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Giro per Firenze ex Capitale d’Italia

Firenze fu capitale d’Italia dal 1865 al 1870 dopo che era stata Torino, e con la fantasia vi faccio un giro dopo che fu trasferita a Roma definitivamente; anche se bisogna dire che quel periodo dette una spinta ad una serie di interventi che fanno parte della storia di questa città.

Ricordo che ci furono gravi fatti di sangue per questo tappa “di avvicinamento a Roma”, che provocarono numerosi morti; una lapide in Piazza S. Carlo a Torino li ricorda; che questi fatti, oltre a quelli sportivi, siano alla radice delle faide che vedono oggi coinvolte le squadre della Fiorentina e della Juventus? Chi può dirlo? Poi, allora, ancora non si giocava al calcio!

Cosa rimane di allora, di quello scempio che messo in mano al Poggi, oggi ci fa apprezzare il “Piazzale Michelangelo“ costruito come belvedere sulla città e come ricorda la lapide alla base del ristorante “La Loggia”, riferendosi a lui: “Guardatevi intorno: questo è il suo monumento”. Fece bene o fece male? Si può dire solo che la città perse la sua identità e questa, non verrà mai più ripresa. Va ricordato che “La Loggia” fu realizzata per accogliere le opere di Michelangelo presenti a Firenze, in un unico museo.

Per esempio il Duomo di S. Maria del Fiore (finito nel 1587) era ancora senza la facciata (i cui lavori iniziarono nel 1871) come oggi San Lorenzo o la Chiesa del Cestello, però sulla spinta di Firenze Capitale il De Fabris, dopo aver vinto il concorso con un progetto in stile neogotico, dette il via ai lavori che non vide inaugurati, finirono infatti nel 1887. Il progetto presentava una innovazione nella scelta dei marmi, infatti al bianco di Carrara e al Serpentino (verde) di Prato, fu aggiunto il rosso, in modo da far intendere alla Chiesa la riaffermata indipendenza religiosa nata con l’unificazione del paese.

Anche la facciata della chiesa francescana di Santa Croce fu realizzata poco prima di questo periodo, fu eseguita infatti su progetto di Nicolò Matas e venne inaugurata nel 1863. Lo stesso Dante che oggi si trova alla fine delle scale della Chiesa, una volta era al centro della Piazza e fu oggetto di feroci attacchi per la modesta qualità della scultura. Infatti, a spregio, si diceva “ che in piazza la pensa e in chiesa la fa”. Ricordando che nel cenotafio dantesco in Santa Croce, Dante è raffigurato a sedere!

Però si distruggono le intatte mura trecentesche e si creano i nuovi quartieri, come quello della Mattonaia, si allargano vecchi ponti e nasce il circuito del Viale dei Colli e del piazzale Michelangiolo, che darà al Poggi un lustro maggiore dei suoi meriti di picconatore.

Alessandro Manzoni propose al Parlamento e spinse perché la lingua italiana fosse basata sul fiorentino, e uscirà il nuovo grande vocabolario dell’Accademia della Crusca e vi furono grandi festeggiamenti per le celebrazioni dantesche che caddero in quegli anni. Nel 1862 grande esposizione dei Macchiaioli, che furono sempre considerati meno dei coetanei “impressionisti”, da non trovare neppure posto all’Esposizione Nazionale dell’anno prima che si tenne a Firenze.

La Firenze capitale, non è ancora quella di “Sussi e Biribissi”, di “Il giornalino di Gianburrasca”, ma neanche quella successiva alla capitale, che vivrà di “Michele Strogoff” e de “I ragazzi della via Pal” di Ferenc Molnar, del “Cuore” e dei romanzi di Emilio Salgari. Non mancheranno nelle letture dei ragazzi di allora, come non mancheranno in seguito, quei libri che non passeranno mai di moda come “Tom Soyar”, “Kim” e “David Copperfield”. Fra i tanti però emerge, nei tempi indimenticabile, Pinocchio.

Dalla penna di Carlo Lorenzini (Collodi), che collaborò con “La Nazione” come il Carducci, “mazziniano sfegatato” e volontario nelle guerre rinascimentali, nacque “Pinocchio”, che non cessa di vivere neppure oggi, bisognerà tuttavia aspettare gli anni ’80 e forse questo è il vero simbolo dell’Unità d’Italia! “Le avventure di Pinocchio”, storia di un burattino furono infatti pubblicate a puntate sul “Giornale per bambini” nel 1882 e completato l’anno successivo. Certo in quegli anni si leggeva poco, basti pensare che metà della popolazione era analfabeta, ma in meno di dieci anni, assieme al “Cuore” di De Amicis, dette uno scrollone alle biblioteche e alla voglia di avventura dei ragazzi. A suo vanto possiamo dire che insieme alla Bibbia, (tantomeno!) è il libro che ha venduto più copie nel mondo ed è stato tradotto anche in bantù e cinese.

Tuttavia un elemento unificatore, assieme a “Pinocchio” e al “Cuore” è il libro di cucina per antonomasia, quello di cui pochissimi conoscono il titolo, perché viene identificato con il nome dell’autore “L’Artusi” (“Scienza in cucina e l’arte di mangiare bene” di Pellegrino Artusi – 1891). Egli fu l’unificatore degli italiani attorno al piatto!

Oggi citando quanto scritto nel suo libro: “S’intende bene che io in questo scritto parlo alle classi agiate, che i diseredati dalla fortuna…riflettano che la vita attiva e frugale contribuisce alla robustezza del corpo…” sarebbe facile rinfacciargli questa disinvoltura, ma…

A chi voleva vedere nella “pasta al pomodoro” l’elemento unificatore dell’italianità, anticipando l’auspicio di D’Azeglio, dobbiamo dire che questa può sembrare solo una costante del nostro paese, ma che in realtà presenta così tante sfumature da regione a regione, ma anche da paese a paese, da farci ricredere. Infatti possono cambiare il tipo di pasta, la specie del pomodoro, il suo tempo di cottura e le spezie che lo condiscono.

Oggi si ritiene che più che riferirsi ad un unico modo di cucinare, si debba considerare lo stile italiano e la sua creatività, che lo rende così diverso e imprevedibile, rispetto alla ferrea codificazione della cucina francese.

Tante le iniziative di allora che sono durate nel tempo come il giornale politico “La Nazione” fondato nel 1859 o la casa editrice Sansoni nata nel lontanissimo 1832, e la Salani fondata nel 1863, anche se la tipografia è dell’anno precedente; i fratelli Alinari allora ingrandirono la loro ditta, oggi museo della fotografia.

Anche se la crisi per il trasferimento della Capitale a Roma segnò una profonda crisi del Comune di Firenze e della sua amministrazione non mancarono momenti di eccellenza: da Antonio Meucci e la sua sfortunata invenzione del telefono, alla prima linea di tramway che passava da vapore ad elettricità. Fu la FI-Fiesole che inaugurò per prima in Europa questo nuovo utilizzo dell’energia elettrica nel 1890, ed erano già tre anni che le principali strade di Firenze erano passate dalla illuminazione a gas a quella elettrica.

Mia zia Assunta, nata alla fine dell’800, ricordava che il Palazzi accendeva il sigaro ai lampioni, ancora a gas, era talmente alto che il suo scheletro verrà esposto al Museo Etnologico e Antropologico, forse il primo nel suo genere fondato nel 1869 in via dell’Oriolo dal prof.  Paolo Mantegazza. Scienziato positivista e promotore a Firenze della Nuova Arte - Scienza della fotografia, fondatore nel 1904 della Società Fotografica Italiana in quella Firenze che già da decenni vedeva gli Alinari al primo posto nel catalogare e diffondere l’immenso patrimonio artistico fiorentino e italiano.

Molti erano i mestieri ambulanti che sin dalla fine dell’ottocento e sicuramente anche prima riempivano con i loro richiami le vie della città, anche se gli anni dei barrocciai, sarebbero volti rapidamente al termine come quelli dei renaioli che troviamo nel “Metello” di Pratolini.

Il “cenciaio” che raccoglieva stracci e pezze da buttare, che poi venivano scelte per venire riutilizzate; infatti a Prato per il famoso “cardato” i carbonizzi recuperavano la lana dagli stracci, che poi veniva cardata e nuovamente filata, mentre il rimanente veniva venduto alle officine e alle verniciature come stracci. La raccolta si svolgeva quasi sempre nelle strade, dove il grido “cenciaio donne, c’è il cenciaio” richiamava coloro che avevano da disfarsi di tessuti rovinati o smessi.

I trasporti dei materiali da costruzione, in special modo la rena e i calcinacci, era sulle spalle o meglio, sulle braccia, dei barrocciai, come i traslochi delle poche masserizie che arredavano la casa. Una volta era facile sentir dire “Tu parli come un barrocciaio: una parola e un moccolo…”ma la fatica era tanta e a loro era anche facile permetterlo.

Il duraio, il robivecchi, ma si sentiva gridare anche “Raviggioli freschi e belli”, oppure “Ombrellaio, sprangaio”, al suo richiamo urlato per la strada, si portavano a riparare non solo gli ombrelli, ma anche i catini e le stoviglie di coccio, i cui pezzi venivano rimessi insieme facendo passare del filo di ferro attraverso due fori, uno per parte, fatti con la menarola, o trapano a mano.

Anche la fame, che avrebbe inseguito i lavoratori e si sarebbe ripresentata dopo ogni guerra, non sarebbe più scesa ai livelli del lampredotto (e del suo “brodo”), oggi venduto solo da alcune bancarelle di “raffinati” per palati educati e stomaci robusti.

I pesci d’Arno venivano infarinati e fritti, poi messi in una salamoia a base di aceto sia per conservarli che per dar loro sapore e così venivano venduti. Venditori ambulanti reclamizzavano il loro prodotto, conservato nella pancia di capienti zucche, gridando nelle periferie cittadine e nelle viuzze del centro: “Pesci d’Arno, donne! Pesci d’Arno!”, mentre prima la pattona e poi anch’essi sono scomparsi dalle tavole anche le più proletarie.

Fino a quegli anni, nelle periferie cittadine, il pane veniva venduto per strada. Caratteristici erano i “semelli”, panini tondi a due spicchi, fatti con olio e fior di farina (semel dal latino “una volta”; come “semel in anno licet insanire” ma anche la parola “licet”, è permesso, veniva usata nella sua eccezione più ampia per indicare il gabinetto, dove “è permesso…”).

Una volta si diceva “Tu se’ grullo come la capra de’ pompieri…” questo detto risaliva al 1908 ed era legato a quando i Pompieri fiorentini, di ritorno dal terremoto che distrusse Messina, si portarono dietro come “mascotte” una capra salvata dalle macerie, la quale, una volta in città, cercava ostinatamente l’erba sul selciato di Piazza Signoria!

Ho un ricordo ancora fresco, di quando nei primi anni ’50 fu ripavimentata Piazza Frescobaldi. Seduto sulla cassetta di legno dei suoi arnesi, il cappello di carta di giornale, scalpello, mazzuolo e paraschegge, con una gamba piegata ed una dritta davanti, lavorando senza interruzione per molte ore al giorno, eseguivano la spina di pesce sul lastricato, prima della sua posa in opera.

Questa era ed è la mia città, quella dei fiorentini, che oggi sono rimasti in pochi e i cui ricordi rimangono nelle parole i chi non la vuole dimenticare.

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