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Uccelli per cento poeti

Questo libro è un ampio excursus di un centinaio di scrittori, italiani, europei, ma anche di altri continenti, che spaziano dai classici, dai lirici greci quali Alcmane e Teognide, a quelli latini quali Catullo e Lucrezio, per poi abbracciare l’ampio panorama della letteratura italiana, dal Medioevo (Dante e Petrarca), al Quattrocento (Poliziano, Boiardo), al Cinquecento-Seicento (Marino), al Settecento e Ottocento (Leopardi), fino all’inquieto Novecento (con gli esponenti rappresentativi più numerosi, tra cui Pascoli, Montale, Ungaretti).

Franco Orlandini attinge ad un patrimonio vastissimo di cultura, riconducendo ogni singolo autore - non necessariamente noto, nella sua doviziosa ricerca - al suo personale rapporto con gli uccelli, tematica a lui particolarmente cara, in quanto evoca la condizione idilliaca dell’anima immersa nell’armonia e nella primavera del creato e perché i loro accenti, secondo quanto scrive nella Premessa, citando Chateaubriand, hanno la funzione di “incantare gli uomini.”

Così, la melodia canora si tinge di diverse sfumature, rispecchiando lo stato d’animo del poeta che l’ascolta: dal tono lugubre dell’assiòlo (Giovanni Alfredo Cesareo), a quello infausto della civetta (Pascoli), a quello arioso e rassicurante dell’usignolo (“ti riserba questo potere il cielo”, Milton). Inoltre, ogni particolare uccello, con le sue sembianze, le diverse movenze e peculiarità, assurge a topos di una determinata condizione: dall’agilità leggiadra dello scricciolo (Pascoli), alla vivace gaiezza della rondine (Saba), alla fiera maestà dell’aquila (Machado), all’ebbrezza della libertà del gabbiano.

Ad immortalare quest’ultimo nel suo volo ardito e impetuoso è lo stesso Orlandini: “Mi hanno sempre affascinato questi uccelli che rimangono invitti in mezzo agli elementi più mobili, suscettibili e rischiosi.” (p.142). Anche il paesaggio in cui è situato il volatile contribuisce ad alimentare la metafora: nel gelido inverno, infatti, tutto sembra invischiato in una ragnatela di morte e le stesse creature alate restano imprigionate in questo incantesimo crudele (Pär Lagerkvist e gli uccelli insanguinati). Oppure, come nel caso di Apollinaire, nonostante lo scenario tragico della guerra, esse riescono a portare una nota di speranza, fedeli alla loro missione: “Il poeta, notte e giorno, ascolta cantare un uccello; non sa da quale ramo, ma la tenera voce lo incanta.

Non c’è forse, in quel canto, l’anima della ragazza amata, che vuol essergli vicina, che non abbandona lui, soldato? È un’anima che si trasforma in canto; e il cuore, nell’ascolto, ritrova il cielo, la fiducia, la speranza; e il cielo è come se si mutasse in rose; e la ragazza vive nel ricordo del poeta come la più perfetta immagine di una rosa… L’uccello si sgola… Ed è il canto della vita, dell’amore, che vuol resistere anche alla mitraglia, quando già crepita all’orizzonte e porta morte, nella notte che pur si copre di stelle.” (pp.136-137).

O ancora è il visionarismo degli “uccelli d’oro” di Dino Campana che cavalcano l’orizzonte nella spuma di luce e nelle trame di seta del tramonto, “lontani, tinti dei varii colori / Dai più lontani silenzii / ne la celeste sera varcaron gli uccelli d’oro…” (p.130); o la sgradevole alienazione dell’albatro di Baudelaire sulla tolda della nave, deriso dall’equipaggio, simbolo del poeta che si libra maestoso ed estasiato negli spazi sconfinati, ma che in mezzo agli uomini si mostra goffo e ridicolo, poiché “ses ailes de géant l’émpêchent de marcher.”

A volte i volatili sono legati ad una personale vicissitudine, ad un aneddoto curioso, ad una data stagione della propria esistenza, come all’infanzia, nel caso di Walt Whitman e la coppia d’uccelli venuta dall’Alabama, in cui lo scrittore americano osserva con attenzione le due creature che covano il nido, quando con amara sorpresa si accorge che la femmina, forse uccisa, non è più tornata e per tutta l’estate il ragazzino seguirà il lamento del ‘consorte’ desolato: “Whitman fanciullo, a piedi nudi e con i capelli scompigliati dal vento, ascoltava e “traduceva” le note del lungo e struggente canto dell’uccello, che alternava abbandoni alla fiducia a ricadute nella dolorosa delusione. Era un’invocazione appassionata che l’uccello rivolgeva al mare, alla luna, alla terra, perché gli restituissero la sua amata.” (pp.92-93).

Franco Orlandini con questi testi ci offre una minuziosa e documentata rassegna delle voci poetiche più svariate in un esteso arco spazio-temporale da una prospettiva originale e accattivante, attraverso una sintesi efficace, in grado con pochi tratti di delineare il profilo dell’autore e di proiettare uno scorcio del suo mondo interiore tramite la relazione con la dimensione ornitologica. L’uccello, infatti, può essere considerato la figura per antonomasia della poesia, in virtù del canto con cui esprime se stesso e al contempo allieta l’uditorio e per via del suo volo che evoca il battito d’ali dell’anima (“con un batter d’ali simile a quello d’un uccello il quale si levi dal nido”, scrive a proposito di Josep Maria López-Picò) che si libra nell’infinito, sboccia allo stupore dell’eterno del cielo e si culla nell’azzurra trasparenza del mare.

Recensione
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