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Geografia interiore

Giovanni Sato è medico oculista, più che appassionato fotografo, con numerosi premi per la fotografia, socio del Fotoclub di Padova, socio del Gruppo Formica Nera una delle più numerose e resistenti associazioni di Poesia di Padova. Oltre ai numerosi studi specialistici per l'oculistica ha pubblicato 6 raccolte di poesia prima di questa Geografia interiore. Le prime raccolte, dai titoli già significativi, dal lontano Intonazioni del 1995 alle pubblicazione degli ultimi anni Vibrazioni di luce (2010) e, per contrapposizione, La trasparenza dell'ombra (2013), sono nel segno della ispirazione che per Giovanni Sato è insieme emozione e spiritualità, bisogno di conoscere e di comunicare, di rappresentare e di consolidare le certezze dell'io. E' quindi poesia dell'essere e dello sguardo, luminoso e stanziale. Differente, a mio parere, il percorso dell'ultima raccolta Geografia interiore. Mentre nelle precedenti gli interrogativi apparivano come certezze ora sono le certezze che appaiono come interrogativi, poiché in questo caso si tratta di un viaggio, non di una meta, qui è ben chiaro il percorso, non il dove si arriva o si deve arrivare.

Appropriatissimo, quindi, il titolo Geografia interiore, perché senza uno spazio, una geografia, non c'è un percorso possibile e questo viaggio poetico è poesia dell'esistenza e della interiorità, introspezione, percorso di vita e di riflessione. Non vanno ricercati i punti interrogativi in questa poesia, non ci sono, lo sottoliniamo, perché l'interrogazione è qui uno stato mentale, una disposizione dell'essere, di tipo metaforico come già risulta dal viaggio interiore, cioè un viaggio di chi sta fermo e riflette, quindi un ossimoro dentro una geografia che è innanzitutto grafia, scrittura, mentre la prima parte della parola composta, γ (terra) è il vissuto del poeta.

Facciamo un esempio da L'aprirsi dissonante delle età:

Quasi che amore si trovi
al bivio dove la pioggia
cade di continuo anche col sole.

E così fin dall'inizio,
non trovando pace se non dopo
aver consumato ilarità.

Ed acque sotto i ponti e
tutte le notti insonni
ed oltre, gli incantesimi

degli sguardi e ancora
sotto le finestre aspettando,
l'aprirsi dissonante delle età;

già il primo verso: "Quasi che amore si trovi/al bivio... indica una ricerca di un luogo, e non importa quale, ma è già una domanda: Dove sta, l'amore?

Il pensiero si fa itinerante, in continua ricerca e il dubbio, a volte manifesto a volte perfino reticente, la domanda sostituisce le certezze.

E' il bisogno di ogni uomo di vedere oltre, di sperare che al di là delle tribolazioni e delle piccolezze dell'esistenza vi sia qualcosa di più grande e di più vero in cui confidare per non essere travolti, per credere che non tutto finisca. Allora si deve cercare la vita nel movimento, non nella stasi, nel perpetuo andare dell'onda: Ode all'onda = "Voi onde che non temete/ l'apparire dei cieli"

Voi onde che non temete
l'apparire dei cieli,
anzi di questi
siete lo specchio.

E prolungate d'infinito
in infinito il vostro tempo,
scandendo sulle sabbie
i segni del vostro restare.

Voi che racchiudete i coralli
e silenziose creature nascoste
alla nostra vista,
d'inconsapevoli Dei.

E tornate sempre
a capo dei versi,
voi che siete

poesia di suoni
e del nostro vacillare sapete.

E per i nostri giorni ponete
conchiglie vuote,
sulle sempre diverse rive,
perché possiamo riempirle

delle vostre note.

E' questo riflesso d'infinito lo scontrarsi con il limite, con il confine ultimo o con la perdita, anche amorosa, con il nulla, la morte che incrocia molte riflessioni dei poeti del '900 a partire da Baudelaire e Rimbaud con una diversa tensione verso l'infinito e con una distanza significativa anche sul piano stilistico. Tutto questo, abbiamo detto, ha bisogno di una collocazione, geografica, appunto! di una geografia che si obbliga a individuare luoghi, strade, mete di un paesaggio fisico e di un paesaggio interiore che via via si chiariscono; non quindi il nulla vuoto dei simbolisti con lo scopo di svuotare di senso la realtà, di creare un linguaggio oscuro, un 'io' artificiale, puro linguaggio, disumanizzato, ma quel nulla fisico che è la morte (o, psicologicamente, la perdita) su cui riflettere come su un mistero legato alla finitezza dell'esistere e attraverso cui individuare il più profondo significato all'esistere stesso in un riscoperto rapporto con l'altro, accettando una propria relatività e significandola attraverso l'alterità, in rapporto con la natura e con il tempo.

E', come nei versi di Davide Maria Turoldo, un nuovo possesso, se volete, una nuova certezza, quello che consegue ad una perdita, ed è un nuovo stupore nella poesia

E andiamo
così, vòlti, senza vederci
salendo carichi di luce
in carghi sommessi.

Dove va questo treno
cosi apparente?
In un posto magico dove tutto è niente e niente è tutto.
Consolatevi così
non avrete monti né mari né colline
né altro neppure una parola.

Volgetevi stupiti
a ciò che ora avrete:
creature nuove
nell'abbandono dell'acqua:
lì, in riflessi brevi,
un battello vi porterà
alla felicità
Il viaggio degli steli

È un viaggio
che non conclude mai
la conoscenza degli steli,
poiché le foglie
seguono le stagioni
ed un velo si chiude
nella fine.
Ma oltre
camminando fra le rovine
cresce il futuro dei sogni,
quello stillicidio esangue
di felicità

su cui torneremo, che si chiude con la parola "felicità".

"Consolatevi così / non avrete monti, né mari, né colline / né altro, neppure una parola" "Volgetevi stupiti / a quel che ora avrete".

Per concludere vorrei sottolineare la presenza di alcune parole chiave che illuminano il testo quasi in ogni poesia con il variare del concetto di viaggio e del concetto di meta: il mistero, la sorpresa, l'attesa, la scoperta, il vagare, il guardarsi indietro, i confini, il perderso o il ritrovarsi.

Diventa davvero rasserenante questo continuo andare, poiché del viaggio la scoperta e l'incontro sono parte essenziale e, in ultimo, anche la scoperta di un pensiero che guida tutti gli altri pensieri, in maniera più intima, più sofferta, anche rispetto alle raccolte precedenti di Giovanni Sato, uno sguardo verso il cielo e, insieme, uno sguardo all'io, a fronte del rischio della perdita, potrei dire fisica: della strada, dell'io, dell'altro o di Dio, alla ricerca di una relazione rassicurante o, meglio, per dirla con il poeta: "Ma oltre / camminando fra le rovine / cresce il futuro dei sogni, / quello stillicidio esangue / di felicità"

Padova 28/01/2015

Recensione
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