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Gli scrittori che hanno unito l'Italia

L'“iter” letterario nostrano nel saggio di Carmelo Ciccia

Carmelo Ciccia, nato a Paternò (CT), residente da molti anni a Conegliano (TV), apprezzato saggista, studioso attento e appassionato del nostro “iter” storico-letterario, ha arricchito il suo “curriculum” di scrittore con un saggio degno della massima considerazione: Gli scrittori che hanno unito l’Italia. Ciò non soltanto per il contributo recato alle celebrazioni, ancora in corso, dei 150 anni dell’unità d’Italia, ma, soprattutto, per le prospettive ad esse sottese, insite nella elaborazione del suo lavoro: una, fondamentale e appropriata, è quella di aver considerato la lingua, la “letteraria” s’intende, come espressione di civiltà. Orbene, considerando l’“iter” di ampio respiro che essa ha rivelato nel suo “farsi” attraverso l’analisi delle nostre vicende storico-politiche, oltre a quelle artistico-creative che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del mondo, non c’è chi non veda l’efficacia di tale strumento analitico per un’attenta verifica del grado di maturazione della nostra civiltà. Gli scrittori sono infatti la nostra voce, intesa non soltanto dal punto di vista fonetico-linguistico, ma come espressione dell’io profondo, delle vibrazioni più intense della nostra anima che parla all’universo. Sotto tale profilo, pur nella sua snellezza di mole, è veramente ricco il saggio di Ciccia come argomentazioni non soltanto perché abbraccia circa un millennio di storia artistico-letteraria italiana, ma per certi dettagli sullo svolgimento di essa che per tanti lettori si riveleranno certamente una novità nel campo conoscitivo. C’è, però, un motivo che sopravanza la storia, proprio per quell’espressione dell’io profondo dianzi sottolineata ed è la considerazione degli insegnamenti che gli scrittori veri, con la profondità del loro sentire e meditare, con la musicalità del loro linguaggio, possono fornire alla nostra anima, per un suo arricchimento, o addirittura «tout-court» per una nostra rigenerazione interiore; nelle fasi più difficili del nostro “iter” quotidiano (ed è realmente tale la caratteristica del momento attuale) solo tale rigenerazione ci potrà fare ritrovare noi stessi e salvare le sorti della nostra civiltà.

Un principio pedagogico s’insinua dunque nella creazione artistica? Può anche avvenire ciò ed è legittimo, purché, ovviamente, venga salvaguardata la libera ideazione ed espressione. Da ciò si rivela l’intento educativo che Carmelo Ciccia, da vero uomo di scuola (è stato assistente universitario, docente di lettere nei Licei, preside) sente di dover profondere nelle sue creazioni letterarie.

* * *

Nello scorrimento di tale “iter” creativo che Ciccia pone sotto lo sguardo ansioso dei suoi lettori, c’è un punto di partenza d’importanza fondamentale: la poesia dantesca quale fonte di luce, di bellezza, di verità, atta ad illuminare il nostro cammino per farci ritrovare la stella polare che ci guidi nella nostra rinascita. Ed ecco quel grido straziante di dolore e amore che ha lasciato il segno nella nostra anima perché di esso nel tempo del dolore ci siamo nutriti; è del sommo poeta della «Divina Commedia», il cui spirito è esulcerato dallo spettacolo avvilente della servitù d’Italia:

«Ahi, serva Italia, di dolore ostello,
nave senza nocchiero in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!» (Dante, Purg. VI 76-78).

È facile trovare di tale grido un’eco pensosa, tragica, nello svolgimento non solo della nostra storia nazionale ed europea, i cui insigni esponenti, ben sottolineati da Ciccia, non possiamo adeguatamente illustrare in una semplice nota, sia pure critica, ma anche, per virtù di acquisizioni di nuove esperienze vissute, sofferte, in una visione analitica, a livello mondiale, delle vicende civili dell’umanità. Non possiamo tuttavia trascurare, con lo sguardo rivolto al traguardo dei 150 anni di storia unitaria, un esplicito riferimento al grande apostolo della “Giovane Italia”, della “Giovane Europa”, artefice, assieme a tanti eroi e martiri, della Repubblica romana del 1849, essendo stato, di tale unità statuale, uno dei grandi realizzatori: Giuseppe Mazzini. Mazzini amò Dante: lo sentì molto vicino alla sua interiorità tormentata nel magistero educativo che da lui promana; nello scritto «Dell’amor patrio di Dante» così egli ammonisce: «O Italiani! Studiate Dante».

Ancora Mazzini scrisse in una pagina indirizzata ai giovani d’Italia (cfr. Scritti editi ed inediti del 1859): «La Patria è una Missione, un Dovere comune. La Patria è la vostra vita collettiva, la vita che annoda in una tradizione di tendenze e di affetti conformi tutte le generazioni che sorsero, operarono e passarono sul vostro suolo… La Patria è prima di ogni altra cosa la coscienza della Patria. Però che il terreno sul quale i vostri passi e i confini che la natura pose fra la vostra e le terre altrui e la favella che vi risuona pur entro non sono che la forma visibile della Patria: ma se l’anima della Patria non palpita in quel santuario della vostra vita che ha nome Coscienza, quella forma rimane simile a cadavere senza moto e alito di creazione, e voi siete turba senza nome, non Nazione, gente, non popolo…»

Nel binomio Dante-Mazzini si configura anche la delimitazione territoriale dei confini della Patria, che Egli chiamò «il bel paese là dove il sì suona» (Inf. XXXIII, 80). Eccola in termini espliciti: a est il “Carnaro, / ch’Italia chiude e suoi termini bagna” (Inf. IX, 113-114) e a nord “l’Alpe che serra Lamagna / sovra Tiralli” (Inf. XX, 62-63), «cioè l’Alpe che tiene al di là del castello di Tirolo (BZ) l’Austria, la quale parla una lingua germanica» (cfr. C. Ciccia, op. cit., pag. 14).

In tale filone di pensiero, nella sua continuità, si esprime pure la classica divisione dei poteri nel governo della cosa pubblica: «Soleva Roma, che ‘l buon mondo feo, / due soli aver, che l’una e l’altra strada / facean vedere, e del mondo e di Deo» (Purg. XVI, 106-108).

Prima di concludere la presente nota, mi preme ringraziare Carmelo Ciccia per aver citato, a pag. 90 del suo volume suddetto, il mio lavoro di riesumazione e pubblicazione per la prima volta in volume di una parodia dell’Inferno dantesco espressa con uno straordinario “pastiche” linguistico, trasferita, però nella Catania “fin de siècle”: parodia scritta dal grande poeta dialettale e commediografo Nino Martoglio (Belpasso, CT, 1870 – Catania, 1921). Eccone il titolo: «N. Martoglio – La Divina Commedia di don Procopio Ballaccheri – a cura di S. Calleri (con saggio introduttivo e note al testo in vernacolo dello stesso Calleri) – Messina – E. D. A. S., 1986».

1-2/2011
Catania

Recensione
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