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N.O.F.4 - Centottantadue metri di follia

Nei tragici graffiti la sofferenza, la denuncia e l'evasione onirica

Il breve testo teatrale di Maria Grazia Carraroli che reca questo singolare titolo, apparentemente indecifrabile, assume un grandissimo valore memoriale, documentario, persino storico e lo affianca a quello etico-artistico insito nei versi, poiché conserva e tramanda ai posteri ciò che un “sofferente” in quel luogo indegno ha voluto fosse ricordato forse come monito, incidendolo sulle pareti del cortile con la fibbia del panciotto d’ordinanza in “centottantadue metri di follia”.

In questo libro, pubblicato da Le Voci della Luna nel 2010, dopo il 1° premio all’VIII InediTO 2009 di Torino, aggiungono pregio al testo poetico le 26 fotografie di Luciano Ricci riproducenti ciò che il Nannetti, ossia N.O.F.4, aveva “scritto” su quelle pareti che per tanti anni erano state testimoni e confidenti delle sue ingiuste sofferenze, mentre fra poco tempo saranno abbattute dalle ruspe insieme con tutto il tetro, alienante edificio in cui erano rinchiusi i presunti “malati di mente”: il Manicomio di Volterra.

In realtà, più che malati di mente, personaggi come il Nannetti sono “diversi”, o almeno sono considerati tali da chi non accetta comportamenti non troppo conformisti, originali, forse un poco ribelli alle regole comuni. Ma tra l’essere un poco diversi e l’esserlo in modo smisurato, perciò degno di reclusione in un manicomio criminale, c’è un baratro incolmabile entro il quale N.O.F.4 precipitò fin quasi al giorno della morte.

Si rendono ora necessari alcuni chiarimenti sulla triste vicenda del protagonista. Nannetti Oreste Fernando, nato a Roma nel 1927 da padre sconosciuto (figlio di N. N. allora si scriveva), dopo una difficile infanzia trascorsa ora in opere di carità ora in istituti per giovani affetti da problemi psichici, forse si dimostrò un bravo elettricista nella vita lavorativa, benché siano incerte le notizie su questa fase della sua vita.

Per una capziosa denuncia di oltraggio a pubblica autorità, presentata forse per vendetta da qualche suo nemico, nel 1948 fu processato e condannato alla detenzione nel manicomio criminale. Dopo pochi mesi fu prosciolto dall’accusa per vizio totale di mente e fu internato per vari anni nell’Ospedale Psichiatrico di S. Maria della Pietà a Roma, finché nel 1959 fu trasferito in quello di Volterra, il famigerato “Ferri”. Passò poi alla sezione giudiziaria dello stesso istituto, nel quarto padiglione, fino alla Legge Basaglia n.180/1970 che avrebbe potuto porre fine al suo alienante internamento.

Poiché alla sua ormai possibile dimissione non si trovò nessun parente cui affidarlo e nemmeno sua madre, che lo aveva sempre rifiutato fin dalla nascita, fu disposta ad accoglierlo con sé, il Nannetti rimase come “ospite” nel “suo” quarto padiglione del Ferri fino al 1973, quando finalmente fu dimesso e assegnato all’Istituto Bianchi per anziani, sempre a Volterra, ove trascorse i suoi ultimi anni fino alla morte nel 1994.

Durante il suo internamento egli si rinominò “N.O.F.4”: Nannetti Oreste Fernando n. 4, da cui il titolo del libro ora non più indecifrabile. È tragico vedere che un uomo ha rinunciato alla sua identità, costituita anche dal nome e dal cognome, per assumerne solo le iniziali seguite dal numero del padiglione che, dopo tanti anni, è divenuto parte integrante della sua misera esistenza, persino della sua identità di uomo, se uomo ancora si può chiamare chi vive in quelle condizioni (Se questo è un uomo di Primo Levi).

Nei sedici anni di questa ormai ingiusta ma inevitabile segregazione egli incise, come si è detto, tutte le pareti del cortile con la fibbia del suo panciotto: una scrittura mista a disegni di cui è conservata la documentazione fotografica nel Musée de la Collection de l’Art Brut di Losanna. Ancora oggi, malgrado il suo forte deterioramento, questo tragico graffito consequenziale, lungo “centottantadue metri di follia”, suscita un estremo interesse per motivi di studio in varie associazioni psichiatriche e culturali.

Nel suo testo teatrale in versi Maria Grazia Carraroli ripercorre l’esistenza di Oreste Fernando Nannetti, protagonista, affiancato dal coro dei “malati”, quasi un’eco delle sue parole, un doloroso commento come nelle tragedie greche, e da un infermiere che raffigura tutta la sua categoria di assistenti/carcerieri. Ne nasce un tragico intreccio di voci che, per la forte espressività di ogni parola, di ogni frase, penetra nell’animo del lettore provocando senza dubbio quella catarsi cui aspirava Aristotele nella sua Poetica.

È difficile scegliere, in un testo così compatto nella sua drammaticità, qualche passo da citare per esemplificazione: come nel graffito sulle pareti così nelle pagine del libro tutto è consequenziale, tutto è di pari intensità e coerenza logica. Come si desume da alcuni versi, il sogno del Nannetti, ingiustamente internato in quello spazio angusto e soffocante «dove io da tanti anni cerco il cielo», era di evadere virtualmente per andare alla conquista dello spazio infinito e trasformarsi in «astronautico scienziato», in «Ingegnere Nucleare» capace di congiungersi telepaticamente agli altri uomini, di vedere e mondi nuovi e terre nuove, di volare lontano dai trattamenti disumani del manicomio che ormai «non a me che sono delle stelle. || Impastato di loro | le mie mani di fulmine son fatte | Gli occhi come i gatti e le pantere. | Sono elettrico sacro nobiliare» (p. 35). Bastano dunque pochi frammenti per comprendere il valore di questo testo.

Mentre il coro-eco ripete quasi meccanicamente alla fine dei suoi interventi il “ritornello” «Galeotti antiorari, noi, contrari.» alternato all’altro «A savi e benpensanti lo sberleffo | e ben gli sta. || Sberleffo sberla leffo | leffo là», il Nannetti dispiega la sua voce altissima e fiera, dolente e nello stesso tempo sdegnata, incisiva come uno stilo affilato ma capace di trasfigurare l’alienante immobilità della segregazione in onirica avventura cosmica, giungendo persino ad incidere sulla parete il suo mezzo di fuga descritto con le parole: «Io dico io, N.O.F.4, l’astronautico scienziato | io che il razzo spaziale supersonico stellare | ho disegnato. | Guarda qua: l’ho disegnato!» (p. 35).

Una mano ignota sigilla i graffiti con una parola ortograficamente errata, chissà se per distrazione o volutamente: MESE RICORDIA. Nel testo teatrale il coro conclude: «E gridiamo e chiediamo | MESE RICORDIA! | come sul muro del Ferri» (p.59).

Si potrebbe continuare all’infinito con le citazioni, a tal punto ogni pagina è pregna di eticità e di alta poesia. Poesia vera, scabra, priva di sentimentalismi e di facile commozione, soprattutto scevra di retorica. Mariagrazia Carraroli sa sfuggire con intelligenza e profonda sensibilità a questo pericolo insito nell’argomento, insidioso proprio perché drammatico e di per sé commovente. Aveva già dato prova di questa sua capacità nel precedente libro Mai più, in cui aveva ideato che fossero gli alberi a descrivere l’odioso eccidio nazista perpetrato a Sant’Anna di Stazzema. Nessuna retorica nel racconto delle piante testimoni.

Anche in questo libro nessun cedimento dell’autrice alla facile commozione: sul palcoscenico parlano e agiscono i personaggi, non l’autore, e N.O.F.4 – Centottantadue metri di follia è appunto un testo teatrale che, se recitato da bravi attori, non può che far rivivere l’infelice Nannetti nel cortile del manicomio di Volterra, suscitando esso stesso commozione e sdegno negli spettatori per mezzo della vicenda rivissuta.

Recensione
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