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Sinfonie d’amore

Queste poesie tessono “sinfonie d’amore”, nonostante i tempi avversi della pandemia e dell’universale sgomento, quale valore tenace che resiste oltre le tempeste: “In questi primi mesi / di un anno bisestile / ecco…evaporare sogni e visi cari, nel nulla. / Queste ore di forzata quiete / una carrellata a supporto / d’un vortice cupo d’affanni e paura. / (…) E come in guerra noi… a che Santo votarci / se questo calar sui morti / la conseguente inadeguatezza / a fronteggiare il nemico con mezzi.” (Riflessione). È ciò che accende la bellezza e alimenta la sorgente della vita, pur assediata da fantasmi di paure e dalla morte: “Ora so perché in cuore / ho solo tormento / e nel silenzio spazio, solo un nome. / Ogni sonno è nemico / e nel giorno la sua voce vacante… / Al vecchio compagno m’affido / e col pigiare i suoi tasti, io annego. / Sinfonia, tremolante e più dolce / dove pause son empie d’amore / con un prestissimo, come grido.” (Sinfonia d’amore dedicato a B.A.). Fiorisce una rêverie delicata e intensa da una felice intesa: “È giunto l’eco delle tue parole / dardo lanciato, più veloce del vento / ad una attesa che languiva. / Oh, dolcissimo suono d’arpeggio / già pronta era la mano / per quell’aggrappo. / Trasportami per corse diurne / tra i tuoi prati fioriti di giunchi / e il profumo di mirto e di limoni / o sopra scogliere a picco / la notte, dove l’onda s’infrange / e alla luna piena…” (La risposta); “Ho cullato il mio sogno / giorni e giorni / da non ricordare gli inizi. / Un traguardo sempre più vago… / lieta o taciturna la mia anima duttile / anche in diversa piega.” (A lui).

L’autrice dedica i suoi versi alle figure care che hanno costellato i suoi giorni, come suo padre naturale prematuramente scomparso e quello adottivo: “Non ho ricordi, oh padre, / mitragliato il 7 aprile del 45 dai nazifascisti. / Da altre mani, partigiane, sono cresciuta e amata / sino all’età più dura, con giustizia e fede / da te insegnate. / Alla parola padre, associo i vostri nomi / dove tenero e smisurato fiorisce l’amore.” (Per i miei due papà). La sofferenza pervade un intero tessuto sociale divorato dal virus: “Non un canto…solo un lamento / la città è morta… / in un silenzio sovrano / rotto dalle sirene d’ambulanze / dai passaggi di autobus vuoti… / la città è morta! / Le case addormentate, spoglie / non v’è tempo per gli acquisti di fiori / ognuno stretto nel suo dolore / per chi ce l’ha.” (Non un canto). La colomba è un messaggio di speranza, un augurio di pace, in mezzo a tanto cosmico smarrimento: “Vola colomba / vola ad ogni infisso / serrato al tuo messaggio di pace / a quei cuori duri come macigni / che pensano solitari a battere. / Vola fra gli anfratti più oscuri / a quei fratelli senza speranze né pane / nella povertà assoluta.” (Vola colomba).

Le giornate della memoria diventano occasioni per rivisitare la Storia, nel suo tenebroso coacervo di dolore e orrore: “Dedico oggi il mio pensiero / a voi tutti fratelli, sparsi ovunque / in questa Italia, dove è scorso / un fiume rosso, in quei campi / dove riposate. / (…) Vittime innocenti, voi partigiani, / a difesa di diritti / e libertà, andata persa… / martoriati e fucilati in massa / senza alcuna pietà.” (Oggi 25 aprile 2020). L’8 marzo, conquista dei diritti delle donne, ridesta nell’autrice il compiacimento per le proprie figlie consolidate nella loro dignità e realizzazione personale: “Guardo ammirata le mie figlie / con una stretta al cuore che pulsa. / Di quanto amore è capace e piena la mia vita / pur restando ai margini. / Ai miei fiori sbocciati, ho tutelato gli steli / ora li ammiro non reclinarsi / neppure col vento delle stagioni. / Sono forti, hanno saputo reggere gli ostacoli.” (Oggi l’8 marzo).

Nella terza sezione, la natura è fonte perenne dell’estasi creativa: “…le attendo sfiorarmi le caviglie / accarezzarmi la pelle e fremere / prima di schiumare. / E ancora l’altre, inarcate e a riccioli / in respiro calmo / che scivolando, versa il suo perpetuo cammino. / Un non so che di magico. / Tra i silenzi dell’ora, è la sua voce / che ricordo sempre / vibrare nella mia svuotata anima, che attende. / Solitaria allo scoglio, scruto e ascolto / l’immensa vastità, che va oltre confine.” (Le onde e il mio mare). Il mare irretisce con il fascino del suo mistero imperscrutabile: “T’affacci d’improvviso / su quell’onda più alta / che sorregge la tua spuma / dove io galleggio / in una nenia che culla. / Mi spingi avanti, ora mi rivuoi indietro / in un barcollio di note salmastre. / Sicché la riva va scomparendo / e la distesa che si perde / al luccichio del sole. / Il tuo lamento grida, sussurra / si dibatte e va infrangersi struggente / sulla roccia viva.” (L’anima del mare). Il firmamento notturno è uno spettacolo d’indicibile splendore: “A te sempre il primo sguardo dopo le stelle… / guado nel buio non più fitto / e breve è l’ellisse oggi. / Nella veste argentea, tonda, luminosa / già pronta a lasciarci nel peregrinare eterno. / Si fa più chiaro il giorno / e tu impallidendo, sbiadisci / in una scia di rinnovo.” (Alla luna).

Il vento è epifania di un mutamento, di un sussulto di speranza: “E sarò ancora ad aspettare / quel vento… / a premere sui miei rami neri e spogli / ad avvertirmi che è passato l’inverno / dove rinchiuso ha la mia linfa / non più scivolata, scorrendo, tra i miei canali. / Sono in attesa di un raggio / uno soltanto, che rinnovi la sfida / a questo albero vecchio, dormiente / e lo faccia sperare rinascere / a un’altra tenera primavera.” (Un’altra primavera). Il tramonto che tinge l’orizzonte di sfumature velate sa ancora commuovere la poetessa: “Indaco è il cielo e qualche nube passeggera / tra l’onde dello zefiro senza scorie / il millenario riaffaccio della primavera. / Rumoreggia in sordina / tra l’erba alta, lo sciacquio / che lo attraversa / su quella terra pingue / dove non scorti, sopra e sotto / danno vita all’Humus. / Un tramonto, con tutti i suoi riflessi / oscura le fronde dov’è un chiacchiericcio / di convegni e di merli / che prima di cedere, sincronizzati a turno / modulano il loro canto. / Ed è già sera.” (Ora silenzio). La primavera è un’insurrezione di vita: “Pare tutto un fermento il risveglio / a un ancestrale richiamo / per una resurrezione alla vita / così potente, per germogli e foglie. / Ritto a guardia d’un palazzo / un albero possente di rosa fiorito / con le sue braccia tese.” (A primavera).

Graziella Minotti Beretta affida ai suoi versi emozioni, ideali, sogni, stati d’animo e lo stesso senso della propria esistenza: “A questo mio andare faticoso / senza alcuna sosta / lascio tracce ovunque / in un moto oscuro / non rivelato appieno. / Senza voltarmi / se non di striscio / seguirò la rotta / della polare / e al richiamo dell’universo / sempre a me vicino / udrò il nome della mia nascita. / Firmerà il suo compito / in un silenzio siderale / attraente come per un tuffo. / Ma già sarò ai piedi / di chi mi è sempre mancato.” (A questo mio andare).

Recensione
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