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Poesie

Queste Poesie, delicate e intense, sono preziose miniature che ritraggono stati d’animo, personaggi, vicissitudini, trasfigurate dalla luce della visionarietà artistica. S’incastonano così, come gemme rare, sentimenti, emozioni, impressioni nella musicalità dei versi, inanellati nella contemplazione assorta di una sommessa interiorità. Nella prima sezione, Momenti e situazioni, sono fuggevoli pretesti occasionali, scorci di quotidianità, lampi folgoranti di verità a suscitare un’intima commozione, come quando dalla mesta confidenza de l’uomo che vende pomodori s’affaccia il doloroso dramma di una vita segnata dal trauma di un incidente: “L’uomo che vende pomodori / si è messo a parlare / del fratello / segnato per sempre / dopo un incidente / A cinquant’anni, diceva / con un fermo tumulto, / la moglie lo ha confinato / in un riposo di vecchi appartati / Aveva parole assetate / davanti al sole d’autunno / a un soffio di vento / che trascinava le foglie / e dividendo il dolore / con me, passante per caso, / lo spingeva lontano.” Sono scatti fotografici sottratti alla scena di tutti i giorni, che l’autore coglie con l’immediatezza dell’intuizione poetica, come l’apparizione di Una donna elegante, che suggerisce con pudore una tacita sofferenza svelata dall’alienante meccanicità dei gesti: “Una donna elegante / uno scontrino di cassa / tutto piegato / Me l’ha dato / con gesto spontaneo / prima di entrare / per un esame importante / Ho solo questo / diceva / capendo che cercavo / qualcosa / su cui fermare un pensiero / Forse voleva / mandar via la paura / dire soltanto / che la vita / a volte è senza difese / legata / a uno scontrino di cassa / a una curva improvvisa.” O ancora è lo stupore lieve che sorprende al passo vellutato della neve, nel suo candore immemore: “Oggi mentre dormivo / è caduta la neve / sul sentiero si camminava / tra alberi bianchi / Dopo le ultime case / un fiore di stoffa / ricordava qualcuno / che si era perso nel vuoto / forse non vedeva orizzonti / o i passi da fare / parevano troppo pesanti / Lungo la strada / non c’era nessuno / neppure la donna / che va sempre sola / e sul viso ha come un lampo / un breve sorriso / Restava un capriolo / dai passi leggeri / che entrava nel bosco / lasciando un’esile traccia / di bellezza e stupore.” (Oggi mentre dormivo).

Nella seconda sezione, Luci e stagioni, la luce gorgoglia e s’immilla sull’orlo della cornucopia traboccante dell’anima: “Fuori cadeva / una luce imperiosa / la guardavo al tramonto / scrutando / il frusciare del bosco / si posava / sui pensieri offuscati / in attesa / fra antichi percorsi / Luce che giunge / fin dove arriva / il silenzio / è tutto ed è niente / consola / le nostre giornate / pura e vivente.” (Fuori cadeva). È la poesia luminosa e intramontabile dell’astro radioso che rischiara l’universo: “Sole che appari / sulle punte scoscese / dei platani / e sulle donne / vestite di rosso / che guardi le persone / negli occhi / mai stanco / sole che cammini / sulla riva del fiume / e ti soffermi / sull’uomo dai pochi capelli / che vende giornali / tu riveli la prima stagione / l’autunno l’inverno / e il tempo delle castagne / arrostite / dal profumo vivente / aperte come ferite.” (Sole che appari). È il fascino dalle variegate sfumature delle quattro stagioni che s’avvicendano nello snodarsi dei silenzi: “Attendo l’inverno / la sua quiete argentata / e la nebbia / che disegna fantasmi / sui muri / Attendo l’inverno / le sue umili sere / che giungono svelte / sul viale / degli alberi stanchi / tra lenti pensieri / che dicono grazie / a ogni cosa che accade / Attendo che torni / l’uomo di neve / in fondo al cortile / con i suoi occhi di sasso / torni e rimanga vicino / nei momenti di gelo / che stringono il cuore.” (Attendo l’inverno). Dietro i paesaggi sfilano sensazioni, meditazioni, vibrazioni interiori; oltre le immagini sottentra un significato recondito, esistenziale: “Gli alberi passano svelti / con cuore taciturno / le braccia protese / l’anima nuda / confusa nella nebbia / il treno corre a perdifiato / come avesse un’urgenza / da comunicare / una data, un annuncio / Passa sfiorando le case / dai colori indistinti / la vita che rimane / come fosse in attesa / che gli alberi / facciano un cenno, passando / diano un segnale.” (Gli alberi passano svelti); “In questi giorni di pioggia / fluisce la vita / con risposte incessanti / Gli anni hanno tolto qualcosa / al cuore spontaneo / ai ricordi trafitti / ma la musica antica / che risuona sui tetti / dice di essere attenti / a quello che urge / al breve mistero / che lega i destini / I giorni sono annodati / su salde radici / e siamo davanti / a un cammino di luce / che magari si fa sconsolato / ma indovina ogni volta il sentiero / chiamato esultanza.” (In questi giorni di pioggia). La chiaroveggenza della visione poetica si sofferma su dettagli apparentemente insignificanti che tuttavia s’investono di un’eloquente connotazione simbolica: “Nella taverna del castello / la cameriera albanese / passa sfiorando / il lampo degli sguardi / La luce che filtra / si siede leggera / ai tavoli / dai visi più inquieti / soltanto l’uomo / voltato di spalle / è fermo sulla porta / Gli abeti vibrano lievi / aspettando / la verità della neve / giganti silenziosi / si chinano / sulle case argentate / sull’inverno e la vita / sulla pungente vastità / delle parole capovolte.” (Nella taverna del Castello). “Le anime grandi del passato” sembrano abitare ovunque, oltre le coordinate del tempo e dello spazio, in una dimensione soprannaturale: “Le anime grandi / del passato / giungono all’ora del tramonto / con battiti ardenti / del cuore / Scavalcano pensieri assopiti / nel silenzio delle case / vicino al caminetto / a chi è stato ferito / Hanno raggiunto l’essenza / sfiorano con passo sfuggente / la curva dei monti / che verso sera diventano / di un solo colore / come un destino / che a tutti assomiglia.” (Le anime grandi).

Suggestiva è l’elegia amorosa, un vero e proprio inno al legame affettivo: “Mi hai preso le mani / prima dell’ombra / Portavi negli sguardi impauriti / un segno / un duro rimpianto / le assenze che avevi rincorso / Abbiamo sorpassato dirupi / di bosco e di pietra / in docile ascolto / fra nuvole e profili di sole / Ogni partenza era un ritorno / occhi di uccello notturno / Tu dici / di scrutare nel buio / o più lontano / E scopri ogni volta / la luce che rimane in attesa / di giorno e di sera.” (Lettera a Maria). Questo testo riecheggia la devota affettività coniugale di “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale” (Satura) di Montale: “Ho attraversato con te / il silenzio dell’inverno / e la grigia campagna / tra calmi smarrimenti / mio amore terreno / dagli occhi impauriti.” (Ho attraversato con te). Ad un’intima tenerezza sponsale è improntata questa poesia: “Ho vegliato Maria / alzandomi piano / la pelle lievitava leggera / il respiro oscillava / sul viso scavato / dalla fatica del giorno / cadeva la luce / di tutte le attese / Sugli occhi abbassati / era fermo un pensiero / Allungava una mano / per dire qualcosa / la guardavo dormire / mi chiedevo / se trovava riparo / nel deserto della notte.” (Un pensiero, stanotte).

Antonio Chiades ha lo sguardo lungimirante, profetico e visionario della poesia, capace di leggere in controluce la realtà, di decifrare volti, paesaggi, vicissitudini, alla luce di una verità profonda e misteriosa che sottentra alla mera apparenza, attraverso una musicalità vibrante e melodiosa che si modula nei versi, i quali si susseguono come onde in un libero flusso, svincolati da ogni limite di punteggiatura. Scrive incisivamente Albarosa Ines Bassani nella prefazione: “Sono suggestioni lievi, fremiti impalpabili, “esili tracce di bellezza e stupore.” Sono contemplazione della luce, che scioglie con semplicità sconcertante i sentimenti più contorti. Sono scorci brevissimi di umanità, lampi veloci e improvvisi, come piccole fessure, dalle quali si intravvede l’anima. L’autore canta, tra l’altro, l’amore forte e delicato, con tratti leggeri, con sguardo fugace e pudico, dentro spazi strettamente personali. Dà anche voce alle solitudini, soprattutto quelle derivate dal “diradare dei contatti” per lo scorrere veloce del tempo. La poesia diventa, così, una sorta di mestizia composta, nella sua terra “ricolma di assenze”, con la “pienezza che trasmette il mistero di essere vivi.”

Recensione
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