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Il filo rosso

Presentazione
Terontola, 17 gennaio 2009

Con Il Filo rosso siamo alla quarta raccolta di poesie di Patrizia Fazzi, poesie ispirate alla pittura del livornese Giampaolo Talani, così come nella precedente raccolta “La conchiglia dell’essere”, l’autrice traeva motivi di alta ispirazione dalla immortale arte di Piero della Francesca.

Ma la poesia di Patrizia Fazzi ha in precedenza percorso altri sentieri necessari e utili al mestiere di poeta: un mestiere serio, faticoso, se pensiamo che all’origine greca della parola poesia c’è il verbo poieo che vuol dire ‘creo, costruisco, realizzo’. Infatti in “Ci vestiremo di versi”, 2000, raccolta impreziosita da una presentazione del compianto Giorgio Luti, Patrizia Fazzi aveva parlato dei grandi temi di ascendenza leopardiana, aveva analizzato l’amore, il dolore, insomma il male di vivere e nello stesso tempo la forza salvifica della poesia; nella seconda raccolta del 2005, Dal fondo dei fati, l’Autrice realizza una profonda ricerca sulla scrittura poetica, da cui emerge chiaro il valore della parola e la sua forza comunicativa. Da questa raccolta ecco un breve ma significativo passaggio:

Millenaria parola/ che irrori la mente
e stimoli gemme sul rigo, / soccorrimi
sovrasta gli schermi/ esplodi nel grigio dei cuori,/
fiore spinoso,/ trionfante,/ ritmata magia.

Nella ricordata “Conchiglia dell’essere” del 2007, a contatto con l’opera del grande Piero, Patrizia Fazzi realizza il suo originale e inedito percorso poetico all’insegna dello splendore dell’opera di Piero della Francesca con una sintesi di straordinaria efficacia, di pura grazia e di suggestiva leggerezza, quale appare nella contemplazione dell’affresco Il Sogno di Costantino:

La luce che penetra la tenda
e la soffonde nel crisma della vittoria
giunge inattesa e calma,
                    virgola alata.

Apre il sipario il sogno
                    e lo racchiude.

E’ un’arma l’anima
che al cielo si tende
                    e alle sue stelle.

Nel Filo rosso, pubblicato nel 2008, Patrizia Fazzi consolida questa operazione artistica, sulla scia della pittura di Giampaolo Talani, cogliendone i grandi temi del nostro tempo, le passioni, i sogni, le speranze, il mistero della vita nel bene e nel male. E le poesie riflettono l’emozione dell’incontro e del dialogo con l’arte figurativa, un’emozione e un dialogo ignorati dalla modernità, non certo dalla storia della poesia.

Presentando a luglio 2008 “La Conchiglia dell’essere” ad Arezzo, io ricordavo altri esempi di poesia nata dal contatto e dalla contemplazione di espressioni figurative, come l’Antologia Palatina che raccoglie 3700 epigrammi greci a partire dal IV secolo a.C. in cui si leggono descrizioni ispirate alle statue di Zeusippo presenti alle Terme di Costantinopoli e altri epigrammi ispirati a bassorilievi di templi greci e a cippi sepolcrali.

E in questi accostamenti non poteva mancare colui che sembra aver toccato tutta la tastiera degli atteggiamenti mentali e dei comportamenti umani. Mi riferisco a Dante e a quella sua particolare poesia che trova ispirazione dai bassorilievi scolpiti sulla parete della montagna del Purgatorio. Nel canto X il poeta rimane incantato e ispirato dalla perfezione di tre sculture che adornano la parete della cornice dei superbi: tre scene di umiltà che ripropongono l’evento dell’Annunciazione, la scena con il salmista Davide che va in processione, lodando Dio, come un comune mortale, infine l’episodio dell’imperatore Traiano che ascolta la preghiera di un’umile vedova, mentre, disperata, chiede giustizia per l’uccisione del figlio. E l’immagine - scrive Dante - pareva sì verace /

che non sembrava immagine che tace. Il poeta si trova di fronte ad un inedito prodigio artistico: quelle immagini scolpite sembrano essere animate e si può addirittura ascoltare il loro linguaggio: Colui che mai non vide cosa nova /produsse esto visibil parlare /novello a noi perché qui non si trova.

Analogo procedimento sembra caratterizzare la nota “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters scritta tra il 1914-1915: una serie di epigrammi ispirati alle scritte lette sui cippi sepolcrali del cimitero di Spoon River.

Una grande tradizione che non sgomenta Patrizia Fazzi, anzi la conforta nel tentativo di dare voce a ciò che tace nella convinzione, già espressa da Einstein, che nessuna descrizione non poetica della realtà potrà mai essere completa. E se il pittore esprime le passioni più intense con i colori, con i movimenti, gli sguardi, le ombre, Patrizia Fazzi ha dalla sua il terreno sconfinato dell’allusione, il segreto della intuizione, la forza dell’emozione, la magia della parola capace di fare esplodere una verità, di trasmettere ciò che lingua mortal non dice. Ed ecco come Patrizia Fazzi interpreta il quadro di Giampaolo Talani L’ombra delle rose con la poesia La Balaustra dei sogni:

Eccoli,
           ora davvero potevano insieme
lasciare che il vento
                        muovesse i capelli

che scendesse quel cielo di rose
                                    a sfiorarli:
il tempo era giunto
    che corpi e non ombre viaggiassero
e il sortilegio lontano svanisse.

Il filo rosso li univa
                   sulla balaustra dei sogni.

Credo che solo la poesia possa e sappia dialogare con un’opera d’arte, sappia scoprire i segreti e il mistero di una luce improvvisa, di un’ombra, di un gesto. E questo perché la poesia sa esprimersi e riflette il mistero del mondo nel mistero delle parole. E nel mistero c’è sempre qualcosa di sacro. E’ stato detto infatti che la poesia è di origine divina. Nell’antica Grecia, Mnemosine madre delle Muse, si impossessava dei poeti per condurli ad una condizione di follia e di “entusiasmo”, termine che deriva dalla parola greca ev teos e celebra il contatto e il dialogo con una realtà superiore. In proposito Euripide nelle Baccanti: “Quando invero il Dio entra possente nel corpo fa dire il futuro a coloro che infuriano”. Questa condizione di possesso e di entusiasmo, cioè di comunicazione con l’assoluto, senza la quale non può esserci creazione poetica, è riconosciuta anche da Platone che la annovera tra le forme di divina follia. Nel Fedro il filosofo sostiene la necessità di questa follia delle Muse senza la quale l’arte del poeta, con la sola tecnica, scompare e non potrà disporre di quella che i Greci chiamavano epopteia, cioè la capacità di saper guardare al di sopra e in profondità le vicende del mondo e di avventurarsi nelle pieghe dell’animo umano.

E per questa sua sacralità la poesia certo fu amata, ma anche temuta da spregiudicati uomini di potere, dai dittatori che si rendevano conto dell’ascendente che la parola sacra del poeta potesse avere tra la gente. Così Stalin mandava in manicomio i poeti che scrivevano di libertà, di pace, di amore e questo trattamento fu riservato al grande poeta Osip Mandelstam, rinchiuso a Vladivostok, dove fu trovato morto nel 1938 , stringendo tra le sue mani “La Divina Commedia”.

Dunque il poeta e, nella fattispecie, Patrizia Fazzi ha dalla sua una capacità tale da permetterle questa indagine, questa lettura, questa partecipazione alla felice interpretazione e al completamento del progetto artistico di Giampaolo Talani.

Non le sfugge per esempio la presenza dell’’ombra’ o delle ‘ombre’ sulle tele e negli affreschi dell’artista livornese, tanto che questi due termini ricorrono spesso nelle poesie del libro. Il romanziere Joseph Conrad designa la linea d’ombra nella fase di passaggio da un pensiero all’altro, da una fase della vita ad un’altra più matura. Per Conrad si tratta di raggiungere la consapevolezza del nulla che ci attende, ma questa linea d’ombra può anche renderci migliori. L’ombra, in realtà, è qualcosa a cavallo tra l’essere e il nulla, è qualcosa che si segnala e impone la sua presenza attraverso un’assenza. E’ questo il carattere ambiguo e potente del concetto di ombra che ha affascinato più di un personaggio, più di un artista, a partire da Platone con il suo Mito della caverna in cui i prigionieri potevano percepire del mondo delle idee soltanto lo smunto e ingannevole riflesso, soltanto le ombre.

Ma l’ombra, la sua inquietante non immagine, si aggira tra gli uomini sin dalle origini della coscienza, prende le forme delle nostre paure, ma ci consola donandoci una pausa dalla inesorabile solarità della ragione; ci regala a volte un soffio di mistero, indispensabile in questo nostro mondo sempre più povero di ombre. Per l’artista addirittura l’ombra può rivelarsi più reale dell’oggetto che riflette. E così l’idea di vuoto può rivelarsi all’artista, e non solo all’artista, più pratico della materia. Si prenda un vaso: ebbene, tutta la sua utilità è riposta nel vuoto.

Da questo nasce, oltre ad altre, la poesia Il sangue dei ricordi con lo sguardo di Patrizia Fazzi sulla tela Una spiaggia rossa del pittore Talani:

Rossa la spiaggia:
è il sangue dei ricordi che l’invade,

rossa d’amore ritrovato e perso,
più non giova allo sguardo fissarne la memoria.

L’ombra si allunga e brucia più del sole,
lontano è il porto, ma ti risucchia amaro,

l’onda alla riva torna e poi ritorna ancora,
ma non bagna se non le lacrime asciugate
                                                        dentro il cuore.

Altro elemento che ravviva ed esalta sia la pittura che la poesia di Patrizia Fazzi è quel filo rosso, che ha dato il titolo alla raccolta e che compare con insistenza nelle opere di Talani. La stessa Fazzi così analizza nelle Note critiche premesse alla poesie: “Nel lento disfarsi di tutto, nel turbinio delle onde che investono la sabbia degli anni, nell’attesa a volte senza risposta di una partenza sperata, solo il filo rosso dell’amore - sembra dirci Talani- ci salva e ci porta lontano, ci unisce e ci fa vivere”.

E l’amore è tutto in poesia: Platone nel Simposio chiama in causa Diotima, donna profetica di Mantinea, per spiegare cos’è l’amore: “quel demone grande, né uomo né dio, ma intermediario tra gli uomini e gli dei, la cui funzione è di interpretare e trasmettere agli dei qualunque cosa degli uomini e agli uomini qualunque cosa degli dei”. L’amore insomma colma l’intervallo che esiste tra il cielo e la terra e per Agatone, uno degli interlocutori del dialogo, l’Amore, completo di ogni virtù e privo di vizi, è ispiratore dei poeti e di tutti gli artisti. Dante parla dell’ “Amor che move il sole e le altre stelle” e ancora il poeta turco Nazim Hikmet così canta nelle poesie d’amore: Il più bello dei mari è quello che non navigammo./Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto./I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti./E quello che vorrei dirti di più bello/non te l’ho ancora detto.”

A questi versi risponde la poesia di Patrizia Fazzi Il filo Rosso, ispirata alla II Tavola della bellissima serie di dipinti talaniani Tacita.

Sono vicini, si toccano,
                               si allungano,
offrendo il loro fiore l’uno all’altro,

mentre sale il filo rosso
                                    esala amore

un tacito consenso brilla piano.

E sotto spunta la vita
                                  impertinente.

Ed è l’amore che spinge il poeta messicano Octavio Paz, Premio Nobel 1990, a definire la poesia “specchio della fraternità cosmica e modello di ciò che potrebbe essere la società umana”. Così ogni poesia è una lezione pratica di concordia e di armonia, anche quando il suo tema è la collera dell’eroe o la solitudine della fanciulla abbandonata.

E a confortare la rilevanza dell’amore e la sua centralità in pittura e in poesia, spunta la regina dei fiori, la rosa rossa, simbolo conclamato di passione, di amore, di bellezza, di eleganza, fiore che spesso compare stretto in bocca o nelle mani dei personaggi talaniani. E’il fiore più cantato dai poeti: per Omero, l’Aurora, la dea del mattino, con dita di rosa, dipinge di colore il mondo ad ogni alba”. E se Saffo, Catullo, Virgilio, Ovidio erano stregati dal suo fascino, i trovatori medievali si ispiravano al suo simbolo: “Rosa fresca aulentissima c’appari inver la state…” ed è la donna di Cielo D’Alcamo; per descrivere lo sterminato anfiteatro dei beati più vicini all’empireo, Dante immagina una candida Rosa, la “rosa sempiterna”, mentre il già ricordato Nazim Hikmet romanticamente sussurra alla sua amata: Amarti, mia rosa, somiglia all’aspirare l’aria in un bosco di pini”.

Patrizia Fazzi intona così il suo canto alla rosa in varie composizioni, come L’affresco danzava, ispirata da una tempera e olio su tavola di Giampaolo Talani, dal titolo “Il pesce innamorato”.

...Svaniva, svaniva
sul muro dei sogni l’affresco,
    danzava, danzava

sul muro dei sogni chiamava, chiamava,

il seno fiorito si offriva,
la bocca spiccava
nell’ombra che lei diventava

e intanto il pesce stringeva
inerte il suo rosso fiore,
stringeva la rosa,
            la rossa corolla languiva
sulla sabbia riarsa dal mare...

Volava, l’amore volava,
e solo nuotando poteva
fermare quell’onda di mare,

Prima di concludere, qualche considerazione sullo stile di Patrizia Fazzi. Convinta come Luis Borges che “non c’è cosa/ che non sia una parola silenziosa, la nostra poetessa ha maturato il linguaggio della modernità, in cui alla chiarezza espressiva e alla suggestioni della tecnica analogica, affianca con sicurezza il rigore della lingua e l’armonia del verso. E, come nelle migliori tradizioni, la poesia, di questa come delle altre raccolte, resta caratterizzata dalla sua duttilità e maneggevolezza. Una poesia fatta di testi brevi, veloci nelle associazioni e nelle analogie, condensati in immagini, emotivamente intensi, testi fatti di silenzi, o meglio di parole che posseggono una carica infinita di silenzio.

Inoltre il suo linguaggio poetico è capace di far confluire in un unico accadimento due diverse logiche: quella della interiorità e quella della razionalità. Patrizia Fazzi ritiene indispensabile il contributo del pensiero notturno legato alla figura mitica di Ermes, ma altrettanto indispensabile per la poesia l’apporto apollineo della ragione, per depurarla da ogni arbitrarietà o futilità, per renderla davvero efficace e fruibile.

Ed ecco allora imporsi per la poesia di Patrizia Fazzi come insuperabilmente perfetta la definizione di poesia data tre secoli fa da un trattatista italiano, il gesuita Tommaso Ceva: “un sogno fatto in presenza della ragione”. Un sogno sì, ma controllato e sanzionato dall’intelligenza.

E avviandomi alla conclusione colgo l’augurio che i tempi futuri possano essere per tutti illuminati dalla poesia in generale e in particolare da quella di Patrizia Fazzi, dalla poesia di ieri quando cantava :

Ci vestiremo di versi / come di carezze / e per una volta ancora / la poesia si farà amore / e ci salverà. alla poesia di oggi quando scrive, illuminando con la sua Cometa la litografia Il campo delle stelle di Giampaolo Talani:

...su quel muro di sogni ancora
aggiungeremo mattoni con la calce,
                            ostinata, dei valori.

La casa della vita ha prati verdi intorno,
foreste da esplorare,
                            gradini erti da scalare,
ma grande è il cielo,
                        infinito per tutti l’orizzonte:

    a quella cometa lontana fisseremo lo sguardo
forti del nostro errare in una selva
che può condurci alla luce, insieme.

Recensione
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