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Trattato lirico di cocente gelosia

L’enigma del titolo che allude ironicamente a ciò che poi, effettivamente, nei testi, non si riscontra quale tema predominante, quanto una mordace appendice di quell’epopea amorosa che è a fondamento di una monumentale tradizione letteraria, lo svela Sandro Gros-Pietro nella postfazione: “Il tentativo era quello di ricondurre l’amore a ciò che in letteratura, dopo Dante e Petrarca, non potrà mai più essere: un semplice contraddittorio di emozioni e una “cristallizzazione” dei propri desideri proiettati sullo schermo della persona amata.

Santinato, che conosce fino alla nausea questi passaggi, decide di metterla subito in burla e di scrivere un trattato di gelosia, per di più cocente. Non è forse, la gelosia, la forma più meschina assunta dall’amore? Cosa v’è di meglio, allora, per un poeta che è il migliore, dopo tutti gli altri, se non che accomodarsi sull’ultimo valore della scala? Dunque, ecco che conviene parlare dei propri dubbi amorosi, a specchio di quanti per secoli hanno pontificato sulle proprie certezze.”

È dunque un moderno Canzoniere che rovescia la visione idealistica dello Stilnovismo che ha in Dante e Petrarca i massimi esponenti, per decantare le contraddizioni, le disillusioni, finanche i risvolti satirici che sdrammatizzano l’avventura erotica. Sfila, così, una galleria di donne ben lungi dall’essere “angelicate”, quanto foemine in tutta la loro esuberante carnalità, ben delineate nei tratti fisici più seducenti e nelle caratteristiche di spicco della loro personalità, come nel crudo realismo delle battute e nella vivacità delle  reazioni. Ecco, allora, nel ‘catalogo’ dell’autore, comparire Lina dai riccioli d’oro, “la più alta / tra le bellezze della nostra classe”, la quale riserva questo amaro epilogo: “Altro disegno / scriveva l’ombra / del fato / prima / del primo abbraccio / volasti nell’abbraccio d’un altro vicino”; o ancora “Rosa fresca aulentissima”, citazione che un dotto cultore delle Lettere può permettersi di usare per schermare  (per restare in tema cortese) la sua nostalgia: “Tu / non ci sei / fresca rosa aulentissima / Tu / sei là / sulla riva che punge il sole / Fortunato / chi ti scorge / fra gli scogli del cuore / Ti vedo / fra nubi d’oro / di fate morgane / Tra le fiamme / che sfidano le folgori / del tramonto / Tu / volgi l’ago / che tiene l’ansia del vento / L’ago / che punge il mio sentimento.” La donna è anche evanescente chimera, che dilegua “fra schiume di mare”, sfuggendo al geloso possesso dell’uomo, condannandolo inesorabilmente alla solitudine, sensazione che ricorre spesso in questi testi: “Sola / t’ho vista / sul picco del mondo / Sola / con l’occhio / sul verde mattino / Invano / t’ho chiamata / fra schiume di mare / Non sentivi / l’urlo che soffoca / i sogni più belli / Mi son trovato / vuoto col morso stretto / sulle labbra / Solo / fra le scogliere del giorno / che non passa mai.” (Non so perché).   È poesia che canta la nostalgia dell’assenza: “Sei partita / dopo la raccolta / Non hai lasciato / che un pulviscolo  di cenere / Solo / al largo / d’ogni pensiero / Straniero / al largo lontano / d’ogni sentimento / Solo / col sospetto / di tutto e di tutti.” (Solitudine di luglio).

Su tutte queste figure muliebri imperfette e, alla fine, comunque deludenti, svetta la Madonna, ovvero la Donna per eccellenza che ha in sé la pienezza della bellezza e della materna dolcezza: “Madre dolcissima / vestita di sole / volgi lo sguardo dall’alto dei cieli / stendi le mani sui fragili teli / là dove il prato si nutre di prole / (…) Dal basso / timidi t’invochiamo / a che illuso non sia il nostro cammino / ma sin dall’alba sia un canto festivo / (…) Riaccendi o Madre / il nostro fervore / perché d’amor si fiammeggi nel cuore / e sia di gioia l’ultimo sospiro. (A Te che ci hai dato il Signore).

Ad evocare l’universo femminile, nella sua rarefatta ambiguità e nella sua malia incantevole, è la luna, spettatrice silenziosa e complice degli amori, tanto cara ai poeti che in essa riverberano le loro fantasie e aspirazioni al mistero, celato dietro quel volto languido che splende nelle tenebre, in questo caso antropomorfizzato a guisa della sensibilità muliebre: “Tu / resti lassù / fra le stelle / Figlia / dei boschi / non ti curi che di te stessa / Ti piace / quel tutto che tutto / converge ai tuoi piedi / Ti fingi / come cerva / sul dirupo / Ti dichiari / figlia dell’amore / fatto di natura / Pure / da te non m’aspetto / che un gesto fatale / Il morso / o luna viperina / d’una sortita crudele.” (Solitudine cosmica).

Vi sono, poi, le città amate, dalla nativa Chioggia, a quella adottiva e prediletta Torino, con la loro scia di profumi, di esaltanti reminiscenze appese ai loro scorci: “Non tornerò / mai più nelle barene  - incipit che ricorda l’enfatico Né più mai toccherò le sacre sponde del sonetto A Zacinto di Foscolo -  / fra canne scosse dal vento di bora / né sognerò notti dentro carene / dimenticate sulla secca gora / Cadenza di remi / al canto di prora / strascico di reti a colpi di rene / (…) Valli di Chioggia / ti penso dolente / spinto fra la gente da bora crudele / dove consumo il mio vano sognare.” (La mia laguna); “Torino / piccola Parigi / stasera / Concerto d’ombre / mosse dalle palpebre discrete / dei lampioni / Conchiglie sfogliate le piazze / in cui l’amore consacra / gli appuntamenti / Sobrie / come vestali le colonne / lungo le vie dallo sguardo sincero / Rifugio / di corteggiamenti i portici / che lunghe memorie raccontano a colombi innamorati / Torino / tu sei la mia città / (…) Sudditi fedeli / i tuoi monti robusti / Ancille divote le colline / meste e malinconiche quando villani calpestano / la tua bellezza riservata.” (Torino).

I versi di Armando Santinato sono agili, metricamente snelli, insofferenti di ogni  demarcazione di punteggiatura, ciò che più si adegua alla disinvoltura dei toni, i quali s’inalberano in accenti sublimi  - mentre inseguono il volo pindarico della rêverie amorosa -, per poi atterrare bruscamente - quando si scontrano con la dura realtà -, ad una scabra lapidarietà. Si può ammirare in questa silloge un felice connubio di raffinato lirismo e di linguaggio popolare che non si perita di prendere a prestito motivetti della musica leggera, quali di Sergio Endrigo, Tony Renis, Celentano, in una suggestiva alchimia in cui si dosano in maniera accattivante arguta ironia e delicato fascino estetico.

Recensione
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