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Personale Eden

L’autrice in questa silloge canta il suo Personale Eden, il Paradiso perduto della felicità primigenia della coppia, di un Adamo ed Eva, agli albori dell’umanità, che godano ancora della felice comunione degli esseri (“e i due saranno una sola carne” Gn 2,24): “non abbiamo sbagliato la combinazione né perso il paradiso / stiamo seguitando a percorrerne pelle a pelle la via – fidati - / tra la crepa e la volta azzurra in cui siamo caduti a quel morso.” Si modula la melodia intensa dell’amore attraverso un linguaggio ermetico e sublime, sospinto dal pathos della tensione dell’eros con cui colmare la distanza dell’assenza: “ed io la tua eco di terre lontane incontenibili in questo eden soltanto / t’appartengo al di là dell’approdo su altri lidi fin’oggi sconosciuti / e tu m’appartieni fino all’ultima conchiglia che ripeta voce inattesa”; “ci completeremo per fuoco rituale benedetto / concludendoci dentro e per parti / squartati e lontani ci riuniremo / sull’ara del quotidiano / in viscerale congiungimento / ci apparterremo e già lo siamo fin da queste carte / rifiorite di fiotti d’inchiostro le energie di cui dici / altrove consacreranno nuova luce.”

L’impeto del desiderio amoroso riconquista l’originaria estasi del Paradiso, in questa sorta di rivisitazione della Genesi biblica: “A Oriente c’è un giardino che concorre con il sole allo splendore. / Ci sono due esseri che hanno il sentire del tuono, il colore dei giochi d’estate e con le mani sono capaci di decretare spazi senza fine, gioia purissima. / Lontani, ma si intuiscono pur non sapendosi; si trovano, spostando appena il fato tra mele verdi e serpenti in boccio. / Qui, ciò che alle stelle non è dato, avviene: il giorno si fermò appena prima della notte e conservando un solo attimo in cui sfiorarsi per far nascere nuova luce che pulsò esattamente in quel diaframma di tempo. / Erano un battito e si videro e si riconobbero e si avvicinarono e si sfiorarono e si presero e si persero e si penetrarono e si allontanarono e si confusero e si baciarono e si destarono e si rincorsero e si catturarono e si lasciarono e si arresero. Tutto esattamente in un frangente sconosciuto. / Dopo fu soltanto fiato per contare i minuti che li separavano nel sopirsi del bisogno di cercarsi, perché adesso erano. Due ed uno e parte stessa del medesimo cielo: che diventò loro e loro diventarono cielo. / Uomo donna maschio femmina.” (Nota a margine di un desiderio).

Gli innamorati si ritagliano un’oasi di felicità edenica in mezzo allo sterminato deserto dei giorni: “e fughiamo chiaroscuri di silenzi ormai altrove da qui / ché sappiamo adesso dove posare l’istinto incrollabile / ad afferrare e restituire duplicate ipotesi di paradiso.” L’amore investe prepotentemente l’essere, come un’inarrestabile marea spumeggiante: “trascorsa la notte di ali spiegate e vento / coprimi del tuo dire di seta e donami notte stellata / addosso sei oro che sveste gli occhi a mandorla / di avvolgente voglia di perpetrare il tuo mezzogiorno / così sottrai lontananza a silenzi inattesi / abbrevi il cammino e irrompi nella camera viola / solo in apparenza mare placido che muove stupore / accolgo di te l’onda di tesori non visibili e meraviglia / il toccarsi in punti precisi e lo scriversi d’abitudine / presenza e necessità impellente che oltrepassa difese.”

È poesia del miracolo dell’incontro di due anime e due corpi in un’osmosi panica: “a scomporre luce in vertigini inattese le tue mani / e sospesa nella rifrazione della gioia ti vivo a pelle / tempo finissimo lento e caldo sgranato sul mio collo / fino a perdersi tra dune erette alla tua lingua capricciosa: / ho raggruppato aurore per vederti volto in questo verso / venire alle porte del giorno spalancate sul mio ventre / e rendere corpo con le tue dita alle mie forme sparse: / c’è un’essenzialità poetica innata nel minimo azzurro / che ci sovrasta – magma risalente scabre pendici - / che senza chiedere permesso sfugge ad ogni controllo.” L’amato è un mistero che seduce irresistibilmente, tutto da esplorare: “così sei abisso / baratro per la razionalità schiantata sul fondo / di questa acutissima vetta a cui sai condurmi: / stretta a te e a questa luce che taglia la notte / mi respiro desiderio senz’altro suono che tu / vibrando in ogni mia mancata resistenza / è la tua voce – sì, sempre lei – incipit del sogno / in uno spazio ancoraperpoco concepito assenza / mi sventri stanchezza per colmarmi fluido / estenuando il buio e facendoci prima luce.”

Angela Greco in questi versi ci consegna il racconto lirico di un amore che anela a confondersi in un amplesso cosmico e a sfociare nel mare dell’Eternità: “attraversati a mani nude i sassi di scelte d’altro tempo / al sole del tuo volto si scioglie adesso la promessa / che più s’attende e s’attarda nel cammino frequentato / d’essere risposta a quell’antica frattura che ci vide due / ed oggi conquistarci nuovamente in dimensione unica / moltiplicatrice d’infiniti in questo stesso momento.”

Recensione
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