Servizi
Contatti

Eventi


Se fossi lei

Epistolare: così viene definito nella presentazione questo importante romanzo di Claudia Piccini, un romanzo che per me ha un taglio che definirei di suspense, ma non da libro giallo, pertanto non voglio dilungarmi sulla sua trama, ma preferisco – con presunzione - entrare nella psicologia dell’autrice e del suo personaggio.

Gli esergo sono la prima risposta a chi si accinge a leggere Se fossi lei di Claudia Piccini e tutti e tre tracciano il suo pensiero: “si perdona finché si ama”, “perché la verità risiede nell’intimo dell’uomo”, concludendo che “scrivere è nascondere qualcosa perché venga sempre trovato”; così l’autrice avverte il lettore, invitandolo a cercare, ma anche ad aspettare con fiducia, però lui lo deve fare con “perseveranza, pazienza e volontà”.

Il numero dei personaggi elevato evidenzia l’abilità di Claudia nel districarsi nelle situazioni che crea e che rappresentano, con molta semplicità, la vita complessa di relazione di una giovane donna.

Come traspare al lettore il mondo dei sentimenti di Veronica – il personaggio principale – che ha una specie di “sasso grigio al posto del cuore”? Anche se afferma che “non c’è mai rancore e tanto meno odio nei confronti di chi le ha stravolto la vita”, lei vuol capire…ed è disposta a perdonare. Anche il lettore deve capire ed io per far questo ho cercato di mettere a fuoco tre aspetti che mi hanno colpito.

I ricordi dell’infanzia che mancano e solo un sogno ritorna spesso a farli riemergere, ma questo è inconcludente, al punto di richiedere conferme per colmare il senso di vuoto che lascia a Veronica, sogno che è incapace di dare le risposte che lei cerca. Penso che nessuno ricorda la propria infanzia, soprattutto la prima, essa viene rivissuta attraverso i ricordi dei genitori, principalmente in quelli della mamma, ed è qui che si inserisce la frattura della bimba di allora.

Ricorda la bellezza della madre – “bambola di porcellana” – e il suo vivere una vita di impegni, anche mondani, che la mantiene distante dalle richieste della figlia, di contro un padre che è bello dentro: “emergono passione e silenzio”, come si evidenzia in una bella poesia che le dedica.

Non si può dimenticare un ricordo!? E lei “non dimentica”, anche se qualcosa le manca per avere un quadro completo della sua esistenza.

Abbandono e tradimento questo è un altro degli aspetti che vengono subito introdotti dall’autrice, che si domanda: “Quanto costa il dolore del tradimento? Tanto” – afferma – fino a far chiedere al suo personaggio:

“Chi sono?”

“Come sono…?”

Veronica afferma che ha bisogno di “sentirsi normale e mangiare la vita”, rivolgendosi a chi l’ha tradita: “ti aspetto sia che tu cerchi la pace nella solitudine, sia che tu cerchi la solitudine nella pace”; “la dignità dell’uomo è una dote che lo rende simile ai papaveri quando il sole li bacia e il vento li fa ondeggiare in libertà”, e lo invita a “non offendere mai la memoria di chi ha creduto in te”. Eppure per lei “l’amore donato per un giorno è per sempre”. Molto ci sarebbe da dire su questa affermazione, che è in controtendenza oggi, l’amore a cui fa riferimento Claudia/Veronica è quasi l’amore suorale per il Cristo, donato a Lui sarà per sempre, ma nella vita quotidiana, è più facile metterlo nel cassetto, tra le cose inutili, una volta finito.

“Non è mai notte quando vedo il tuo volto”, quanta tenerezza in questa affermazione e come Veronica (e la sua epigona ?) non riesce a gettare via un amore, anche se il tradimento la distrugge.

L’altro aspetto che emerge prepotente dal romanzo è la vita, una vita apparentemente confusa, molti amici e persone care, non sempre riesce a farsi aiutare alla caccia di se stessa; non vi lasciate confondere dal numero dei personaggi, ognuno di noi ne ha molti dintorno e Veronica nella sua ricerca epistolare si libera di ogni vincolo, in realtà, come l’autrice, persegue i suoi obbiettivi con “serietà e costanza”, contando su gli affetti vicino. Ma “la vita non si ringrazia bevendo”, per dimenticare il brutto che c’è, cercando di far svanire nel nulla ricordi, affetti, situazioni.

Questa è la vita in cui si colloca Veronica: “un punto in mezzo all’universo”, ma sa di avere la forza per reagire, ripercorrendo la sua vita e il passato, andando a cercarlo, “anche lontano” perché altrimenti se non lo trovasse soffocherà, scoppierà.

Un altro aspetto importante nella sua ricerca della verità è che non può avere figli e questa mancanza giustifica la presenza dei bambini nella sua vita – “fare un figlio è come soffiare del polline su un campo di fiori di mille colori, quelli che nascono saranno sempre fiori”, indipendentemente dal colore.

Questi sono i suoi pensieri: “Sono sola, spengo la luce, ascolto in silenzio. Respiro un’essenza, mi carezzo la pancia e penso che nessuno più di lui sa che non esisterà. Spesso mi capita di pensare cosa prova una donna quando si sente sola: il tutto e il niente sono equivalenti”.

“Non esiste risposta alla vita se non la vita stessa”, bisogna avere pazienza e camminare “in salita”.

Ricordo quello che Claudia mi ha scritto in un commento sulla poesia “In salita”: “…in cui mi ritrovo con debolezza e forza nello stesso tempo” e cita“…indicare la via,…(per) spogliarsi dei sogni che avevano resa leggera la vita””. Eppure in fondo al suo romanzo, quando cita Paolo Coelho, si pone in antitesi proprio a questa affermazione: ”Il mondo è nelle mani di chi ha il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni”. In realtà è solo una contraddizione apparente, perché “la vita è in ciò che siamo, non in ciò che rincorriamo disperatamente”.

Il bisogno viene visto come il dare e l’avere, e l’invito è: “allarga le braccia ed accogli”, questo dimostrano i personaggi del romanzo, ma anche: “quando chiedi, dimostra il tuo bisogno”.

Tuttavia questa solitudine a me pare la chiave di lettura del romanzo, in cui la protagonista è continuamente alla ricerca dei legami che possono sciogliere i suoi dubbi e farla tornare a vivere. “Si diffonde la malattia dell’io interiore”, che la fa sentire come “rimanenza di magazzino non contabilizzata”, ( conoscendo l’autrice noto con piacere quando il suo lavoro traspare nei suoi scritti, come quando scrive in forma commerciale: Sig.ra Maria).

“Quando mi sento sola prendo le mani e me le porto sulla testa, chiudo gli occhi e ricordo i momenti più belli”. L’imposizione delle mani, delle proprie, come azione taumaturgica.

Ma sei da “sola” – dove sono i genitori, mi domando? Veronica critica la madre che è mancata nella sua vita di fanciulla: un amore algido e distratto da troppi impegni, da troppi interessi affettivi, e il padre che è alla radice del dubbio, dov’è?

E “quando soffri così tanto diventi fredda, una parte di te si perde nell’universo e non la riconosci più. Va a spasso di lacrime perse, riempiendo i vasi di sole”.

Ne risulta l’inconsistenza del “priva” di affetti cercati, ma dove ci sono gli amici trova la ricchezza, dove ci sono loro non sei “priva”, ma sei “con”!

Ecco che tornano le citazioni dell’autrice, quasi volesse dare al lettore indirizzi chiari, anche se sintetici, come il pensare della protagonista: “Io ho bisogno della tranquillità di uno sguardo”.

E quindi Veronica può affermare “oggi sono cresciuta”! Rifugiandosi “nel pieno del vuoto, nella voce del silenzio, nel dentro di una sfera piatta”, là c’è la scomparsa dei limiti, dei propri confini, non udire più “il suono del silenzio, ovvero il silenzio della parola”; come una poesia senza parole: “la polvere l’ha risucchiata” ed il cuore naviga nei mari del dubbio, di quel dubbio che da sempre l’assilla, perché se non lo chiarisce “si sentirà una foglia senza radici, anche se temere il futuro è solo una battaglia persa”.

“L’incertezza e il dubbio le danno più dolore della peggiore verità, ma la libertà la rende libera di scegliere dove andare” e la natura l’aiuta a scaricare lo stress, così cura le esigenze dell’anima, ma può anche cercare la libertà di “mandare tutto a fanculo”.

E’ un incubo “sapere da altri cose che non vorresti contemplare”, ma una volta presa una decisione bisogna solo trovare il modo di vivere “un presente che ha paura di verità” e come scrive J.P. Sartre “siamo responsabili di quello che non abbiamo saputo evitare”.

Tuttavia “l’unica verità è quella che ti fa sentire vero”, anche se il vento gelido che ti passasse dentro l’anima, conoscendolo, ti farebbe solo sorridere.

“Quando si vuol sparire siamo già invisibili”, anche se cerchi di immaginarti e descriverti come un alimento, che è quanto di più concreto ci sia. “Non vado fiera delle mie debolezze”, afferma Veronica, “ma le riconosco e cerco di arginarle”, una donna come me è “fragilmente forte o fortemente fragile” (piacciono all’autrice questi scambi alternati tra avverbi e aggettivi, così come gli ossimori).

Ma Veronica sconsolata ci dice “Chiudo con il passato, perché la mente non mi consente di navigare più in questo mare.”

Buona rilettura se ancora ti domandi: conosco G.K. Gibran?

Questi pensieri sono stati strutturati utilizzando quasi esclusivamente le frasi di Veronica/Claudia per cui i lettori non me ne vorranno per il numeroso virgolettato, che ne salvaguarda i concetti e la proprietà intellettuale.

12 settembre 2015

Recensione
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza