame / trafiggono la collina; / il cielo insanguinato / macchia le nubi / di marmo bianco. / (…) Immobile e paziente il paesaggio / subisce l’ignoto destino / che, senza ragione, / è il suo.” (Maremma III).

La malìa atavica del Sud ti avvince in questi testi della sezione dedicata al Gargano, tra “odori e sapori”, per dirla con Vittorini, mescolati alle attese, alle speranze e alle disillusioni della povera gente, in un ritratto vivido e suggestivo: “Pescatori del Levante / con la papalina blu / intrisa di sudore e / i pantaloni stinti / dal salmastro, / guardate questa azzurra / prateria di posidonie / e gettate, con gesto / rotondo del braccio, / la rete. Le barche / si specchiano, s’increspano / i colori e si fondono: / luccica il ventre argenteo / delle sardine, già ombre / sinuose che si scompongono / sul fondale. / Cala la rete piano, senza / rumore, respirando con l’onda. / L’occhio arrossato dal riverbero, / le pieghe dure del collo / cotto dal sole e dalla brezza, / il callo delle mani sicure / sullo scalmo, oggi come / ieri è solo uno scialle nero / che guarda e aspetta / dalla finestra all’orizzonte.” (Pescatori del Levante). Si respira la storia antica della terra del Meridione “amara e bella”, come cantava malinconicamente Modugno: “Lentamente divide un cielo di lapislazzulo inca / una striatura di schiuma da barba / guidata da un mosquito d’argento. / Lentamente si avvolge nell’aria / il fumo denso di salmastro / della legna che brucia lungo il litorale / Lentamente il gesto della mano / pone ossa calcaree / sui muri a secco del Gargano / Toglie alla terra i suoi nervi / per lasciare il sangue raggrumato / di zolle mai lavorate: / insegue il futuro senza tregua / nella certezza che il frutto del / suo seme raccoglierà di ulivi / generosi il parto. Nessun desiderio / di libertà lo lascerà dubbioso / mentre chiude le sue certezze / con un magico anello di protezione.” (Sicurezza).

L’intimità del poeta s’inabissa nella voluttuosa profondità del mare, immergendo i suoi sentimenti nei flutti indomiti, sposando la sua stessa irrequieta, eterna nostalgia: “Il mare si frange con / le luci delle navi / alla fonda. / Non si è stancata / di rullare l’onda / che ti cerca e ruzzola / sassi e telline; / non ha ancora / raggiunto sul bagnasciuga / le tue orme per cancellarle, / per gorgogliare bollicine / nella cavità del tallone / e annullare così questa / fuga, che solo / ombrelloni chiusi / e mute cabine / hanno evitato di commentare.” (Fuga).

Spiccano espressioni di notevole intensità lirica: “Il grano risale il pendio / sotto gli occhi attenti / di una ferrea corona / di cipressi, / che rigida processione / confina cielo e collina.” (Maremma I); “Il sole settembrino / lucida con amore il fianco / del campanile, / che emerge deciso / dai tetti lastricati di pietra. / Una macchia di verde / opalescente, sbavato / da brume incerte / allunga il suo abbraccio / fino a loro, penetra / con i ciuffi scomposti delle acacie / a contendere al sole il suo calore.” (Case di Monzone alto).

Gianni Calamassi affida alla “foresta di simboli”, - secondo l’icastica definizione di Baudelaire - che il mondo naturale offre perennemente come un’allegoria di un altrove, il proprio linguaggio interiore che si declina secondo le sfumature dei paesaggi, i toni dei colori, le vibrazioni delle sensazioni, attraverso l’immediatezza espressiva delle immagini e la potenza intuitiva delle metafore: “Il mio cuore è grande / come una spiaggia / di sabbia grigia / che le impronte dei / copertoni attraversano / come binari / provvisori / Il mio cuore è arido / come la pietra pomice / tra le dune pallide: / solcato da venature / di fari nella notte, / scavato dai sospiri / del mare, / opaco di immagini dolci, / leggero dell’amore perduto. / Il mio cuore è grande / come una spiaggia / di sabbia grigia / che beve la fitta / pioggia: / c’è posto per l’orma / di tutti, / dopo. / Il mio cuore è grande / come una spiaggia / alla festa: / pizzi con le orme degli / uccelli, greche di / nodose radici, / smerli di bianche / conchiglie. / Ricama la natura / le sue forme / mentre aspetta / amore che dorme.” (Il mio cuore è grande).

Recensione
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