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Parolamare

Questi testi sono intessuti di un intenso pathos lirico e impreziositi da un raffinato linguaggio aulico, assurgendo a vertici di profonde meditazioni. Il titolo, che con una folgorante intuizione fonde due espressioni semantiche in un’unica unità, suggerendo anche l’immagine dell’infinita espansione del mare, in un ingegnoso gioco di parole, sembra alludere ad un altrove indefinibile. Sottentra alle parole una percezione del sublime, come azzurri abissi di fondali marini ai flutti tumultuosi, in uno stile ermetico che vela l’ineffabile svelando il visibile: “Forse la luna che mi chiama / questo ritrarmi / come l’onda di marea / abisso flutto / dell’incomunicabile.” Si scruta il silenzio come s’inseguono orme nel deserto: “Luce ipnosi di tacito stellato / aggruma / pensieri e voce / e fissità incantata / di mai dischiusi dialoghi. / La mia parola taciuta / come / stella fredda.”

I versi accarezzano l’anima come sussulti di onde che ricamano la trasparenza iridata del mare: “Non mi comprese la brezza marina / quella sera fitta / d’anonimo vociare. / Non vento / ma alito d’anima / volevo / alito volevo finalmente / d’incarnate parole.” La parola afferma la sua supremazia sopra la disgregazione ontologica della vita e la fragilità della propria natura, mentre, come una Parca, tesse le fila dell’ignoto destino: “Eppure / speranze non reprimo / d’umanità scambiata / e sbozzolo / parole / dal lungo filo vermiglio / fino al cuore. / Se tu lo spezzerai / anche ferita / continuerò a filare.”

È una dialettica incessante tra distanze e connubi, là dove la solitudine (di qui l'irrisolta amarezza) s’insinua perfino nell’apparente compagnia: “Amara la solitudine / ma più / la vuota compagnia / di parole senz’anima / di chi vicino / lontananze abissi / nel mio segreto escava.” Ugualmente in se stessa la scrittrice vive un gioco alterno di conciliazione e lacerazione: “Quest’importuno / dolente disagio / di starmi vicina. / Agonia di perdermi / o di trovarmi?”. Dalle ceneri delle delusioni si aspira la fragranza inebriante del divampare delle estasi: “Quando tutto / sarà spento / forse comprenderò / che vera vita non è / se non incendio.” La tensione dell’eros è questo tentativo di trascendere la separazione insita nell’esistenza in un’osmosi panica di indissolubile unione: “Lasciami libera / di legarmi / con i lacci della nostra / non costretta comunione. / Indissolubile / soltanto / la volontà di appartenerci.”; “In pulsione verticale / e a labbra mute / canteremo / le note dell’essere / uniti e solitari / dentro / innocenza e passione.”

L’autrice scandaglia anche una problematica delicata come quella della malattia psichica, dedicando due sezioni, Sazio di scherno e di dolore, “a un malato di mente” e Il nome a lui dovuto, “andando a visitare un malato psichico in compagnia di un suo parente”: “Salendo quelle scale / ti ho trovato: / sempre ti troverò / salendo.” Si penetra nel sacrario della sofferenza che altera drammaticamente la natura umana: “Dentro l’antico letto / della madre / avvinto a un sogno / ritrovo te / che inconcluse profezie / catturi / in ragnatele di bava / e lacrime. / Tra le mani serberò / la tua parola / come segreto e ostia / e il tuo grido / lancerò contro il silenzio. / Nel mondo sei / centuplicata eco dell’amore / non dato.” È un aver smarrito i binari paralleli della vita per essersi avventurati in una traversata favolosa, oltre l’estrema frontiera, perdendo il filo logico dell’esistenza: “Visionario chiarore le speranze / acceca / e non espugna muri labirintici / dove ancora / il pianto insegui, esile / filo d’Arianna. / Attendo / il singhiozzo grido / che l’illusoria luce frangerà / in strazio consapevole / e poi il sorriso amore che aperto fa il volto / e l’anima / come solco felice al seme / seme – tu – / d’umanità immolata.” È un grido cosmico di dolore che non trova eco: “Disperazione dagli occhi / le parole come sassi / raccolti nel vuoto / e rilanciati / urlo incompreso / fra le offuscate quinte / di tua dolente commedia.” È un doloroso calvario, un lento e anonimo martirio: “Flagellato alla colonna / (ma lo scandalo / è murato / dietro il sacrario del fatuo) / ti vedo / costretta dal tuo dolore / a guardare. / Piangendo raccolgo brandelli / della tua carne / – dolente reliquia di Cristo – / e me ne nutro.” La malattia mentale è spesso una protesta della purezza di cuore contro una società ingiusta e corrotta, per cui nella propria anima sono inferte le stigmate dell’innocenza crocefissa, “testimone e martire / d’un uomo / non più a misura d’uomo”, là dove la vera follia è quella della cieca ottusità della maggioranza della gente: “Un’anima indivisa e un cuore / carico / la mente spezzata come il pane / della Cena / a risanare noi folli reclusi / da logiche crudeli.”; “Cercavamo l’uomo / ed era lui, malato / maschera di follìa / sulla sua innocenza / dolorosa, divisa, / che noi / sempre interpellava.”; “Eccomi / specchio sfigurato d’ogni colpito / uomo / ormai alla resa / corpo chiodato al legno / in grido di trasfigurazione. / Perché questa carne / senza più segno di splendore?”. La malattia getta nell’anonimato, là dove si perdono i contorni della propria identità figurati emblematicamente dal proprio nome, quando più nessuno ti richiama alla logica rassicurante della vita: “‘Non ho più nome! / Mi perdo nel sibilo / estremo / di questo cunicolo di morte.”; “Sì, se dolore / è consapevole respiro / che schiude al vivere / sì, se a quel suo grido: / “Non ho più nome!” / si risponde che / prima d’ogni possibile attributo / UOMO / è il nome grande / a lui dovuto.”

Il mare è l’immagine speculare del mondo interiore della poetessa, ora turbato da flutti inquieti di marosi, ora adagiato in una composta superficie di bonaccia, specchiandone tutto l’incantevole fascino di scrigno prezioso che serba in sé la perla del divino: “Mare cupo e parlante / appena acceso / da misterici raggi / e le nubi / dai rostri aggressivi / a dilapidarne l’azzurro. / Una carica di onde / emigra a riva / tracce dell’eterno fondale. / Io resto / in quegli abissi emotivi / fluida / in attesa di bonaccia.” È anche icona maliosa della danza tumultuosa, voluttuosa e oscillante della passione amorosa: “Sei l’impronta sulla sabbia / liquefatta dal mare / infedele anche all’onda / come fiato di voce / cancellato dal cuore. / Sei maroso che va / in diuturno artigliare / verso l’approdo vasto / dall’assalto di sale.” È anelito all’amplesso dell’assoluto, nel viluppo delle onde che assalgono la frale finitezza e la sospingono, oltre il naufragio dei giorni, verso il tuffo ardito nell’eterno: “Come queste faville intermittenti / a pelo d’acqua / vorrei le tue parole / liquide e calde nelle vene. / E incoronare con te orizzonti / a cavallo di docili correnti / e scambiarci una spuma cheta / di laguna. / E non essere più naufraghi.”

Maria Grazia Carraroli Facin, attraverso questi versi che si susseguono come un flusso incessante che culla unicamente, come una scia, il leitmotiv di Paroleamare – senza alcun altro titolo –, ritrae i moti della propria anima che percorre con un indomito respiro lirico l’inquieta superficie di questa vita arcanamente affacciata sull’Eternità.

Recensione
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