Servizi
Contatti

Eventi


Le radici dell’albero caduto
di Gianni Calamassi

la Scheda del libro

FRASI INUTILI

Ricordo centinaia di frasi inutili
flaccide e superflue quando dal
cielo ostile una pioggia granulosa
cadeva in strisce oblique su di noi.
Penetrava la sera una nebbia grigia
che ogni abete trasformava in una
livida vedova. Intanto in una pozza
immobile la morbida luce rispecchiava
le pigre stelle: ferme gocce d’acqua
sotto il cielo dubbioso.
Oggi le colline ci vengono incontro
lentamente precedute dal bosco,
erano balzate a vivere improvvise
lungo la strada divisa in luci ed ombre.
Una foglia dorata di castagno
appassita cadeva volteggiando.
Nel nostro tempo di illusioni cibernetiche
il profumo umido e l’acerba pace
della sera d’autunno producono
lo sconquasso di rumoreggianti follie
dal seno tumultuoso della vita.

Pubblicata sull’Antologia "Soglie" Limina Mentis 2016

POESIA

Una accanto all’altra le parole
in spira lenta si raccolgono e
tra loro si attaccano a formare
Poesia. Una catena d’improvvisi
pensieri o premeditate scelte
che sgorgare fanno Perfette
le Parole che li riempiono,
dando loro Sostanza; il cuore
premono ed armano la mano
che senza indugio le trascrive.
Ne gusta il suono chi compone
e del sapore sulle labbra ne
sembra certa la bella parola che
cade nel silenzio e lo sbriciola.
Ecco i miei segni, nitidi e puliti
ossi di seppia sulla spiaggia
ancora apparecchiata a ricettarli.

IL DONO DELLA VITA

Col cuore colmo del
dono della vita ricevuta,
nella notte nera come
le piume di un corvo,
speravo una luna piena,
rotonda e luminosa
che lenta scivolasse,
con calma maestosa
nel sonoro cristallo
del creato, a fissar stelle
che ad una ad una
si spegnessero tremule,
col cielo ghiacciato
da secchi brividi notturni.
Invece, l’insensata
superficie della vita,
andava avanti cocciuta
per divenire l’ombra
silenziosa di se stessa.
Così la verità all’improvviso
si faceva limpida.

OLTRE LA SIEPE

Sotto le scarpe cricchiano
immote foglie ormai morte
mentre io inutile spavaldo,
mi volto indietro e scruto
Lontano, oltre l‘alta siepe
ove guardai ragazzo, con
occhi di meraviglia colmi,
il coro di colori del tramonto.
Mi spingevano allora,
alla scoperta del mondo
per me ancora un magma
informe e sconosciuto.
Sempre ricordo la speranza
non un deserto era il futuro.
Non ho più i miei contorni,
anche Il mondo è sbiadito
e non potrò più saltare oltre
la mia ombra per sfuggirla:
scopro, con durezza, il lungo
passato che ho dietro di me
così Tutto è perduto, anche
la felicità dell’oblio.
Mi resta solo la discesa
verso il fondo della tristezza.

UNA MATTINA ACERBA

In quella mattina acerba
della mia infanzia, serrati
da un arco di frecce appuntite,
I muri del cortile delimitano
un rettangolo di cielo intenso.
Una velatura leggera cattura
l’anima alle Idee, circonfuse
da una pace potente perché,
quando giunge Primavera,
è sempre la prima volta
per noi giovani virgulti.
Si attarda il crepuscolo
e l’alto orlo del cielo incidono
degli alberi le cime, mentre
luccica il bordo del bosco
ch’ormai percorro da sveglio.
M’accompagna lungo il sentiero,
nel verde gonfio del parco,
il sogno di prati e macchie
belle d’umidità, assieme
alla mia ombra che, rapida
e solida, con me cammina.

Pubblicata sull’Antologia "Soglie" Limina Mentis 2016

A TENTONI SI CERCANO

Non ho da attendere molto,
poi, sono capace di aspettare
che il fiato sul collo mi scaldi
le corrose giunture vertebrali.
Nella corsa gli altri si affliggono,
sul naso gli occhiali da sole
per non vedere il vuoto galleggiare
intorno: immersi dispersi sconfitti
dal nulla in cui hanno creduto.
Non si cercano, hanno paura,
paura di trovarsi da soli, soli
vitree presenze alla ricerca
dei perché. A tentoni si cercano
in noi i resti dei nostri confini
corporei abbandonati.

I NONNI

Persi lontano senza esser visti
Non giunsero mai ad occupare
La loro sede nella mia memoria
Quelli materni, da Figlin venuti,
Senza saperlo, ad occhi chiusi,
Lui mi lasciò il suo posto, ch’io
Occupai in fasce. Lei ancor pria
Dalla malattia di certa sconfitta
Si spense sulla sedia, fermata
Dalla voglia di finire, ove la vita
Senza forze la inchiodava.
Degli altri poco seppi quando
Il bisogno mi premeva, e solo
Tardi comparvero e senza altro
Dire sparirono per anni. Potemmo
Solo cercare di vederli, quando
Di fronte non chiudean l’imposte
Che la poltrona, dopo il pranzo,
Era necessità assoluta e mai la
Nostra soddisfaceva il bisogno.
Poi ci lasciò ai diciott’anni miei.
Lei si adeguò e spesso venne
Al pranzo, che la cena era tarda
E del riposo assai bisogno avea.
Quando l’occasione le fu porta
Preferì andarsene lontano, dove
Le figlie sue vivevan bene, ma
Nell’ospizio, signorile invero,
Sola restava, salvo i dì di festa,
Quando al consumo del pranzo
Lieta colle figlie si apprestava
E coi nipoti che amava: ché noi
Troppi eravamo ed assai vivaci
Per il suo dolce spirito tranquillo .
Nel bisogno solo la madre mia,
Fino alla fine, l’accudì serena, mai
Una richiesta o accampar ragione,
Che dall’ospedale lontano potesse
Trattenerla. Neanche dopo morta
Ritornò la nonna nella sua Città,
Antica sede della sua famiglia, che
Nel Lion Nero, di Santa Croce sesto,
Aveva avuto storia, e che i natali
Festeggiar soleva in San Giovanni.
Requiescant in pace

MADRE, RICORDO …

La notte, nera tana di briganti
avvolge i vicoli stretti
di grigie abitazioni
dai muri antichi.
Tutto tace e nell’aria
si perde il lamento
di una culla che, tra
le pieghe della larga veste,
la madre, figurina stinta,
dolcemente muove
al ritmo del suo canto.
Questo rimane nella mia memoria:
malinconici fili del passato
ricordi che nonostante
le inquiete meditazioni,
svuotano la mente, rendendola di echi
un deserto di voci frantumate.
Anch’io, fra tanto, imparo
a ricordar le sue parole
spavalde e nuove, quasi di poesia.
Esser vecchio è imprudente
perché non vivrò abbastanza
per ricordare tutto:
e quello, certamente, non fu tutto!

Pubblicata sull’Antologia "Nostalgia di Itaca" Limina Mentis 2015

BUONANOTTE BABBO

Ultime notti prima dell’addio: "dammi
un bicchiere pieno d’acqua fresca …"
Il pugno stretto alzato ricordando
ciò che accadde tanto tempo fa.
"Signore – mi dicesti – mi perdoni,
devo scendere, non posso farne
a meno." Finché la voce non
si sfilacciò, parlasti a lungo.
Magrezza d’ossa. Pensai.
"Ho un documento importante a
consegnare", il pugno stretto in
alto mi mostrasti, sicuro della tua
sincerità. Ti guardavo con l’affetto
muto che lascia chiaro l’orizzonte
intorno. Cosa ricordo ancor di
quelle notti? Non amo questa
sorta di ricordi, che giungono
improvvisi nella sera. Una volta
c’era la calura greve, stimolante
e il rumore assordante dei molini,
nel magico scintillare d’argento
della luna la notte era stupenda
Oh stelle liberatemi dal tormento
di cercare qual è la verità,
per amore dei morti e dei viventi
cacciate quest’ansia sottile d’ignoto,
sbarrate la vena potente dell’ora
sconosciuta, che scivola lenta
nel limpido cielo di cristallo
e sui vecchi tetti arrugginiti.
Togliete alla luce il senso di attesa
e si spengano gli ultimi raggi
di un sereno tramonto.

E’ PRIMAVERA

Al piè del tabernacolo mariano
Ove la proda stende le sue dita
Disegna il sole geometrie di luce
Che gioiose primule aggruppate
Punteggian tra gli occhi di viole.
La primavera sveglia la natura
E il fischio degli uccelli lo ricorda
All’anima del vento che l’insegue.
Che un misero pugno di cervello
Possa il corso delle cose eterne
Contemplare e poi comprendere,
È vasta la misura dell’impresa
Che quello che sembra appena
Nato c’è sempre stato e dopo
La mia scomparsa sempre ci sarà.
Quieta è la sfida che la natura
Pone a chi può solo stare zitto:
Tanta fragilità del momentaneo
Questa mia nota dedica alla vita.
Dal cuore di chi ha le ossa rotte
Giunga questo messaggio che
Non porta l’aria della primavera,
Ma il ricordo di chi vi era prima
Ora che sul suo petto rigoglioso
Cresce il grano, abbracciato
A papaveri ridenti.

Pubblicata sull’Antologia "Nostalgia di Itaca" Limina Mentis 2015

LA FOSCHIA E LA LUCE

Tra le felci a ventaglio
E nel folto dei castagni
Lunghi coni d’ombra
Rapidi invasero la selva:
La brezza sussurrava
Attraverso il fogliame e
Solo una tenue foschia
Azzurra si levava lontano.
Spennacchi di quella
Danzavano nel cielo
Abbagliante, contro la
Fuga di nubi sottratte
A un mattino avanzato.
Sotto il sole splendente
Tra immensi cipressi e
Su erbe secche rinate
Si posava tranquilla
La luce ben tesa:
Era balzata coi sogni
A vivere di nuovo.
Sulla città chiusa,
Mi confidò,
Io sono la rincorsa
Di nuvole distratte
Spiegate verso il sole.
Qui cercherò la mia ombra
Che ancora custodisce
I resti dell’infanzia.

Pubblicata sull’Antologia "Chorastikà" Limina Mentis 2015

LA LUNA DI GIORNO

Una pallida, enorme luna di giorno
era appesa al cielo.
Una garza sottile di polvere,
sudicia benedizione sulle case
filtrò sulla strada macchiata di sole.
Il rombo lontano di un treno …
Luccichio una parola dagli orli
arricciati e festosi margini, bordi,
contorni, confini, frontiere e limiti
Aria fruttata dal caldo meditabondo
La neve placidamente immaginata
inghiottiva tutto silenziosa

IL BUIO

Nel fluttuare della luce
il buio si muoveva in
forme lucenti e silenziose
la fiamma si alzò e ricadde
fuori i primi secchi brividi
notturni ghiacciavano il cielo
Solo il silenzio e il vuoto
simili a due cucchiai
si fusero dentro una pozza
di morbida luce immobile,
ferme le gocce d’acqua
sotto le pigre stelle
diventate troppo tardi
coerenti e metodiche

IL SILENZIO

Il silenzio di nuovo era sceso
In picchiata attorno a me
Soffrendo la sofferenza di
Qualcun altro che non sapevo.
Sciupare il frammento di un sogno
Col verde che per quel giorno
Era colato via dagli alberi
L’aria era piena di attesa
Il sole al suo culmine cocente
Con dentro il cielo e gli alberi
E, di notte, la luna gialla
a pezzetti mentre Il fumo
della sigaretta lentamente
si arricciolava nella notte
Il cielo grigio aveva cagliato
E le nuvole si erano ridotte
a piccoli grumi

PALLIDO

Il sole era calato
e il pallido cielo
era imperlato di nuvole.
Pallida l’erba friabile
si appiattisce
ai bordi della strada
con uno strato sottile
di polvere color pastello,
che sui tetti delle case
e sulle grondaie
leggera si deposita.
Sotto il cielo notturno
Il passato mi strisciava
addosso vitalmente
morituro

LA PIOGGIA VIOLENTATA

Sapeva catturare il vento nella camicia
con lo sguardo imbrattato dal dolore
la sua mente se ne uscì galleggiando
dal corpo e restò sospesa nell’aria.
Sopra lui pendeva un albero scarruffato
ancora non sopraffatto dagli eventi.
Le acque rapide e nere serpeggiavano
verso il mare portandosi dietro cieli
notturni pieni di nubi che coprivano
una luna pallida e acquosa che
attraverso le nuvole filtrò un segno
mentre la pioggia violentata
si frantumava in spruzzi sottili
con spiacevole rumore

SOSTANZA E FORMA

Sostanza e forma è puerile
Scinderle per ribellione, sono
Le ragnatele sopravvissute
alla pioggia scrosciante,
sono chiacchiere sussurrate
da un albero all’altro e si
allargano nella coscienza
senza la gioia che pervade
la conoscenza del prezzo
da pagare alla vita acerba,
compresa con largo anticipo.
Inutile e immaturo ribellarsi
alle forme della tradizione
senza sapere dove fermarsi
o in quale direzione volgere
la frenetica ricerca di nuovi
luoghi in cui nascondersi

LA CONCHIGLIA

Sempre la conchiglia conserva
il senso del mare
rapido, ondulato e guizzante;
mostra i suoi margini,
i bordi festonati, gli orli,
i confini incerti, le frontiere
e i limiti di apici mamillati
nel caldo meditabondo
dell’attesa fosca e pigra
sotto l’aria che rinuncia
a ricordare chiaramente
il rumore della risacca.
Il soffio della notte perpetua
ci accoglierà dopo il giorno
fumoso delle nostre illusioni.

IL CALICE DELL’ATTESA

A chi toccherà riempire il calice
con l’acqua amara dell’assenza?
Passioni e pensieri che frullano
e non si posano mai sul cuscino
su cui m’addormento spossato.
E’ uno sfogliar di pagine la vita,
su cui cerca ognuno di lasciare
un segno: queste son le radici
dell’albero caduto un dì lontano.
A nessuno fanno male i sogni,
se non a chi li nutre e a sé
li cova con la speme nell’anima
di riuscire, prima dell’abbandono,
a svelarli. Spunteranno le violette,
la primavera ventura, su di lui,
che sotto la terra si riposa.

ALBERO

Ho bisogno di un azzurro
mantello di stelle pe’
abbeverare l’albero che
mi cresce dentro da allora,
quando sono nato, ma non
lo sapevo ancora del suo
bisogno di acqua, della
mia vita in cambio della
sua, per crescere e nella
natura confrontarsi con
le altre piante. Quando
cadrò, il posto al sole
che lascerò, luce darà
a chi non l’ebbe mai.
Dalla mia fine, nuova
forza alla terra le sapienti
cellule, che miscelate
verranno diffuse, porteranno
il segno di mia vita e
trasformate saran presenti
alla fine del tutto.
Come, non so!

LA MAGNOLIA

Nel rigoglio vegetale del parco
tra soleggiate chiazze d’erba
la magnolia,
candelabro di rame,
innalza bianche fiamme
verso il cielo opaco
della prima mattina.
La brezza agita mollemente
le bianche foglie che
il rumore sarcastico
del traffico diurno
irride senza alcun ritegno

TRE IMMENSI CIPRESSI

Tre immensi cipressi erano
balzati a vivere improvvisi
lungo la strada dolcemente
divisa in luci e ombre. Anche
la mia ombra cammina con me
rapida, concreta e solida come me
tra grappoli di foglie polverose.
Forme e disegni galleggiano
e su di me pesano immobili,
indistinti i rumori oltre la finestra:
gli alberi che bisbigliano e
la luna che splende sull’acqua;
nella memoria un carretto riottoso
rimbalzava sul lucido selciato, e
ravvivata la fiamma al focolare,
sprigionava scintille pel cammino.
Delicatamente smorzata la luce,
ospite silenziosa fruscia
nella stanza la neve immaginata,
che tranquilla, tutto inghiottisce.

ARRANCO

L’aspro vento taglieggia
la distesa di terre inaridite
d’abbandono, arranco
su per la salita abbacinante
tra buchi di fiori arricciati
e sull’erbe secche rinate.
Guardo i viali di accesso
delle ville lungo la collina
cosparsi di foglie crepitanti,
che sento scricchiolare
sotto i piedi, coi fiori che
a grappoli indistinti frusciano.
Colline mi vengono incontro
lentamente, scolorite,
precedute da boschi lividi:
dove sto andando da solo?
Anche il rosso dei papaveri
è stato salassato via
e non ho tempo per
scaracchiare parole.

Pubblicata sull’Antologia "XXV Bail in" Limina Mentis 2016

IL NOSTRO DOLORE

Il nostro dolore non sarà
Mai abbastanza doloroso,
I nostri sogni mai saranno
Abbastanza grandiosi e
La nostra vita mai sarà
Importante: a tutti mostrerà
Orli accartocciati e tristi che
Svaniscono col profumo
Di vecchie rose nella brezza.
Intanto, sottopelle, si diffonde
Un dolore liquido, col vivido
Odore mortifero delle rose
Che appassiscono appese,
Quali vecchie foto friabili
Di cerei antenati; volti severi
Che tra loro spettegolano
Con lenti bisbigli sibilanti.
Il nostro dolore non sarà
Mai abbastanza doloroso.
Indugia lo sguardo imbottigliato
Tra queste pareti fredde
Alla ricerca di un appiglio,
Di un ricordo intenso
Che renda l’aria respirabile;
E intanto questa attesa,
Indistinta e pigra, scivola via,
Anche se fuori instancabili
Tra l’erba stridono i grilli.

Pubblicata sull’Antologia "Chorastikà" Limina Mentis 2015

Gianni Calamassi è nato a Firenze, laureato in Scienze Biologiche all’Università degli studi di Firenze, frequenta La Piccola Accademia diretta dal prof. Giunio Gatti presso la Galleria dello Sprone, sotto la guida del Maestro Tamassia. Nel 1970 è uno dei fondatori del gruppo "HARF" con M. Mugnai, R. Romoli, P. Ristori con il quali organizza, nello stesso anno, "Studio aperto".

Ha svolto attività di insegnante e di libero professionista.

Ha pubblicato le seguenti raccolte di versi:
BACHECA – Il Libro Italiano – Ragusa - 2003
COMPOS MEI – Ibiskos di A. Ulivieri – Empoli - 2004
ANGELI STANCHI – Libroitalianoworld – Ragusa - 2009
LE PAROLE RUBATE – Aletti Editore – Guidonia - 2011
IL LUSTRO COSPARSO - ORCHEOMAI - deComporre Edizioni – Gaeta – 2014
DISCORDANZE INTERMITTENTI – Limina Mentis – Monza 2015
PAESAGGI TOSCANI ED OLTRE…- Nuovi Occhi Sul Mugello - 2016

E le seguenti raccolte di racconti

BIRBONATE FIORENTINE – Ibiskos di A. Ulivieri – Empoli - 2003
NINA al femminile… è meglio – Ibiskos di A. Ulivieri – Empoli - 2006 Le radici dell’albero caduto

E’ presente nel "Dizionario Autori Italiani Contemporanei – 2011 e 2017, come in numerose antologie letterarie e di premi.

E’ socio delle seguenti associazioni culturali:

NUOVI OCCHI SUL MUGELLO - Barberino di Mugello (FI)
LIBERARTE – Sesto Fiorentino (FI)
LITERARY – Padova

E’ presente sul portale letterario www.literary.it con il suo profilo artistico e recensioni di libri e mostre d’arte, link diretto: http://www.literary.it/autore.asp?id_autore=3139

Mob 3355247799
Indirizzo di posta elettronica:
giannicalamassi@virgilio.it

Materiale
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza