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Quaderno di Grecia

Questa raccolta in versi sono appunti di viaggio in una terra mitica, dal fascino misterioso e intramontabile: la Grecia, culla della civiltà occidentale e Musa ispiratrice di illustri poeti (memorabile il sonetto di Foscolo A Zacinto, “Né più né mai toccherò le sacre sponde…”). La sua attrazione è fatale e irresistibile: nelle sue meraviglie, nei suoi colori cangianti, nelle forme tornite, riemergono tutto il patrimonio culturale e il culto degli dèi, che, abbagliati da tanta bellezza, gli antichi Greci ravvisavano nelle sembianze del paesaggio naturale. Quello splendore di cui non conoscevano l’origine, diventava per essi oggetto di venerazione, assurgendo a vere e proprie divinità e ad ipostatizzazioni di miti. La stessa suggestione rivive nei versi di Gian Piero Stefanoni: la seduzione del mare, “di cui conosci l’attesa”, capace di stregare con il suo fulgore rutilante, e quell’azzurro stupore declinato in tutte le sfumature, come una danza in un’atmosfera sospesa: “(E la nave danza | tra faro e stella, | alla luce che in sogno | poi spegne la notte).” Il mare è un flusso viscerale che tramanda di riva in riva l’ebbrezza spumeggiante della vita: “Il mare è a sud, | nei polmoni rigonfi | di uomini i tronchi | plasmati dalle madri. | Batte il ventre | di vertebre accese, | nella tua spinta il grido | già rotondo d’attese…” (Alimina).

È anche l’emozione del viaggio, della scoperta di mirabili tesori del territorio: “Durante un viaggio in un giorno d’amore | TERRA DEL SOGNO | bordata dal mare.” (Acheron). Si fiuta l’altrove di là delle frontiere visibili: “Come quel padre che protende | le braccia nel figlio, anche noi | diviniamo in lenti gesti i confini, | non più tranquilli, semplici uccelli.” (Marina). Poi, è il vissuto umano, la compagnia femminile che infonde un senso ulteriore al proprio andare, attraverso il linguaggio possente dell’amore: “Cos’è che ti culla e mi culla | sopra il mare delle Cicladi? | È il mio amore, il tuo amore, | il nostro caldo abbraccio, | nel movimento che l’acqua saluta.” (Delos). Delicata e struggente è questa dedica, in Una promessa di nozze, alla moglie Anna, che prende spunto dal senso di protezione e di appartenenza che suscita il busto di un legionario che tiene sul palmo della propria mano la fanciulla amata: “Come questa ragazza, l’amore | che a portarlo insieme ci ha scelto. | Un corpetto di grazia nell’aria | che irradia un sottile calore. | E non ha volto, non ha gambe | il legionario che levandola ancora | ha cura che nessuno la colga, | la pieghi ai propri oscuri domini. | Perché ora siamo entrambi i guardiani | della giovane che avanzando specchiamo. |Ora te, ora me, | nella mano che non scioglie il legame.” Ma l’amore è anche dialettica incessante di un perdersi ed un ritrovarsi: “Cosa avremmo potuto nel contrappeso di sogni diversi? | (Tentammo latitudini che qui non c’erano. | Al tuo nome le Erinni ora aggiungono il mio).” (Su un incontro mancato); “già scorgendo nella stretta altro flusso, | altro amore che inverando la sorte | nel suo fiore non ha mai vera morte.” (Il bambino di Corigliano).

Queste note poetiche, che descrivono un’esaltante avventura di sponda in sponda, sono appena barlumi a suggerire l’indefinibile mistero che ci attende, come l’autore scrive nell’epilogo Dal mare: “E di tanti approdi ci restano le soste, | dalla nostra parte del vetro altri porti – | Ios forse o Andromeda per un desiderio | o un lontano bagliore – altri nomi | e altre coste di isole che disattende il ricordo, | nella pioggia che ci nasconde all’oblio – | Kerkyra, forse, Messapia – come per un divino perdono.”
Recensione
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