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Comunicazione e condivisione alla portata di tutti,
a disposizione di ognuno: carta, matita e penna per guardarsi dentro

“Il ruolo sociale degli artisti non è né isolato, né indipendente da quello dei tecnici e dei pensatori” afferma P. Francastel, L’arte e la civiltà moderna, Feltrinelli, 1959, quindi l’arte come fenomeno trascendente, come sublimazione dello spirito umano – forse – non è mai esistita.

Perciò non condivido l’affermazione che l’artigianato sia il risultato di una semplice esigenza pratica, mentre l’arte è medium di un messaggio, anche perché l’espressione non può prescindere dalla realtà sociale che la determina e quindi gli artigiani fanno parte di questa realtà in evoluzione e in continua richiesta di adeguamento del linguaggio.

“…il globalismo delle capacità espressive di una società, che appunto esprimendosi, si modella” (P. Francastel – op. cit.): tutti partecipano alla modellazione della società!

“La ricerca senza un punto di vista selettivo diventa come la tasca di un idiota, piena di sassolini, pagliuzze, piume ed altri oggetti privi di importanza” (R. Lynd, Knowledge for what?,  Princeton University, 1939)

“Il ruolo delle scienze sociali è di essere moleste…e di dimostrare la possibilità di mutamenti verso direzioni più adeguate (R. Lynd – op. cit.)

Ogni impegno umano che releghi l’espressione creazione/creazionismo ad un ruolo puramente estetico è banale ed inutile.

Il linguaggio artistico sia figurativo che poetico ha poche possibilità di intervenire nel processo di relazione monopolizzato dalla classe “dominante” che gestisce i maggiori canali di informazione di massa, l’antropologia culturale ha cercato di dare risposte a queste domande: si passa dal rituale magico-espressivo, fine a se stesso, dell’uomo primitivo per divenire gradatamente mezzo di comunicazione, adattandosi alla esigenze della società di cui è il prodotto. L’istanza economica porta a un certo tipo di produzione artistica, che la classe dirigente tende a rendere conformista, condizionandone l’esecuzione dandole prestigio. Ci si contrappone solo costruendo una base critica che rilevi le contraddizioni della struttura sociale in cui si opera scontrandosi con il linguaggio della problematica politica, che condiziona l’impatto con il fruitore, perché deve essere usufruita attraverso atti di giudizio.

Dobbiamo fruire di “comunione”.

Un’opera di qualsiasi tipo può considerarsi inserita nel contesto sociale quando corrisponda alla completa godibilità, perché se rimane chiusa nell’ambito intellettuale si è alienata automaticamente la possibilità di essere compresa da tutti, lo sforzo deve essere indirizzato a servire da tramite per un dialogo di comprensione. Il rischio è che quello che rimane all’interno di una élite finisca per passare da “rivoluzionario” per mantenersi in un ambiente piccolo borghese.

W. Benjamin nel 1936 (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi) affermava “L’opera d’arte riprodotta diventa sempre più la riproduzione di un’opera d’arte predisposta per la riproduzione…”.

Il lavoro culturale è reso difficile perché la tecnologia ha modificato, negli ultimi centocinquanta anni, il modo di vivere, ma gli individui spesso conservano una base mentale inadeguata, che si limita a scegliere tra il bene ed il male, quando sarebbe necessario valutare quali sono gli interessi “dell’avanguardia” borghese.

La tecnica, i nuovi mezzi di riproduzione, i nuovi materiali, le nuove parole offrono infinite possibilità realizzative, ma distolgono dal problema comunicativo, spingendolo ad un linguaggio superficiale.

Dice P. Francastel (Quaderni S. Giorgio – Sansoni) “Il destino dell’arte moderna, come quello della civiltà moderna, è legato non ai miti ma alle utopie” ed è proprio quello che oggi manca.

La cultura, come fenomeno vitale, come comunicazione delle idee, viene frazionata in tante particelle quasi slegate dalla realtà.

Questo è quello che capisce oggi chi, 40 anni fa, pensava di liberarsi della politica statale condizionante l’artista, chi pensava che la società dovesse essere cambiata, passando attraverso varie fasi, fino ad arrivare alla società liquida o aeriforme, perché niente oggi è più rigidamente strutturato anche se lo sembra, e non si capisce cosa voglia dire essere artisti oggi e quale arte rincorrere.

Condivido l’affermazione che il grande successo nel mercato dell’arte “contemporanea” oggi abbia assorbito, neutralizzandole, le istanze “rivoluzionarie” imborghesendole, fino a ridurre il prodotto artistico a “complementi d’arredo”, ma non sono con Umberto Eco quando considera gli scrittori contemporanei, che per edonismo pubblicano le loro raccolte,” braccia rubate all’agricoltura” ed invitandoli a fare come i lemming, che si gettano in mare quando la pressione dovuta alla loro crescita incontrollata fa scattare, per istinto di conservazione, quella follia suicida.

Tutto oggi è già s-caduto (dal binomio artista/pubblico, caduto negli anni 20, o nel dopo guerra i concetti medievale e umanistico, dall’individualità dell’opera d’arte, alla definizione della stessa) ogni modernismo, ogni avanguardia, ogni post-moderno o post-avanguardia, perché quando si raggiunge il successo mondano e di mercato, ogni istanza è fine a se stessa. Si arriva alla riproduzione digitale dell’opera d’arte che perde così la sua unicità, aumentandone sì la fruibilità di massa, ma a detrimento della sua univocità, quando non si usano più i mezzi di scrittura, di lettura, di disegno o di pittura, in quanto la moderna tecnologia ha sostituito tutto. Ma se alcuni hanno difeso gli aspetti di individualismo liberatorio del disegnare e dello scrivere, qualsiasi mezzo fosse a disposizione dell’individuo, non è accettare quanto è stato scritto in precedenza?

La svolta nell’arte contemporanea, secondo I. Pozzoni, avviene ad inizio millennio dal momento che i due nuclei della democrazia estetica (dare voce a chi non ce l’ha) e della rivolta della nuova-anti-poesia contro il sistema poesia si combinano nell’intuizione della sconfitta dei modelli classici di scrittura “tradizionale”.

Ed aggiunge ” l’io lirico moderno” nasce dall’inquietudine dell’anima, dal ricordo dell’individualismo, “l’artista” svincolato dal senso di comunità, distante dalle istanze di condivisione e di comunicazione, si abbandona all’anacoretismo, escludendo il senso comune di comunità, per coniare nuovi termini e nozioni “comunità minima” o “comunità guardaroba” per negare tutto quello che, secondo IP, è la comunità del reality show, forse quella fondata sul solo artista che diventa stilita, oppure pochi ripresi da tanti che seguono un programma di comunità fittizia.

Quindi si giustifica il tutto rifacendosi a Z. Bauman (L’etica in un mondo di consumatori) in cui si parte dal “neoliberismo” gestito dagli operatori culturali che regolano normativamente, seducendo, ma anche normalizzando, sorvegliando ma anche conducendo l’artista (sponsorizzato) in uno stato di precarietà. Ma lo Stato dominante smantella anche questa “sovrastruttura” spostando anche la politica della quotidianità verso l’ambito consumistico.

L’amore per l’indagine interiore, la malinconica consapevolezza che siamo in viaggio da soli con il solo sostegno della parola costituiscono gli elementi della buona poesia.

La parola deve essere tensione, ricerca, affascinazione, rivelazione, conquista, partecipazione, comunione, solidarietà. Anche se il silenzio porta ad un’altra dimensione dai “sentieri ordinati” della parola, il silenzio è chiuso come le acque di lago che ha sorgenti nascoste. Dal silenzio emerge il dolore di significati inespressi, non si chiedono più risposte alle parole, ma si chiede ai silenzi l’aiuto a trovare la strada alla ricerca delle soluzioni per vivere.

La bellezza custodisce, ma non svela il mistero del Soffio che anima la vita. Al poeta rimane l’ansia della ricerca “… fino all’ultima primavera”, senza isolarsi dalle vicende contemporanee o dalla memoria della storia, a cui guardare con profonda ”pietas”.

Scrivere versi significa assaporare la forza evocativa della parola, il suo essere sottile, vibrante o sonora, descrittiva o astratta, carezzevole o aspra, a seconda dei casi; la Parola è importante perché viene riproposta in accostamenti di suoni, di immagini e di colori a definire paesaggi della memoria alla ricerca dell’Io più nascosto e più profondo.

È nella profondità appena percepibile del significato, grumo della coscienza di sé nel mondo, che la ricchezza espressiva della parola, o del segno grafico, si addensano, intrisi di emozione prima che entrambi la rendano chiara, semplice e distinta comunicazione.

La parola deve prendere il sopravvento, riuscendo da sola a levigare il pensiero soffermandosi in quei “nodi” che la vita ci propone senza scelta e cercando così nella matassa delle emozioni, quella linea che conduce alla verità sul dubbio

Secondo V. Pedini la situazione in cui la letteratura giovanile si trova è definibile in ambito antropologico-critico come un tugurio di dimensioni estese, dove la possibilità di distacco dai canoni post-capitalistici è sempre più doverosa, ma sempre più utopica, là, dove la possibilità di attecchire in marginalità del tutto letterarie, si può trovare in climi torridi e fertili di nullità critiche, in una dimensione poetica del tutto posticcia e sarà in quella dimensione che , quell’uno su un milione ce la farà, senza un’ipotetica fatica.

"…è proprio dove si cela la ventata più gelida della commercializzazione dell’arte: … il danaro o la sua assenza:…quella che s’incaglia nell’immagine iconica del social marketing."

E’ necessario essere attenti alle parole, ai loro molteplici accostamenti e alle sfumature che aggiungono nuovi significati e nuove possibilità interpretative, attivando quella ricerca emotiva e lessicale che consenta di motivare squarci di ragione e consapevolezza espressiva, come può essere solo il sentire, generato dalla simpatia tra l’individuo e la natura, in cui la presenza dell’uomo non sia invasiva, che solo vivendola con ingenuità e sorpresa di bimbo sia possibile rinnovarsi. La Natura viene scoperta nei suoi lati inconsci, in armonia con l’uomo si evolve continuamente e lui è dentro questa metamorfosi: nell’inconscio uomo e natura si fondono. Sensazione non diversa da quella che si ricava osservando il paesaggio, in cui il segno descrive l’incanto della Natura, la sua bellezza che commuove e ritempra, ma anche il mistero che l’avvolge e la rende terra di confine tra luce ed ombra.

Oltre i versi il lettore deve scoprire la volontà di ogni singolo poeta di esserci e di fare la rilettura della propria vita personale: si può essere uditori ed uditi nello stesso tempo.

L’arte per l’arte, che non scaturisca da una esigenza di comunicazione, cessa di essere arte, sempre che lo sia mai stata. Questa si affida solo al critico illuminato che si pone come mediatore tra l’opera ed il fruitore, che così non viene educato alla comprensione, e il dogmatismo diviene il grande impedimento da superare nel contesto evolutivo attuale: si può affermare che un’opera è universale solo in universo cristallizzato.

In una fase di profonda crisi economica e sociale la cultura e le arti devono essere elementi di traino all’interno di un nuovo umanesimo per il rilancio della realtà.

Pertanto gli unici mezzi disponibili e proficui, se non si vuol rimanere alle buone intenzioni, sono la scuola (con esperienze di contatto tra poesia e disegno interpretativo, che a sua volta crea nuova poesia), la televisione e la stampa, questi potranno essere i mezzi per tracciare il percorso per il recupero dell’azione artistica nel campo letterario e figurativo, nel senso più ampio del termine.

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