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Foglie

Nel saluto iniziale rivolto al lettore, Mariagrazia Carraroli invita ad ammirare il mondo vegetale "con la consapevolezza che la forza, la bellezza, il ristoro e il dono vengono dalle radici che non si vedono, dal loro lavoro profondo, sotterraneo, capace di far circolare il nutrimento in superficie". Questo preambolo la dice lunga sull'animismo che intride la recente raccolta di liriche della nota scrittrice, Foglie (Balda Edizioni), nata all'insegna della fede nell'intelligenza che regola e governa dal profondo la vita naturale. C'è un ordine implicito, misterioso, che viene prima dell'ordine esplicito del mondo. Una fede nel mistero, che, in quanto tale, nulla ha a che fare con il fideismo, con il dogmatismo. La poetessa si affida al non visto, all'oscuro da cui tutto promana, giacché "il fuori / matura sempre dentro", lei dice. L'inverno prepara la primavera e impartisce superbe lezioni: "Intento alla rocca dei silenzi / gli stupori delle stagioni / fila e prepara / poi, assiduo, / con gesto di pioggia / bussa alla porta // che tutto l’anima osservi / e tutto impari".

Questa è la lezione impartita dall'inverno. Ed è l'"eterno giro della trasmutazione" descritto anche nel trascolorare autunnale delle foglie che si rigenerano poi foltamente "nel vento d'aprile". Si è sospesi tra Essere e Tempo, come foglie, "in bilico tra orfanezza di ramo / e fiducioso abbraccio / di radici". Ebbene, oggi c'è una generale e diffusa tendenza a sminuire il valore della profondità. Si preferisce credere che la realtà sia esclusivamente quella che appare in superficie, salvo poi restare interdetti e confusi, sbigottiti e a volte terrorizzati dall'apparire in superficie di mostri e fantasmi provenienti da un inconscio imbavagliato e tradito. Mostri e fantasmi che non esisterebbero se non si frapponessero ostacoli al libero fluire in superficie della vita interiore. La realtà è duale sempre, mai monistica. E nella dualità (da non confondere con il dualismo schizofrenico) c'è il bilanciamento, l'armonia, il dialogo, la leggerezza: quella elasticità mentale purtroppo uscita di scena nella società urlante e babelica, sferragliante, dei tempi che viviamo.

Tutto è a senso unico e manca quella pluralità enigmatica propria della natura, che invece si dà appuntamento in queste pagine dove aleggia lo spirito del bosco, l'anima del mondo potremmo dire. "La natura non è altro che una poesia enigmatica", dichiara Mariagrazia in esergo, citando Montaigne. E scrive: "Il bosco parla / il bosco accoglie", "il bosco teme e freme se si sente aggredito". E parla liberamente di elfi, la Carraroli, parla di gnomi, di fate, della voce del bosco che canta filastrocche e ninnananne tra i rami. Un mondo di relazioni, ovvero di simboli (da symbolon che in greco significa connessione). Sono personaggi fantastici, quelli di cui lei scrive, che rappresentano una realtà non fatta di cose, ma di relazioni appunto, di interscambi enigmatici, di equilibri misteriosi. La realtà - lo insegna l'odierna fisica quantistica, in ciò paradossalmente allineata con gli assiomi dell'animismo antico - non è fatta di cose, bensì di relazioni, di quella capacità di dialogo cui possiamo avvicinarci solo astraendoci dalla bolgia metropolitana, dalla bolsa logica del vicolo cieco in cui ci siamo cacciati.

Non dovremmo mai dimenticare il valore di un bosco: un'immensa riserva di ossigeno e di acque purissime; un mondo di biodiversità e di catene alimentari benefiche, con presenze di microrganismi, di funghi, di insetti, di uccelli e di molti animali. La nostra vita non può fare a meno di questa ricchezza, se ne deve occupare. E non soltanto con l'istituzione di un Parco, di un Ente cui affidare la sua salvaguardia. Tutto ciò è meritorio, ma la Natura non può essere svilita a Istituzione, perché essa è un tempio, anzi è il Tempio per eccellenza e non un'Istituzione. Il bosco un tempo era sacro: luogo di sussurri e di strepiti, di dialoghi incessanti, di alleanze e di scontri, di circolazione di energia. Luoghi fatati, ricchi di scenari fiabeschi, di miti e leggende che fanno sorridere l'uomo d'oggi, sedicente disincantato. Ma quale disincanto? I taglialegna, gli zappaterra di cui parlavano Carlo Levi e Ignazio Silone, come pure Sciascia ed Alvaro, Pavese e Pasolini: quelli erano disincantati. Non noi, illuse larve metropolitane, rintanate nei nostri mondi di plastica, nelle nostre scatole virtuali! Paradisi artificiali pestiferi, che ci rendono - questi si - incantati, se con il termine intendiamo dire illusi, prigionieri di una malia.

Si snodano, in queste pagine, versi dedicati a varie piante da frutto, come il diospiro, il fico, l'albicocco; o a piante ornamentali come l'oleandro, a piante silvestri come il rovo, l'olmo, i castagneti, i pini; e poi al tronco stecchito e ancora al bosco in generale, con un continuo rimando metaforico alla condizione umana: "dentro di noi / il più intricato bosco", scrive l'autrice. E tutto è estremamente fluido ed elastico, come sempre nelle favole che noi scioccamente definiamo illusioni, preferendo indossare corazze pesantissime, "grevi pensieri fossili / incapaci di sorvolare il tempo / con ali di sogno e di silenzio", dice la Carraroli. E stupenda la fiaba di Berto, il boscaiolo che vive in unità di spirito, in simbiosi profonda con il bosco a lui caro, "a contatto con il cuore della terra, con il respiro degli alberi e con le eteree presenze a lui familiari". Poranceto e Carpineta sono i luoghi magici, nel cuore dell'Appennino Emiliano, dove tutto ciò avviene, quinte di un teatro dove si diviene "consapevoli d'un perduto legame con gli elementi, terra, aria, acqua, fuoco".

Il nostro errore di uomini sta nello smarrire questo legame archetipo e soprattutto nel credere che occorra necessariamente smarrirlo per inseguire un progresso miope e scellerato. Ma chi l'ha detto? dove sta scritto? ben venga, ovviamente, il progresso tecnologico, se si è all'altezza morale del progresso raggiunto, evitando l'aberrante e rozza illusione di poterci liberare, o esserci finalmente liberati, dalla schiavitù della Natura. Noi siamo terrestri, siamo figli della terra e non possiamo tagliare il cordone ombelicale che ci lega alla madre da cui veniamo. C'è qualcosa che decisamente non va nei nostri meccanismi psichici, se non sono in grado di girare secondo ingranaggi naturali e universali. Dobbiamo imparare ad affidarci allo Spirito del Bosco, o, come si diceva un tempo, all'Anima del Mondo. Lei - e lui - hanno la capacità di riportarci sempre e comunque ai nostri valori essenziali, a prescindere dai modelli di civiltà in cui viviamo.

E come è bella la citazione tratta da Il segreto del bosco vecchio di Dino Buzzati!: "due o tre volte, quella notte, ci fu anche il vero silenzio, il solenne silenzio degli antichi boschi, non comparabile con nessun altro al mondo e che pochissimi uomini hanno udito". E cade a proposito un'altra citazione, non meno significativa, quella dell'intervista rilasciata a Michele Serra da Ermanno Olmi in occasione dei suoi settant'anni. Il grande regista, che viveva ai margini del bosco e aveva diretto nel '93 il racconto di Buzzati, dichiarava in quella circostanza espressamente: "Potrei sopravvivere alla scomparsa di tutte le cattedrali del mondo, ma non potrei mai sopravvivere alla scomparsa del bosco che vedo ogni mattina dalla mia finestra".

Recensione
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