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Affari di cuore

L’intimo sentire di Ruffilli

“La combinazione nella continuità, l’incastro più assoluto”.

Contaminazione olfattiva, gustativa, tattile, uditiva, visiva. Nitida sinestesia. “L’amore è la poesia dei sensi”. Leggendo Affari di cuore di Paolo Ruffilli (Einaudi) guizza la riflessione di Honoré de Balzac. Spicca, di verso in verso, la pluridirezionalità dell’intimo sentire.

La coscienza pulsa. “Infelice della mia felicità”. Rolla incessante, come al braccio di un valzer d’andamento lesto. Proustiani retaggi gli odori, sfamano i ricordi, “ritornare da te, almeno con il naso”, esaltano l’immaginazione, “è una caccia che, di colpo incosciente dentro il sogno, mi lascia più sfibrato”, avvampano il desiderio, “vita che ho raccolta e catturata avvolta nel suo odore di scoperta mai esaurita”.

Percezioni d’occhi e di mani che si muovono con l’alito “cannibalesco” del “più ti mangio, più mi metti fame”.

Le schiavitù del corpo a corpo, “chi cattura vuol farsi prigioniero”, del sudore rimestato al sangue, “squartati l’uno nell’altra beati”, del delirio, “la nostra convulsione di versarci addosso l’una dell’altro in un assalto di pura conoscenza”, del dubbio, “chi usa la testa, chi si affida al cuore e tutti e due i modi possono sbagliare”.

Leopardiano indugio, permea, penetra il testo valicandolo fino a pungere il lettore, “amputato dall’attesa”.

La letizia dell’affrancamento, “se non ti amo più, però ti ho molto amato e non è stato vano perché, perdendo, mi sono ritrovato”. Dell’enigma, “è in quel remoto soffio dentro al cuore che ognuno riconosce il suo destino”. Dell’illogico, “amore che non cessa di amare nel difetto”. Canti unanimi, intrappolano in una spirale di pulsioni dissennate quanto la provvisorietà globale dell’uomo piegato, suo malgrado, al diktat della casualità, “un attimo e la vita ti appare ribaltata”, e, illusoriamente, all’effetto placebo del tempo che “sfoca e fa dimenticare” rendendo “al tatto tutta la sorpresa”.

Ancora, zampilla, di foglio in foglio, il sogno di un “interminabile secondo”, di colui che “amando ha rinunciato”, che “aprendo i cuori dilata i pori e le fessure fino a farne falle, passi e gole”, che “scende nel profondo”, che “trova il suo posto inaspettato”.

Corposità del respiro guardiano di un cosmo che aggiorna “dietro la piega” di “viso addormentato”. L’autore indaga il mondo dall’alcova, esclusivo “campo di battaglia”.

S’affaccia sui purpurei mercati “dell’amore perduto”, scorge “il piacere di essere riamato”, la “fiera vanità”, la “tenerezza dentro la passione”, le (insane) virtù degli infelici, “la gioia dell’amante nell’amato”, e, con lampante influsso gibraniano, la (discutibile) percezione della profondità dell’amore dopo il distacco, “ho cominciato a amarti appena mi hai lasciato”.

25 ottobre 2012

Recensione
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